27 ottobre 2014 - Un gettone per l'iPhone

26 ottobre 2014 - Il 41% di Renzi? Un bluff

7 ottobre 2012 - I dirigenti

7 agosto 2012 - Vivere al di sopra dei propri mezzi

18 maggio 2012 - La questione dell'età

3 marzo 2012 - Non staccare l'Italia dall'Europa

11 maggio 2011 - Tagliare le tasse, tagliare la cultura

28 aprile 2011 - Le elezioni per il Comune di Milano

30 dicembre 2009 - Un vero MITO!

12 giugno 2009 - Perché sono scomparsi i «dischi»

3 gennaio 2009 - Quelli che hanno fatto il Sessantotto

8 dicembre 2008 - Lo straordinario spopola

16 aprile 2008 - Un voto inutile?

21 marzo 2008 - Il voto utile

21 gennaio 2008 - Orologeria

15 ottobre 2007 - Il milione che non ha votato

15 ottobre 2007 - Più di tre milioni alle primarie

6 ottobre 2007 - La linea del partito e quella dell'intellettuale

16 settembre 2007 - Grillo e l'«antipolitica»

15 marzo 2007 - Solidarietà a Silvio Sircana

26 febbraio 2007 - L'undicesimo punto

24 febbraio 2007 - Dàgli alle anime belle

22 febbraio 2007 - Si chiamano Fernando

23 gennaio 2007 - Musica d'arte e di consumo

18 dicembre 2006 - Minimo comune denominatore

11 dicembre 2006 - Presenza di spirito

1 novembre 2006 - Quanto vale la musica in Italia?

18 luglio 2006 - Saluti

1 giugno 2006 - Una sera a cena

30 maggio 2006 - Il voto di Milano e i “moderati”

16 aprile 2006 - Sondaggi fasulli

27 marzo 2006 - La dichiarazione IVA di Prodi

26 marzo 2006 - Concertare, tutti insieme

13 marzo 2006 - Se ne vado

8 marzo 2006 - L'appello di Umberto Eco

21 febbraio 2006 - Una lettera all'Unità

18 febbraio 2006 - Il programma dell'Unione

2 novembre 2005 - Rock e lento

1 ottobre 2005 - Requiem per Radio Tre

1 luglio 2005 - Live Eight: dove sono i nostri Billy Bragg?

27 giugno 2005 - Grazie ai pesci in barile

6 giugno 2005 - Pesci in barile (lettera agli amici e alle amiche)

26 maggio 2005 - You'll Never Walk Alone

25 maggio 2005 - Stalingrado e La fabbrica con gli archi

18 maggio 2005 - La laurea a Vasco Rossi

9 maggio 2005 - Grazie

3 maggio 2005 - Dimissioni dal Mantova Musica Festival


27 ottobre 2014 - Un gettone per l'iPhone

Poco meno di trent'anni fa, quando il pistola che ora è a Palazzo Chigi probabilmente era ancora nei lupetti (per gli scout era troppo giovane), accompagnai in giro per l'Italia Steve Furber, uno dei tre progettisti dell'ARM (Acorn Risc Machine), il primo chip a tecnologia RISC a basso costo.

http://en.wikipedia.org/wiki/ARM_architecture

Furber teneva conferenze su quella tecnologia, io cercavo di attirare l'attenzione sull'Archimedes, un personal computer RISC (il primo), perché lo si installasse nelle scuole e nelle università.

Quella tecnologia è stata adottata in seguito per la progettazione di chip che a lungo hanno continuato a chiamarsi ARM, utilizzati in svariate applicazioni industriali, fra le quali la telefonia cellulare. Ogni iPhone di questo mondo (come tutti gli smartphone equivalenti) si basa su quella tecnologia.

Il pistola di Palazzo Chigi, che per essere stato una volta a Silicon Valley se la tira da "moderno", dimentica che se le nuove tecnologie oggi sono così sviluppate è perché qualcuno le ha progettate e fatte crescere, trenta e più anni fa. Molti di quelli che ne sono responsabili ora hanno più di sessanta o settant'anni (Steve Jobs ne compirebbe sessanta l'anno prossimo).

Questi sarebbero i "vecchietti" con i quali se la prende Renzi.

"Saria mi el pistola, el pistola te set ti..." (Jannacci, "T'ho compraa i calzett de seda", 1964).



26 ottobre 2014 - Il 41% di Renzi? Un bluff

È dal giorno dopo le le lezioni europee che viviamo sotto la minaccia (che per alcuni può essere anche gradita) di quel 41% che il PD ha ottenuto in quell'occasione, e che Matteo Renzi dà per scontato che otterrebbe anche alle prossime elezioni politiche. Si tratta (vale la pena di puntualizzare) del 40,81% dei voti validi, che sono stati 27.371.747 (a me i conti riportati sul sito del Ministero degli Interni non quadrano perfettamente, ma la differenza è di poche migliaia). Aveva votato il 58,68% degli aventi diritto; a quella quota vanno poi tolte le schede bianche, quelle nulle, quelle contestate o non assegnate. I voti attribuiti al PD sono stati 11.172.861.

Alle ultime elezioni politiche l'affluenza era stata del 75,16%, il 28% in più (si deve calcolare il calo o l'incremento percentuale, non fare la differenza in punti percentuali), con 35.254.807 votanti. Per ottenere una percentuale del 40,81% con un'affluenza uguale a quella delle politiche del 2013, il PD dovrebbe raccogliere poco meno di 14.400.000 voti (giusto il 28% in più rispetto alle europee). Nel 2013 – con quell'affluenza – ne prese 8.644.187, pari al 25.42%: quel famoso 25% che Renzi oggi paventa se il suo partito ritornasse sulla "linea Bersani".

Ora, l'affermazione di Renzi che il PD possa ottenere il 41% alle politiche, "come alle europee", può forse ingannare quella grande massa di italiani che non sanno cos'è una percentuale, come si calcola, e che operazioni si fanno con quei valori. Ma che il PD possa ottenere quattordici milioni e passa di voti in una consultazione politica, con alle spalle tutta la storia delle differenze fra risultati europei e nazionali (ricordate il successo del PCI alle europee, dopo la morte di Berlinguer?), fa davvero riflettere. Se ne prendesse 11 milioni (gli stessi delle europee), che sarebbe comunque una grande crescita rispetto al PD delle politiche 2013, otterrebbe il 31% circa. Su questa cifra sono disposto a scommettere. Quello di Renzi è un bluff. Qualcuno dovrebbe andarlo a vedere.



7 ottobre 2012 - I dirigenti

Ho trovato molto interessanti le dichiarazioni di un consigliere regionale lombardo a proposito dei previsti tagli agli emolumenti della sua categoria. Senza quegli ottomila euro di stipendio (sono in realtà meno di settemila, ahilui, ma poi ha altre entrate), come farà ad arrivare alla fine del mese? Quando è stato eletto, facendo conto su quello stipendio e sul vitalizio al termine del mandato, si è impegnato per un mutuo costoso. Ma poi il vitalizio è stato abolito, e ora... Di fronte all'obiezione che si tratta comunque di compensi più che sostanziosi, il consigliere replica che prima di essere eletto era un dirigente del settore privato: se avesse saputo che da consigliere regionale avrebbe guadagnato di meno non si sarebbe candidato.

Devo dire che non mi stupisce tanto l'idea che il valore di una carica pubblica debba essere misurato soltanto in base ai guadagni che la carica produce (visto il partito dal quale proviene il consigliere in questione). Mi colpisce di più l'appello a quello che sembra essere un sentimento largamente condiviso, non solo "a destra", e cioè che sia giusto che un dirigente privato guadagni molto, e che la qualità dei dirigenti privati sia necessariamente alta. Dal che si deve concludere che se si vuole che le istituzioni pubbliche abbiano dirigenti di qualità, devono essere pagati almeno quanto quelli delle aziende private, che sono di qualità per definizione.

Infatti, si parla della "casta" dei politici, di quella dei magistrati, di quella (capirete...) dei professori, ma mai di quella dei "manager" (così come li si chiama qui da noi). Che un dirigente privato guadagni tanto, tantissimo, è giusto, perché i dirigenti privati sono bravi.

A dire la verità, avendo lavorato per una quindicina di anni nel settore privato, e in un ambito di quelli più competitivi, posso testimoniare che fra i dirigenti delle aziende italiane ci sono anche sonorissime, grandiose teste di cazzo. Ma vi ricordate quando i personal computer della Olivetti facevano concorrenza a quelli della IBM? Che fine gli hanno fatto fare? E lo sappiamo che la tecnologia dei chip che oggi fanno funzionare gli smartphone la sviluppò una piccola società inglese, acquistata dalla Olivetti, e venne poi dismessa (quasi come il sistema common rail per i motori diesel, sviluppato dalla Fiat e ceduto alla Bosch)? Ricordo una riunione nella quale dovevo spiegare i principi dell'architettura client-server allo staff di una grande compagnia telefonica. Il dirigente mi disse: "Parli pure liberamente, qui siamo tutti di estradizione tecnica!" La sua competenza tecnica non era superiore, vi giuro, a quella linguistica.

È un fenomeno globale. Chi ha visto The Inside Job ricorderà le facce da beoti (o da criminali, o entrambi) di alcuni dei dirigenti e consulenti di grandi istituzioni finanziarie statunitensi, responsabili del disastro del 2008. Molti sono ancora al loro posto e guadagnano milioni.

È il risultato ovvio, direi, di trent'anni di lotta di classe dall'alto in basso, fin dai tempi di Reagan, senza apparente resistenza da parte dei partiti (ma anche degli intellettuali) "di sinistra". "Tecnico" è bello (come si vede dal nostro governo attuale) e merita, per difetto (default, se preferite) paghe sempre più alte. La selezione meritocratica la devono passare gli altri, i lavoratori. Chi è "tecnico" ha meritato per sempre, a partire dal giorno in cui è stato assunto come dirigente, spesso per meriti che con la competenza non hanno nulla a che fare.

Ma il falcetto su l'uve iroso scende
come una scure, e par che sangue cóle...
(G. Carducci, Ça ira).


7 agosto 2012 - Vivere al di sopra dei propri mezzi

Non posso resistere a commentare il ritornello che da mesi circola nei discorsi di politici (non solo italiani) e opinionisti, e che mi raggiunge perfino qui, in mezzo all'Egeo: che per tanto tempo "abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi" e ora "ne paghiamo le conseguenze".

Faccio una certa fatica a identificarmi in quella prima persona plurale. Non posso negare che a lungo (e specialmente in certi periodi, e sotto certi governi) lo stato italiano si sia indebitato oltre ogni ragionevolezza, sia indulgendo nelle spese, sia rinunciando a incassare e tollerando un'evasione fiscale enorme. Ho sempre pensato (forse senza grande acutezza scientifica, perdonatemi) che un meccanismo tipico del processo di indebitamento dello stato italiano fosse l'emissione di buoni del tesoro, gran parte dei quali venivano acquistati da "risparmiatori" con il frutto della loro evasione fiscale, creando così un debito dello stato verso coloro nei confronti dei quali avrebbe dovuto essere creditore.

Ma, in ogni caso, io (scusate la personalizzazione) non c'entro. Ho sempre votato contro i governi che hanno promosso quella politica. Ho sempre pagato le tasse, senza che mi restasse un centesimo da investire in borsa o in buoni del tesoro. Da quando lavoro direttamente per lo stato, nell'università, ho percepito compensi e stipendi ridicoli rispetto ai miei colleghi di qualunque altro paese europeo. Non ho beneficiato di sussidi e regalie di alcun tipo, e quando ho avuto bisogno della sanità pubblica credo di aver pagato tutto fino all'ultimo centesimo attraverso le imposte sui miei (modesti) redditi.

Non sono certamente il solo. Anzi. Credo che una larga percentuale dei miei concittadini si possa identificare in questo quadro e in questi comportamenti. Quindi, non "abbiamo" vissuto al di sopra dei "nostri" mezzi. "Hanno" vissuto al di sopra dei "nostri" (ahinoi) mezzi. Chi? Quei farabutti, dei quali si potrebbe ricostruire abbastanza facilmente l'elenco.

E che, in buona parte, e a lungo, hanno sostenuto quella politica di indebitamento anche per restare abbarbicati al potere e per impedire ogni rinnovamento politico-culturale della società italiana, perseguendo sempre e comunque gli obiettivi del neoliberismo più aggressivo.

Quindi, diteglielo (diciamoglielo), ai banchieri tedeschi, finlandesi, ai grilli parlanti della finanza e dell'industria: noi non abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, e se lo stato italiano si è indebitato lo ha fatto spesso perché il nostro paese restasse stabilmente nel loro campo. Perdonate l'insistenza: loro hanno vissuto al di sopra dei nostri mezzi.



18 maggio 2012 - La questione dell'età

A proposito del recente e rinnovato dibattito sulla gerontocrazia (certamente fondato, per chi si occupi di politica, o di università, o di altri settori congelati in Italia nello stato in cui si trovavano decenni fa): non trovate curioso come l'età tenda a diventare l'unico fattore, categoria, concetto, su cui basare ragionamenti sulle prospettive della società? Come se non esistessero il genere, la classe, la cultura, eccetera? Come se la vera e rapida soluzione di tutti i mali presenti sia costituita dalla cessione immediata, da parte dei "vecchi", del loro "potere" in favore dei "giovani", così da metterli finalmente in condizione da sviluppare le loro "maggiori energie" e la loro "creatività"? Come se non si trattasse di rimuovere dalle loro posizioni di comando coloro che le occupano indegnamente (non sempre e non solo in ragione della loro età), ma semplicemente di fare piazza pulita di tutti gli ultracinquantenni?

Vi pongo, dunque, questa domanda. Secondo voi, i trader che scommettendo sul fallimento di interi Stati stanno mandando in rovina l'economia mondiale e le esistenze di milioni (miliardi?) di persone giovani e meno giovani, quanti anni hanno?

Potete trovare la risposta alla penultima riga dell'articolo "Dal mercante di Venezia alle follie di JPMorgan", di Paul Kennedy, a pagina 34 de l'Internazionale uscito oggi.



3 marzo 2012 - Non staccare l'Italia dall'Europa

Negli ultimi dieci anni sono passato dalla Val di Susa un paio di volte, per andare (in macchina) a Lione. È un bel viaggio. Andarci in treno è un po' scomodo, soprattutto negli ultimi tempi, a causa della ridicola guerra di Trenitalia alle ferrovie francesi, che ha causato continue interruzioni di servizio dei TGV sulla linea Milano-Parigi. Se volete avere un'esperienza esilarante, andate sul sito di Trenitalia e consultate le possibilità che vengono offerte oggi per andare da Milano a Lione: otto ore e mezza, con una combinazione di FB e treni locali; il TGV Milano-Parigi, invece (grazie a Moretti, lo stratega), viaggia da Milano a Torino a passo di lumaca sulla linea normale, e offre una coincidenza a Chambery con un'attesa di più di un'ora.

La grande promessa della TAV è di farci andare a Lione in due ore e a Parigi in quattro; già ora si potrebbe migliorare molto: basterebbe permettere ai TGV di passare sulla linea ad alta velocità Milano-Torino, e ottenere coincidenze migliori a Chambery. Certo, non ci sarebbero tutti quei bei lavori da fare in Val di Susa!

Da Milano a Lione, comunque, si va comodamente con un volo Easyjet, che costa già ora meno del treno. Forse quelli di voi che non frequentano la linea non lo sanno, ma un biglietto AV di seconda classe Milano-Torino costa 32 euro. Chissà cosa costerebbe il Milano-Lione! Ah be', direbbe Passera, certo meno del conto di una cena da Bocuse!

Al di fuori di queste piccole esperienze dirette, e dei miei continui viaggi in tutta Europa (nevvero...), non posso dire di essere un esperto di trasporti. Ma tendo a fidarmi degli esperti, anche di quelli che hanno studiato a lungo la questione della TAV Torino-Lione e hanno sostenuto che si tratta di un'opera sostanzialmente inutile.

Mi stupisce, comunque, che un governo di "tecnici" non senta il bisogno di confrontarsi perlomeno con questi altri tecnici (dei colleghi, si suppone), e con gli abitanti della Val di Susa che basandosi su quegli studi si oppongono alla realizzazione della TAV.

Gli argomenti usati da Mario Monti per sostenere l'inevitabilità della TAV sono davvero patetici (e mi è spiaciuto per lui: sembrava confuso, imbarazzato). Non bisogna staccare l'Italia all'Europa, garantendo anche il collegamento attraverso infrastrutture fisiche. L'Italia sarebbe unita all'Europa solo dal collegamento Torino-Lione? Siamo tutti qui, in attesa, isolati, bloccati nella cerchia delle Alpi? Intanto, in Svizzera, si sta facendo un secondo enorme traforo sotto al Gottardo: quando sarà pronto (nel 2016) si andrà da Chiasso a Zurigo in un paio d'ore. Peccato che la linea Chiasso-Milano sia ancora quella vecchia (gli Eurocity ci mettono trentanove minuti), e non mi risulta che ci siano progetti per adeguarla.

Ma non importa, perché impedendo all'Italia di staccarsi dall'Europa la TAV porterà finalmente lavoro ai giovani. Ma che governo di tecnici del Lella (lo diceva mio padre: mi sembra un'espressione meno volgare di quella che mi verrebbe in mente subito). Così i giovani disoccupati italiani aspettano la TAV? Il lavoro a lungo promesso e mai finora ottenuto passa per la mortificazione della Val di Susa? Mentre le banche italiane, inondate di liquidità dalla banca centrale europea, comprano titoli di stato e non fanno credito a famiglie e imprese?

Ma la cosa veramente grave, che mi preoccupa, è l'atteggiamento dei media, anche di quelli moderati. Ieri ho assistito su SkyTg24 a un'intervista veramente penosa, durante la quale il conduttore interrompeva in continuazione Ivan Cicconi, un esperto di trasporti (lui sì), ogni volta che quest'ultimo portava argomenti contro la TAV. E con un sorrisetto complice il conduttore insisteva: "Ma saranno pazzi i francesi che la vogliono?" "Saranno pazzi quelli della valle che la vogliono?" (E gli si leggeva nel pensiero: "Magari Passera mi vede e mi porta a cena da Bocuse"). Faceva vomitare.

Non è giustificabile la violenza contro i giornalisti, ma l'esasperazione dei valsusini è comprensibile. Perché quello che è stato permesso quando si è discusso del ponte sullo stretto di Messina (presentare gli argomenti contro) deve essere un tabù per la Val di Susa?

Ieri è stato pubblicato un appello di Don Ciotti, sottoscritto da intellettuali e politici, in favore di un atteggiamento più aperto e ragionevole verso le proteste contro la TAV. È stato pubblicato, sì, ne è stata data notizia. Ma solo pochi mesi fa, quando le stesse persone firmavano appelli contro qualche porcheria del governo Berlusconi, gran parte dei quotidiani (tranne quelli organicamente filogovernativi), pubblicavano un link a qualche sito dove si potessero sottoscrivere quegli appelli, e tenevano aggiornate le liste dei sottoscrittori. Ho cercato invano, e a lungo, un trattamento simile dell'appello di Don Ciotti.

Ieri sera, quando ho sentito il comunicato di Monti alla fine della riunione del governo sulla TAV, ho avuto una sensazione di rabbia e di liberazione. Di rabbia, perché non potevo e non posso pensare a una risposta così banale, stupida e foriera di guai per il paese. Di liberazione, perché nonostante tutto mi era parso che questo governo avesse avuto il merito di aver posto fine (almeno temporaneamente) al potere di Berlusconi, e qualche piccola cosa buona (piccolissima) sembrava avesse intenzione di farla. E invece no, è proprio un governo di tecnici del Lella. Forte coi deboli, debole con i forti, secondo la peggiore tradizione della destra.

"Non staccare l'Italia dall'Europa"... Ma andate a...


11 maggio 2011 - Tagliare le tasse, tagliare la cultura

Prima di passare a quello di cui vi volevo scrivere, una nota importante. Dovunque voi siate, dovunque votiate per le prossime comunali (se votate), non tralasciate di dare un voto alla lista. A una lista, e a un candidato di lista (uno solo). Se si vota solamente per il candidato sindaco, magari per uno scrupolo di unità e contro le divisioni tra i partiti, si rischia che quel sindaco, se eletto, non abbia una maggioranza in Consiglio.
(E poi, carissimi/e milanesi, se vi va di votare per me, nella lista di SEL, fate pure...).

Volevo accennarvi ai finanziamenti alla cultura, e ai relativi tagli: un tema che si discute molto.
C'è una tendenza, qui da noi, a considerare i tagli alla cultura (intesa nel senso più ampio, che include scuola e università) come una specie di fenomeno atmosferico: c'è la crisi, qualsiasi governo dovrebbe risparmiare, un governo di destra - "nemico" della cultura, d'accordo - taglia lì.
È tutto vero, ma forse perdiamo dei collegamenti.
La crisi del sistema basato sulla speculazione selvaggia c'è, e non passerà se non cambia quel sistema (avete visto il bellissimo documentario The Inside Job?). Ma i tagli alla cultura non ne sono una conseguenza diretta, "naturale".

Il bilancio dello stato migliorerebbe se ci fossero maggiori entrate fiscali, e le entrate fiscali sarebbero maggiori se si recuperasse l'evasione e se si esigesse il giusto dalla fascia più ricca (sempre più ricca) della popolazione. Ma i governi di destra invece tagliano le tasse ai ricchi. E per recuperare risorse tagliano la cultura. È un puro collegamento contabile? Minori entrate di qua, minori uscite di là?

No. George Lakoff, lo scienziato cognitivo e politologo statunitense, consulente per la campagna di Barack Obama, ha spiegato il meccanismo in un libro pubblicato durante la presidenza Bush: Don't Think of an Elephant (Non pensare all'elefante, Fusi Orari, Roma, 2006). I tagli (o i mancati aumenti) alle tasse dei più ricchi contribuiscono a garantire ai ceti più affluenti la possibilità di far frequentare ai figli università private e di accedere ai think tanks delle fondazioni culturali sostenute dai conservatori. D'altra parte, i figli delle famiglie meno ricche fanno fatica ad accedere all'università. E nel frattempo i tagli alla cultura rendono sempre meno efficace l'istruzione pubblica, e colpiscono direttamente le professioni intellettuali tradizionalmente più affini ai settori progressisti della politica. È una strategia deliberata, quella di colpire le istituzioni culturali filo-democratiche, mentre si favoriscono le carriere dei figli dei ricchi.

È un fenomeno solo statunitense? Ne siamo immuni?
Tutt'altro. Almeno se ricordiamo che la politica di tagli così ben orchestrata dall'asse Tremonti-Gelmini-Bondi (pace all'anima sua) risale perlomeno al proclama del 1993 (che dovrebbe essere più noto di quanto non sia) di Giancarlo Lombardi, allora vicepresidente di Confindustria e successivamente ministro della Pubblica Istruzione nel governo Dini (eh...).
Lombardi disse che l'obiettivo della formazione nel futuro avrebbe dovuto essere quello di creare "menti d'opera emancipate dal sapere critico".
Questa, carissimi e carissime, è la chiave della distruzione della scuola e dell'università pubbliche pianificata dalla destra italiana.

A sinistra c'è qualche imbarazzo a resistere: ricordo un articolo recente di Goffredo Fofi sull'Unità (30 aprile 2011). Un'incredibile difesa dei tagli (appunto, come se fossero nell'ordine naturale della cose), un attacco ai "finti intellettuali", che starebbero a lagnarsi della fine dei privilegi basati sull'impiego del denaro pubblico. È come se piovessero bombe (di un bombardamento deliberato e mirato) e si facessero le pulci a quelli che si nascondono nei rifugi (ma come ha detto qualcuno, quelli di sinistra si lavano poco).

Ma è ora, appunto, di voltare pagina e di cambiare aria. Ci siamo vicini, no?


28 aprile 2011 - Le elezioni per il Comune di Milano

Di solito a un candidato si chiede di presentare un programma, o almeno un elenco convincente di valori in cui crede e di cose che vorrebbe fare se eletto. Nonostante queste elezioni (come tutte negli ultimi vent'anni) si siano trasformate in un referendum sulla democrazia, e nonostante sia chiaro che a Milano l'obiettivo principale sia quello di togliere la città dalle mani del malaffare e di dare un segnale fortissimo alla politica nazionale, mi permetto di rubare un po' del vostro tempo per dirvi alcune delle cose per cui mi impegnerei se fossi eletto, e che vorrei comunque che fossero realizzate.

Milano non è una metropoli. Forse lo è stata, forse potrebbe diventarlo, ma malgrado la supponenza di chi l'amministra da decenni, è una città modesta, sotto molti aspetti inferiore (ad esempio, per benessere di chi ci abita) a tante città italiane di provincia. Qualunque sia la categoria in cui la vogliamo includere, Milano potrebbe migliorare, e di molto, se chi l'amministra avesse la voglia o il tempo di tener conto dell'esempio delle metropoli europee, magari visitandole e studiandole. In altro momento e in altra sede (sul mio sito) parlerò di vita musicale, di cultura, di università, del mio mestiere: qui vorrei parlare brevemente di trasporti, che coinvolgono me, come voi, come tutti i cittadini, per una durata giornaliera spesso non inferiore a quella del lavoro.

Il confronto di Milano, non dico con Parigi e Londra, ma con Barcellona, Berlino (che solo poco più di vent'anni fa era un avamposto diviso da un muro), o perfino Atene è sconsolante. Pensate che aeroporto ridicolo sia la Malpensa (e quanto se n'è parlato!) rispetto a quelli ai quali dovrebbe fare la concorrenza. Provate ad arrivare dalla Malpensa con l'omonimo 'Express', senza trovare una scala mobile in discesa che vi porti al livello dei treni della metropolitana. E lo stesso per la Stazione Centrale: anche a usare i bizzarri tapis-roulants che sembrano servire solo ad allungare il viaggio, si deve poi trascinare la valigia su scale in salita e in discesa, in un corridoio puzzolente. Se e quando faranno davvero la linea della metro che da Linate porta in città, ci si potrà arrivare in ascensore come nel resto del mondo, o ci sarà qualche altro trucco per accontentare la lobby dei tassisti?

Pensate agli orari della metropolitana: molti treni di superficie partono dalle varie stazioni di Milano anche un'ora prima che la metropolitana abbia aperto. E perché Milano non ha una stazione degli autobus? Non se ne poteva fare una sulla superficie delle ex-Varesine, risparmiando un paio di torri che resteranno vuote? No, meglio progettare un'autostrada sotterranea da Linate a Rho, con l'obiettivo pazzesco di mettere il traffico e l'inquinamento sottoterra (ma gli automobilisti respireranno i loro gas di scarico, o questi saranno pompati fuori nella città?).

Alcuni di questi vi sembreranno dettagli inessenziali. Ma è attraverso la somma di tutti questi dettagli che si crea una città dove usare la propria auto è meno conveniente che ricorrere al trasporto pubblico. Non ci sono, poi, ecopass e altre tasse che tengano: se metro, bus e tram sono scomodi (in quale c'è posto per mettere una valigia, anche quando passa da stazioni o aeroporti?), se la guida è a strappi e i passeggeri meno agili sono sbattuti avanti e indietro (nei "nuovi" tram, soprattutto), se le corsie preferenziali sono invase dalle auto (anche a causa dei parcheggi in seconda fila) e nessuno interviene, chi resiste – potendo – a prendere la macchina? E se le piste ciclabili non esistono, o hanno percorsi indifesi e assurdi, che alternative si offrono?

Alcune delle città che ho citato hanno un traffico paragonabile a quello di Milano (ma sono molto più grandi), altre anche peggiore (ma hanno rinnovato i loro trasporti pubblici più di recente e più rapidamente). Nessuna però offre l'immagine di incapacità di affrontare e risolvere i problemi del traffico che Milano e i suoi amministratori hanno presentato, da anni e anni. La speculazione, il disprezzo per la volontà dei cittadini e le esigenze dei più deboli (pensiamo alle vicende dei parcheggi sotterranei), le lobbies economiche e politiche fanno premio su tutto.
Ne vogliamo uscire?


30 dicembre 2009 - Un vero MITO!

È di oggi la notizia che i pedaggi autostradali sulla Milano-Torino saranno aumentati di oltre il 15%: un record, anche rispetto a tutti gli altri incrementi tariffari. Le agenzie fanno notare che i ministeri competenti, nell'acconsentire agli aumenti, hanno valutato gli impegni delle varie società rispetto agli investimenti e alla manutenzione.

Bene, è indiscutibile che sulla Milano-Torino, contemporaneamente alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità, siano stati fatti lavori colossali. Tanto che, per alcuni anni, gli automobilisti hanno percorso una specie di budello con continue deviazioni: ed è davvero uno scandalo che la società di gestione abbia continuato, per tutto quel tempo, a incassare i pedaggi. Vogliamo calcolare a quanto ammontano i pedaggi incassati indebitamente durante lo svolgimento dei lavori? Il governo non lo fa. Anzi, seguendo il principio amministrativo intitolato "cornuti e mazziati", ora acconsente all'aumento delle tariffe.

Qualcosa di molto simile (ma con aggravanti) sta accadendo per i collegamenti ferroviari. Fino al 12 dicembre scorso, sulla linea Milano-Torino esistevano collegamenti piuttosto differenziati; due, alla mattina presto (il viaggio di ritorno era intorno all'ora di cena), erano garantiti da altrettanti TGV (declassati in Italia a EuroCity), che tra le due città seguivano la linea normale (fermando a Novara e Vercelli): il costo del biglietto era di 13 euro; c'era poi, a un prezzo leggermente superiore, un EurostarCity Venezia-Torino e viceversa; c'erano poi alcuni collegamenti ad alta velocità (che percorrevano la parte di linea già pronta, tra Novara e Torino), che costavano in seconda classe circa 23 euro; c'erano infine i treni regionali (prima si chiamavano interregionali), che per una cifra intorno agli otto euro portavano da Milano a Torino in poco meno di due ore, fermando a Rho, Magenta, Novara, Vercelli, Santhià, Chivasso (treni concepiti, dunque, per le percorrenze intermedie, secondo il buon senso ferroviario di una volta).

Avvisaglie di un peggioramento si erano già avute: uno dei due TGV era stato soppresso, e la scorporazione amministrativa del trasporto regionale aveva fatto sì che biglietti e abbonamenti dei regionali e dei treni di altre categorie fossero incompatibili. Insomma, chi aveva un abbonamento o un biglietto per l'AV, o per gli EurostarCity, o per gli EuroCity, o per gli InterCity, se saliva su un regionale, doveva pagare il biglietto per intero e pagare la multa. (Il principio in astratto non è ingiustificato: è quello che succede nei Paesi dove davvero esiste una concorrenza tra diversi vettori ferroviari: ma questo di Trenitalia è solo un monopolio mascherato. Pensate alla faccia di bronzo con cui la società che gestisce le stazioni, che dovrebbe avere con Trenitalia un rapporto non diverso da quello che SEA ha con EasyJet o Lufthansa, nasconde le informazioni sui treni non di Trenitalia, come l'ormai noto EuroCity Milano-Monaco).

Tutti i treni fermavano a Porta Susa, che a lungo è stata (ed è ancora) oggetto di lavori imponenti collegati al progetto del passante ferroviario torinese, e che fino allo scorso novembre (quando già erano attivi i primi binari sotterranei) era indicata come "la" stazione torinese dell'Alta Velocità. Del resto, i treni arrivano da Milano a Porta Susa prima che a Porta Nuova (circa dieci minuti di tragitto in meno), e la stessa Porta Susa è di gran lunga meglio servita dai mezzi pubblici. Dunque i pendolari (di ogni tipo e classe sociale) hanno affrontato per qualche anno (gli stessi dei lavori sull'autostrada) i disagi dei cantieri, con la promessa e la speranza che quella bella stazione nuova avrebbe reso le partenze e gli arrivi più confortevoli.

Ed ecco cosa è successo con il nuovo orario di Trenitalia, entrato in vigore il 13 dicembre scorso. Porta Susa non è più la stazione dell'AV: soltanto due treni al giorno (in orari inutilizzabili per chi lavori a Torino tutta la giornata) fermano lì, e solo grazie alla rivolta dei pendolari "di lusso", del sindaco Chiamparino, di vari assessori. Per andare da Milano a Torino con l'AV in seconda classe, fino al 12 dicembre, si spendevano 23 euro e si impiegava un'ora e dieci (nelle ultime settimane solo un'ora, perché i treni percorrevano già la nuova linea). Ora si spendono 31 euro, e si impiega - se non ci sono ritardi - un'ora (per arrivare a Porta Nuova, mal servita da mezzi pubblici e priva di parcheggi). Tutti i TGV sono stati aboliti, tranne quello che parte da Milano alle 16:15. Non esiste più l'EurostarCity da e per Venezia; c'è un solo InterCity al giorno, che parte da Milano Porta Garibaldi alle 9:10 e riparte da Torino alle 12:18, del tutto inutilizzabile per chi non abbia un appuntamento brevissimo. Continuano a esistere i regionali (sporchi, affollatissimi, spesso con carrozze inutilizzabili perché le porte sono bloccate o il riscaldamento non funziona), sempre con la clausola che un biglietto o abbonamento per altri treni (più costosi) lì non vale.

Vi do un'idea di cosa tutto questo abbia implicato per me (e per i molti altri pendolari non "a tempo pieno": insomma, per chi va a Torino due-tre volte la settimana).

Prima usavo un abbonamento EC (intorno a 145 euro al mese), che grazie ai TGV della mattina mi permetteva di essere a Torino entro le nove. Al ritorno prendevo il TGV proveniente da Parigi, e avevo comunque la scelta di ripartire da Porta Susa con l'AV, pagando un supplemento di cinque euro (meno di quello che avrei speso se avessi voluto prendere il regionale...). Ora potrei abbonarmi all'InterCity (139 euro), ma dovrei pagare sempre un supplemento (e molto più costoso: la differenza fra i 13,5 euro del biglietto standard dell'IC e i 31 dell'AV). L'unica vera alternativa è tra l'abbonamento AV (290 euro, per arrivare a Porta Nuova) e l'abbonamento al regionale (meno di 100 euro), ma con la costrizione a stare in treno almeno un'ora al giorno in più, con la forte probabilità di fare almeno una parte del viaggio in piedi, e con l'obbligo (se ho un impegno a Torino alle nove del mattino) di partire alle 6:15. E se una volta ho un'urgenza e devo prendere l'AV, pago i 31 euro per intero.

Si potrebbe certo ribadire che questi siano fenomeni della lotta di classe (dall'alto al basso, e includendo tra i bersagli ampi strati di media e piccola borghesia) che la politica del governo ha reso di attualità. Ma anche i pendolari "chic" dell'Alta Velocità (i bancari, uomini e donne di marketing, consulenti, ecc., in larga parte con la puzza sotto il naso, chiacchieroni coi loro telefonini, maleducati, e così via) hanno avuto la loro. Certo, a molti l'abbonamento AV lo paga la ditta. O glielo permettono lo stipendio, le parcelle o l'evasione fiscale. Ma Moretti non ha mancato di scontentarli, spostando il primo AV (che partiva da Milano alle 7:43 e alle 8:53 era a Porta Susa) alle 8:00, con arrivo alla scomoda Porta Nuova alle 9:00 (e, in genere, in ritardo). E poi, fino a pochi giorni fa, la seconda classe costava 31 euro, la prima 32. Qualcuno in Trenitalia se n'è accorto: adesso la prima costa 44. Questo sì che si chiama marketing!


12 giugno 2009 - Perché sono scomparsi i «dischi»

Sono appena tornato da un viaggio all’estero, dove ho potuto constatare la sparizione graduale (ma implacabile) dei negozi di «dischi», anche in città di più di tre milioni di abitanti. Ad Atene reggono un paio di megastore, ma lo spazio è occupato sempre di più da dvd e giochi; a Smirne non sono riuscito a trovare un solo negozio che avesse dei cd audio: tutti i grandi negozi che ho incontrato vendevano solo dvd e giochi, e quando in un quartiere periferico ho scoperto una bottega che sembrava promettere delizie musicali orientali, ho trovato che gli unici supporti audio erano cassette, e il resto erano dvd e dischi blue-ray.

Come ormai succede con sempre maggior frequenza, più ci si allontana dal «centro» e più si vede il futuro: il consumo di musica registrata su supporti fa parte di uno stile di vita del passato, giustificato dall’esistenza di appassionati ormai avanti con gli anni, che hanno ancora le loro collezioni e i loro apparecchi. Quasi impossibile, tra l’altro, trovare dei lettori di cd, se non sulle bancarelle.

Vi invito a dare un’occhiata al grafico pubblicato qualche giorno fa sul sito del Guardian. Dimostra la fondatezza di alcune valutazioni critiche su declino dell’industria fonografica, tra cui le mie (a partire da molti anni fa). Fin dai tempi dell’allarme sulla «copia privata», nei primi anni ottanta, le case discografiche hanno sostenuto che qualunque appropriazione di una registrazione attraverso pratiche non legali costituisse una vendita persa. Convinti della validità di una vera e propria assurdità economica, cioè la disponibilità infinita da parte del consumatore, i discografici affermavano che se invece di copiare un fonogramma il consumatore lo avesse comprato, avrebbe avuto comunque i soldi per comprarne un altro; si accanivano dunque (e lo avrebbero fatto per venticinque anni a seguire) contro i consumatori più amanti della musica e più attivi, chiamandoli “pirati”, nella convinzione che se avessero smesso di copiare (o, più tardi, di scaricare dalla rete) avrebbero comunque avuto le risorse economiche per comprare tutto quello che desideravano ascoltare.



Il grafico del Guardian, che si riferisce alle vendite in Gran Bretagna negli ultimi dieci anni di prodotti tipicamente consumati dal pubblico interessato anche alla musica, registra comunque un’espansione del mercato, ma ci fa vedere che la quota della «musica» (cioè dei supporti fonografici) è in continua contrazione. È vero, ed è anche ovvio, che se è possibile procurarsi lo stesso bene in una forma più agile, o addirittura senza pagarlo, si potranno spendere i propri soldi anche per procurarsi altri tipi di beni; ma quello che si vede dal grafico in modo molto chiaro è che ci sono altri beni che attraggono in modo irresistibile le risorse altrimenti dedicate alla musica: in particolare, i giochi. I giochi sono in decisa espansione, e sono gli unici responsabili dell’allargamento del mercato, essendo la «musica» in calo e i dvd ormai stabili da qualche anno.

Il grafico non mostra altri consumi concorrenti: telefoni cellulari e relativi servizi, fotocamere e videocamere digitali, computer e Internet, eccetera. Negli anni che i discografici ancora mitizzano (e nei quali, bisogna dirlo, si vendevano molti meno supporti fonografici di oggi) questi consumi non esistevano. Il verso della famosa canzone dei Rolling Stones, «what can a poor boy do except to sing for a rock ‘n’ roll band» non segnalava solo la condizione dei giovani londinesi rispetto agli studenti politicizzati del resto d’Europa, ma indicava l’orizzonte limitato delle possibilità di servirsi della tecnologia in modo creativo. Nel ’68 lo «stereo», insieme alla radiolina a transistor, era l’unica tecnologia elettronica di massa.

Oggi ampie fasce della popolazione preferiscono avere un cellulare, un pc, una videocamera, una Playstation, che una collezione di «dischi». Molti giovani (anche non tanto giovani) preferiscono far tardi la sera cimentandosi in rete in un gioco di ruolo che ascoltando l’ultimo album. E dunque quei tempi non torneranno più, cari discografici, neanche se un governo compiacente mettesse un poliziotto vicino al computer di ogni possibile downloader.


3 gennaio 2009 - Quelli che hanno fatto il Sessantotto

Si parla molto di “quelli che hanno fatto il Sessantotto”. Chi sono?
Il Sessantotto, come tutti sanno, copre un periodo abbastanza lungo: grosso modo dal 1967 (prima occupazione della Cattolica di Milano) o dai primi mesi del 1968 (Valle Giulia a Roma), alle elezioni politiche del 1976 (il 20 giugno, quelle del “sorpasso” mancato) o ai primi mesi del 1977.

Le prime occupazioni furono guidate da studenti che frequentavano gli ultimi anni dell’università, e che dunque avevano intorno ai 22-23 anni (come Mario Capanna, nato nel 1945). Una parte non piccola dei militanti che si unirono ai movimenti studenteschi lo fecero negli anni più duri della “strategia della tensione”, quindi tra il 1969 e il 1975: chi entrò all’università nel 1969 era nato nel 1950, mentre gli studenti delle medie superiori che affollavano le manifestazioni milanesi del 1975 (per le morti di Varalli e Zibecchi) erano nati nel 1957 o 1958.

La “generazione del Sessantotto”, quindi, copre una dozzina abbondante di anni (di nascita): tutt’altro che una sola leva, tutt’altro che omogenea dal punto di vista delle condizioni di vita durante l’infanzia e l’adolescenza e da quello della formazione culturale e politica. In quell’arco di leve (da quella del ’45 a quella del ’58), naturalmente, solo una minoranza “fece” il Sessantotto. Non tutti partecipavano alle manifestazioni, è ovvio, e una quota ancora più piccola militava in organizzazioni politiche (e se no, la famigerata “maggioranza silenziosa” da dove sarebbe venuta fuori?).

Il famoso “rapporto” del prefetto di Milano Libero Mazza del 1970 parlava di migliaia di estremisti armati; fu causa di polemiche e interrogazioni parlamentari il fatto che Mazza equiparasse a terroristi (potenziali o in senso proprio) tutti i militanti della sinistra extraparlamentare. Milano allora aveva un milione e seicentonovantamila abitanti: è chiaro che quelle migliaia (armati o no che fossero: ma quelli armati per davvero erano probabilmente poche decine) erano una decisa minoranza della popolazione, anche nella fascia demografica più coinvolta. Insisto su Milano, perché fu uno dei centri più rilevanti di quella stagione: se si estende il discorso all’Italia intera, è facile dedurre che quelli che “fecero” il Sessantotto furono davvero pochi. Molti, moltissimi, vissero in quegli anni la loro gioventù, ma appartengono all’anomala “generazione del Sessantotto” solo per appartenenza anagrafica e per averne respirato il clima.

Non voglio in questa sede nemmeno accennare a un giudizio sulla rilevanza di quel periodo e dei movimenti politici e culturali che ne furono protagonisti: è certo che l’Italia fosse nel 1968 l’unica democrazia nell’Europa meridionale, è certo che ci sia stato almeno un tentativo serio di colpo di stato della destra autoritaria, è certo che una strategia terroristica a base di attentati dinamitardi (con centinaia di vittime) sia stata ispirata e guidata dai servizi segreti, non solo italiani, con l’aiuto dei neofascisti, è certo che quello sia stato un periodo di emancipazione e conquista di diritti per i lavoratori, le donne, i giovani, i media, è certo che sia stato anche il momento e il terreno di coltivazione del terrorismo brigatista che esplose con la massima violenza a metà degli anni settanta.

Certamente “quelli che hanno fatto il Sessantotto” ne portano la responsabilità, in positivo, in negativo, per ciò che hanno realizzato e per ciò che non sono stati capaci di vedere o di fare. Sono comunque una minoranza, per di più segnata da una diaspora che rende quasi impossibile assimilare delle esperienze, creare delle categorie. In ogni caso, un sessantaquattrenne o un cinquantenne di oggi (o chiunque sia nato tra il 1945 e il 1958) non è necessariamente uno “che ha fatto il Sessantotto”. Anzi, statisticamente è molto più facile che sia uno di quella maggioranza che proprio non vi ha preso parte, che in quegli anni ha pensato alla carriera, si è divertito nel simpatico clima di promiscuità, ha cantato indifferentemente canzoni di Battisti o di Guccini, al massimo una o due volte (per moda) ha gridato uno di quegli “slogan orribili” di memoria morettiana (da Caro diario).

Negli ultimi tempi, forse anche per la nausea di dodici mesi di celebrazioni del quarantennale, capita spesso di sentire manifestazioni di fastidio o di critica severa verso la fantomatica “generazione del Sessantotto”. C’è chi l’accusa di aver preso il potere e di averlo usato male, c’è chi le rimprovera di non averlo preso, c’è chi vede sessantottini “traditori” dappertutto nelle stanze dei bottoni, c’è chi li compatisce come sconfitti. Ma quali sessantottini, di grazia? A quali dei numerosissimi percorsi individuali (politici, culturali, personali) ci si riferisce?

È curioso, ma questi discorsi generazionali – con toni moralistici – non sono mai stati fatti per le generazioni che fornirono le avanguardie e la base di massa del fascismo. E durante il Sessantotto gli antifascisti storici e i partigiani erano amati e rispettati, nonostante facessero anche loro parte (come sparuta minoranza) delle stesse generazioni che avevano applaudito il Duce, avevano donato l’oro alla Patria, erano corse ad arruolarsi per la conquista dell’Impero o per “spezzare le reni alla Grecia”.

I propri anni si portano con dignità, o con indegnità, a dipendere da quello che si è realizzato. Questo vale per tutti: sessantottini, settantasettini, quarantenni, trentenni, ventenni. L’importante è fare qualcosa, no?


8 dicembre 2008 - Lo straordinario spopola

Pare incredibile, ma dall’ultimo intervento sul mio Diario sono passati solo otto mesi. Sembrano otto anni. Ammetto la delusione e la malavoglia, ma prego i cari lettori di comprendere che avevo davvero da fare. Qualche prova? Da allora, dopo le elezioni, sono usciti due miei libri, ci sono stati tre concerti importanti degli Stormy Six (tanto importanti che potrebbero essere stati gli ultimi), ho vinto uno degli ultimi concorsi universitari prima della “riforma” Gelmini, ho potuto ascoltare dalla viva voce di una funzionaria del rettorato la frase indimenticabile: «Ma lei, invece che andare in pensione, si fa assumere come ricercatore?»
Dunque, in attesa di diventare rapidissimamente associato, poi ordinario, poi preside di facoltà e poi rettore (grazie al rapido svecchiamento dell’università promesso dal governo, e per poter dare una risposta convincente alla funzionaria), ed essendo prevedibile che prossimamente sarò di nuovo molto impegnato, approfitto di una brevissima vacanza per sottoporvi una riflessione.

Lo “straordinario” spopola. Da almeno un decennio è uno degli inquinanti linguistici peggiori. Quando lavoravo a Radio Tre non potevo scambiare due parole con un intervistato che già incappavo nell’odioso aggettivo. E dire che allora li avvisavo, e premettevo nella corrispondenza un elenco di sinonimi e di perifrasi. Poi mi è toccato subirlo da ascoltatore e da lettore. “Straordinario” è entrato nella lingua di legno degli intellettuali (soprattutto “di sinistra”, con molte virgolette), come surrogato di qualsiasi anche modestissimo tentativo di argomentare un giudizio. Il grande regista, l’esimio direttore, l’austero filosofo, l’acuminato critico, il pragmatico architetto (spero che si capisca che la precedenza all’aggettivo cerca di mimare la retorica socio-culturale corrente), dicono che il tale spettacolo, il tale melodramma, il tale saggio, la tale performance, il tale progetto è “straordinario”. Basta, non c’è bisogno di altro. Se lo dicono loro... “Il tempo è tiranno”, si sa. E anche lo spazio concesso sulle pagine dei giornali. Quindi, perché dilungarsi in spiegazioni: è “straordinario”, no?

Arriva sempre un momento in cui le parole, dal lessico dei VIP della cultura, approdano alla pubblicità. È successo anche a “straordinario”. Forse non proprio ora, ci può essere stata qualche avvisaglia precedente. Ma quando un aggettivo entra con un ruolo da protagonista in uno spot della Barilla, è fatta. L’ansia per lo “straordinario” diventa di massa. Come al solito, l’adozione della lingua dei VIP (di “certi” VIP) è anche uno strumento per connotare le caratteristiche upmarket del prodotto. Quando “straordinario” apparirà in uno spot della Lidl il processo sarà davvero compiuto. Ma la barillazione di “straordinario” ci insegna comunque qualcosa.

Primo: è il segno che il tagliar corto con un giudizio apodittico, dopo esser stato a lungo un giochetto dei potenti, penetra in tutti gli strati della società. “Assolutamente”. “Straordinario”. “Senza se e senza ma”. Anzi: “Assolutamente straordinario, senza se e senza ma”. L’esasperazione dello scontro e della certezza della propria visione. L’inutilità del ragionamento, la pretesa di “aver ragione”. Un modo di alzare la voce senza nemmeno sforzare la laringe. L’anticamera di ogni guerra civile (ah, ne sono assolutamente convinto!).

Secondo (però...): perché proprio “straordinario”? Perché questo bisogno di meraviglia, di eccezionalità? Forse per restituire valore a un mondo arido? Perché si è incapaci di vera meraviglia, di restare incantati sempre e da ogni cosa (dalla natura, dalle altre persone, dalle creazioni scientifiche e artistiche - tutte - dell’umanità), e ci si rifugia nella “straordinarietà” di qualche “evento”? Chi non si piega alla retorica dello “straordinario” si inchina a quella della fede. C’è bisogno di un dio, dell’aldilà, di ciò che comunque non appartiene alla nostra vita e possiamo sperare solo di contemplare. A chi serve, se nessuno riesce a riconoscersi nell’ordinario? A chi serve, se l’ordinarietà della nostra vita (della maggior parte della nostra vita) è svuotata di valore, e le cose “straordinarie” sono fuori dalla nostra portata? Ma perché, allora, non cercare valore – e meraviglia – nell’ordinario?

(Ah be’, se riesco a diventare ordinario ve lo racconto!).


16 aprile 2008 - Un voto inutile?

Avendovi sollecitato con qualche suggerimento pre-elettorale, mi sento obbligato a sottoporvi una riflessione "post".

Ho votato Sinistra Arcobaleno sia alla Camera che al Senato, in Lombardia. Il mio dunque è stato, come molti altri, un voto "inutile". Ho la soddisfazione di osservare, però, che anche se avessi votato PD, e con me avessero fatto altrettanto tutti gli elettori della stessa area politica che hanno votato (quel ridicolo 3 e qualcosa percento), la sconfitta del PD sarebbe stata altrettanto nitida. A quanto pare, il PD non è riuscito a conquistare elettori se non attingendo al voto generoso, responsabile, spaventato, forse anche pavido, di chi nel 2006 aveva sostenuto Rifondazione, il PdCI, i Verdi, la sinistra DS. Se si tiene conto che in quelle quelle elezioni la Sinistra Democratica era ancora all'interno dei DS (e quindi i suoi voti non vengono calcolati nel totale della sinistra pre-PD) non c'è proprio male: probabilmente, questa enorme trasfusione da sinistra ha compensato i voti persi dal PD verso destra (Lega compresa).

Dato che con ogni evidenza i Colaninno, i Calearo, le Binetti non sono serviti a racimolare nemmeno un voto tra gli elettori moderati, se ne deve concludere che (come molto probabilmente era già nelle intenzioni) il risultato finale della campagna elettorale del PD sia stato (unicamente!) quello di cannibalizzare e distruggere la sinistra. L'avevo scritto anch'io un paio di settimane fa, l'hanno detto in molti: si è andati verso l'americanizzazione della scena politica italiana, con la sinistra ridotta a movimento d'opinione.

Ne è una prova la più che significativa ondata di livore di alcuni commentatori vicini al PD, la cui preoccupazione principale dopo il voto sembra quella di farci sapere che la scomparsa della sinistra dal Parlamento sia la conseguenza più importante e positiva delle elezioni. Michele Serra (che tristezza!) si compiace di suggerire, a chi secondo lui ha coltivato una "visione ombelicale del mondo" sottoponendolo continuamente al "vaglio del proprio giudizio ultra-selettivo", "molte altre attività dilettevoli (l'arte, le libere professioni, la fondazione di circoli intellettuali) che consentono una gioiosa pratica del senso di superiorità". Ma non è preoccupato che gli si rubi il ben pagato mestiere? Personalmente, posso candidarmi per un'anti-Amaca, o c'è posto solo per una?

A me sembra più interessante osservare che l'"orrenda legge elettorale" ha consentito (malgrado le aspettative del PD) una vittoria netta. Come quella che si pronosticava alla vigilia delle elezioni del 2006, e che l'Unione (e in particolare la sua componente pre-PD, cioè DS e Margherita) è riuscita a buttar via, con le sue indecisioni e con la farraginosità e vacuità del programma di quasi 300 pagine che, sommati all'esperienza dei primi mesi del governo Prodi, hanno fatto precipitare i consensi: da più 5% a meno 5% e oltre (mi permetto di far osservare a chi sia disorientato dall'aritmetica allegra dei giornalisti che un calo di dieci punti percentuali per una coalizione che raccolga circa il 50% dei voti corrisponde a una variazione in meno del 20%!). È davvero al di là di ogni sfacciataggine il fatto che Veltroni, commentando il "successo" del PD, abbia mostrato un grafico che illustrava il recupero dei consensi dopo la voragine in cui era precipitata l'Unione. Ma lui dov'era, nel 2006? Stava concordando con George Clooney il fondamentale, indispensabile (e, alla luce del risultato, efficacissimo) sostegno alla campagna del 2008? E dov'erano i suoi colleghi del PD?

Condivido in pieno le critiche e le autocritiche al cartello elettorale (altro non era) della Sinistra Arcobaleno: quelle stesse forze avrebbero dovuto riunirsi in un partito nuovo fin dai tempi delle manifestazioni per l'Articolo 18, ma i loro dirigenti devono avere tempi e metabolismo da vegetali (curarli con fitofarmaci?). Se mi è permessa un'annotazione professionale (come vedi, Michele Serra, sono già al lavoro) la presenza di quell'insulso "Arcobaleno" nel nome ha pesato un paio di punti. Una "Sinistra" e basta avrebbe avuto almeno il quorum alla Camera. Ma, sulle prospettive, nonostante la preoccupazione per cosa possa aspettarsi l'Italia con Tremonti all'Economia e La Russa alla Difesa, non sono pessimista. L'Italia non è l'America (a proposito: siamo proprio così sicuri che il Partito Democratico vinca lì?); noi – nonostante decenni di colonizzazione culturale – non mangiamo peanut butter, siamo un paese molto più piccolo e più densamente popolato, i sindacati non sono ancora stati totalmente svenduti e corporativizzati, i movimenti possono crescere, anche con il contributo di nuova manodopera intellettuale sottratta alle auto blu e alla buvette di Montecitorio.

E poi, basta guardare vicino: il trionfante Sarkozy, liquidatore (anche lui) della sinistra è crollato dopo un anno alle amministrative. E di una cosa sono ormai sicurissimo, insieme a tutti voi: anche Berlusconi avrà la sua Carla Bruni.


21 marzo 2008 - Il voto utile

Vorrei sottoporvi qualche riflessione sulla questione del "voto utile".

L'argomento, come sapete, viene sollevato spesso dai sostenitori del PD (e, a destra, del PDL). Sottintende che, a causa del sistema maggioritario (e soprattutto del sistema elettorale del Senato), non votare per i partiti maggiori significa disperdere il voto e danneggiare complessivamente la causa del centro-sinistra (o, se ne si è sostenitori, del centro-destra). Chi vuole potrà vedere che anche dal punto di vista tecnico la questione risulta mal posta.

Ma parliamone dal punto di vista politico, e con riferimento alla sinistra. Mi pare significativo che passi quasi completamente sotto silenzio il fatto che è stato il PD a rifiutare qualsiasi accordo con la Sinistra Arcobaleno, accordo che avrebbe reso immediatamente "utili" (alla causa di una coalizione che è stata unita per molto tempo) i voti dati a quest'ultima. Non solo: mi pare ancora più significativo che ci si dimentichi che l'idea di "correre da soli" è stata proposta per mesi e mesi da varie componenti del PD, ancora prima che si arrivasse alla fondazione del nuovo partito.

Sostenuto dalla stampa più vicina ai vertici del PD, alla fine ha vinto, quasi senza discussione, il "partito americano": e non dovrebbe proprio essere difficile capire che nella scelta di battezzare il partito col nome di quello di Kennedy, Carter e Clinton non c'è solo un'indicazione generica di simpatia filoamericana, ma anche la prospettiva dell'espulsione dal parlamento della sinistra, ridotta a movimento d'opinione, proprio come avviene negli USA. Per quanto non sia particolarmente incoraggiante l'esempio di Tony Blair, il suo partito si chiama comunque laburista e ospita un'ala sinistra non rassegnata, che occupa posizioni di potere non marginali (il sindaco di Londra, per esempio: a suo tempo espulso e poi riammesso).

Dovremmo ricordarcene, pensando soprattutto ai primi anni della guerra in Iraq, quando il Partito Democratico degli USA era immobilizzato, schiacciato dall'ubriacatura "patriottica", e le uniche voci che si facessero sentire contro la guerra (ma non rappresentate al Congresso o al Senato) erano quelle di intellettuali come Chomsky e Moore o di movimenti nati per l'occasione come Avaaz.

Questo è ciò che vuole il "partito americano" (e staremmo davvero freschi, se pensiamo alla nota indipendenza e al coraggio smisurato degli intellettuali italiani). Dunque non mi sembra fuori luogo l'appello di Fausto Bertinotti a votare per mantenere la sinistra sulla scena parlamentare italiana. E mi pare sensato il giudizio che se la sinistra dovesse restare all'opposizione (anche grazie alla scelta del PD di non fare accordi con la Sinistra Arcobaleno, a proprio danno), potrebbe comunque cercare di condizionare la politica del paese da lì, come ha fatto nei decenni in cui il governo è stato nelle mani della DC.

Forse, chi è di sinistra (per gli altri ovviamente il discorso non vale) dovrebbe anche considerare la possibilità di dare un voto che non implichi necessariamente una presenza al governo. È sempre stato un obiettivo, non una conditio sine qua non. E abbiamo votato PCI, PSIUP, DP, PDUP, sapendo molto bene che non si sarebbe vinto.

Certo, la prospettiva di un governo Berlusconi è sconfortante (era meglio Scelba? Tambroni? Andreotti?), ma allora si verifica un curioso corto circuito della logica politica: perché sono i dirigenti del PD (e gli opinionisti che li sostengono) a dire di non demonizzare Berlusconi, che in questo modo lo si è sempre favorito, eccetera. Ma il ricatto del "voto utile" non implica proprio questo atteggiamento?

So che vi interessa poco, ma non voterò per il PD. Nella mia regione (e vorrei, una volta, trovarmi a tu per tu con il responsabile di questa scelta) presenta fra i candidati di primo piano la Binetti. Mi spiace per gli altri. Avrei anche potuto votare per un moderato, come Nando Dalla Chiesa, ma non l'hanno presentato. Le altre opzioni (Sinistra Arcobaleno, astensione) le lascio aperte, per ora con una certa preferenza per la prima.


21 gennaio 2008 - Orologeria

Scrivo questo commento alle 20:45 del 21 gennaio 2008. A Radio Popolare imperversa il dibattito sulla decisione di Mastella e dell’UDEUR di togliere l’appoggio al governo Prodi. Non provo nessun piacere nel vedere che – come avevo scritto mesi e mesi fa, e come molti ormai già prevedevano – il governo cada (è inevitabile) per responsabilità diretta della sua ala destra.

Al di là del giudizio politico ovvio, mi sembra la sanzione definitiva del ruolo nefasto svolto dall’indecisione, dal moderatismo, dalla viltà di una parte del paese, sempre pronta a puntare il dito contro gli “estremisti”, mai contro il cancro delle mafie, delle baronie, delle clientele. Una parte del paese forse più piccola della classe politica che la rappresenta, ma non meno responsabile dei danni che tutti subiamo.

Molti si sono stupiti della “tempistica”, non si aspettavano questa mossa così presto. Ma si tratta, in realtà, di un congegno a orologeria, davvero perfetto (altro che quelli della magistratura!).

Qualcuno si ricorda forse che nella Giunta per le elezioni del Senato si doveva esaminare un ricorso, che se approvato avrebbe portato il governo Prodi ad avere tre voti in più nella camera alta? Ma quando mai doveva avvenire questo voto, e con quali possibili maggioranze?

Ecco la notizia, arrivata intorno alle 20:30 di oggi, 21 gennaio 2008

«La giunta per le elezioni ha rigettato tutti i ricorsi per i seggi del Senato contestati.

La Giunta per le elezioni del Senato ha rigettato i nove ricorsi presentati da Rosa nel Pugno, Idv, Verdi, Nuovo Psi e Udc per i seggi contestati a Palazzo Madama.

Il senatore Roberto Manzione ha spiegato che la decisione è definitiva, e l'aula dovrà procedere ad una "mera comunicazione" prendendo atto di quanto deciso dalla giunta.»

C’è altro da aggiungere? Sì, forse sì: la composizione della Giunta per le elezioni del Senato.


15 ottobre 2007 - Il milione che non ha votato

Alcuni amici, letto il mio commento «a caldo» sulle primarie del PD, mi hanno fatto gentilmente notare che la proporzione dei votanti del 14 ottobre 2007 rispetto a quelli delle primarie del 16 ottobre 2005 corrisponde quasi esattamente alla proporzione degli elettori dei DS e della Margherita rispetto al totale degli elettori dell’Unione alle elezioni politiche del 2006. Dunque, il milione di voti che mancano all’appello si spiegherebbe molto semplicemente col fatto che gli elettori di Rifondazione, dei Verdi, del PdCI, dell’Italia dei Valori, dell’UDEUR e degli altri partiti che facevano parte dell’Unione ma non partecipano alla fondazione del Partito Democratico non avessero alcun interesse a partecipare a queste ultime primarie.

Più che d’accordo, questa è una lettura plausibile. Peccato però che nessuno dei politici e dei commentatori che hanno parlato nelle scorse settimane di quei quattro milioni e mezzo di elettori del 2005 si sia mai ricordato che più di un milione di voti potevano non essere di elettori dei DS e della Margherita. Secondo loro erano sostenitori dell’Unione, «dunque» del PD. Un’ammissione freudiana – ma forse non è il caso di usare paroloni – del vero obiettivo di una parte del PD (e che ci sia «una parte del PD» è già in sé temibile): «far fuori» i partiti alla sua sinistra, presentandosi senza quegli alleati alle prossime elezioni politiche. Il numero dei non votanti del 14 ottobre, allora, è già una risposta sulla realizzabilità del progetto. Che siano cittadini stanchi dell’inesistente politica dei partiti, «perfettisti» o elettori della sinistra (o di Mastella, sì), sono stati circa un milione, il 22-23% dei votanti del 2005. Tra un quarto e un quinto degli elettori più attivi. Se fossi un sostenitore del PD, e soprattutto di quella «parte del PD», modererei le espressioni trionfalistiche.


15 ottobre 2007 - Più di tre milioni alle primarie

Come capacità di manipolare l’informazione e l’opinione pubblica non c’è male, e questo tutto sommato tranquillizza: non solo la destra ne è capace, dunque. Il metodo potrà essere usato anche alle prossime elezioni, amministrative o politiche: invece che dichiarare di aspettarsi il 40%, come molto imprudentemente Walter Veltroni ha sostenuto, basterà dire che sarà un successo se il PD raggiungerà il 20%; dopo di che, se il risultato sarà intorno al 30%, si parlerà di trionfo.

La coincidenza quasi perfetta tra queste cifre e quelle delle elezioni del 2006, e – nel rapporto fra di loro – con i dati delle primarie del 14 ottobre 2007, non è casuale. Manca all’appello un 22-23% (in rapporto al totale: un milione su quattro milioni e mezzo) dei voti espressi alle primarie del 2005. I commentatori favorevoli al PD «così com’è» fanno acrobazie per giustificarla, spiegando che questa volta votare «era molto più complesso». Me li vedo proprio, un milione di votanti alle primarie del 2005 che riflettono sul numero di candidati, sulla necessità di mettere una croce su più schede, e alla fine dicono, mordendosi la lingua: «No, non ce la faccio, è troppo complesso. Non andrò a votare.»

Intendiamoci, che ci siano (nonostante tutto) tre milioni e mezzo di elettori che vanno a votare alle primarie del PD è una brutta notizia per Berlusconi, Casini e Fini (che proprio se l’è voluta, portando in piazza le camicie nere il giorno prima). Quindi è un’ottima notizia per tutti gli altri. Ma quel milione che è rimasto a casa rimane una brutta notizia per il PD e per tutta la sinistra italiana: non è un milione di qualunquisti contrari alla politica, ma di persone contrarie alla mancanza di politica nella pratica dei partiti esistenti. Chi è proprio di bocca buona, o ha interessi in gioco perché beneficiato dalla politica «così com’è», festeggi pure. A me non è che piaccia essere scontento o «scomodo», non sono un «perfettista» (come evoca Edmondo Berselli sulla Repubblica). È il contrario: vorrei essere così candido e credulone da mettermi ad applaudire.


6 ottobre 2007 - La linea del partito e quella dell'intellettuale

A chi può interessare di sapere se voterò o non voterò alle primarie del Partito Democratico? Forse nemmeno a quelli che continuano a spedirmi gentilmente inviti a farlo, per questo o per quel candidato (sono stato fra quelli che hanno votato nelle altre primarie: il mio indirizzo è noto, anche se pare che non dovrebbe essere usato).

Non voterò. Questo non è un invito ad altri a seguire il mio esempio, ma qualcuno che non vota ci deve pur essere, anche tra quelli che parteciparono alle primarie del 2005. I conti sono presto fatti: allora fummo più di 4 milioni, ora si farà festa se i votanti saranno più di un milione. Io sarò uno di quei più di tre milioni che mancheranno all’appello.

Non faccio politica attivamente. Credo di fare politica con ogni mia azione, con ogni cosa che scrivo, con i miei comportamenti pubblici e privati. Ma non faccio politica militante. Ho tentato di fare politica militante anche relativamente di recente, ma sono stato – per così dire – respinto. Per fare uno dei vari esempi possibili, quando, insieme a un collega che è uno dei maggiori esperti di sistemi informatici del nostro paese, sono andato a una delle riunioni di fondazione del PdCI (autunno del 1998), sono fuggito dopo un’ora e mezza di relazioni in stile anni ’60 sullo stato delle contraddizioni nel pianeta, che finivano inevitabilmente in mugugni su «quei delinquenti di Rifondazione». Ho partecipato all’assemblea di fondazione dell’Unione (a Roma, febbraio 2004), sprofondando in una noia televisiva mortale, dalla quale emergeva l’unico intervento da statista: ahimé, quello di Giuliano Amato. Di quei giorni ricordo molto di più un’altra cosa: l’annuncio alla televisione spagnola – colto al volo facendo zapping in albergo – di un José Luis Zapatero candidato allora dato largamente per perdente, che in caso di vittoria socialista le truppe spagnole sarebbero state ritirate dall’Iraq.

Non faccio politica in o con un partito (non avrei nessuna obiezione di principio a farlo), ma la subisco. Più o meno esattamente cinque anni fa la mia collaborazione (di alcuni anni) con Radio Tre, fino ad allora pienamente soddisfacente, si è interrotta perché le mie critiche all’uso della musica registrata con l’introduzione delle playlist non sono piaciute al nuovo direttore, installato dal governo di centro-destra. L’ex-nuovo direttore, ora, è direttore di tutta RadioRai. Né cinque anni fa, né dopo la vittoria elettorale dell’Ulivo, i politici del centro-sinistra si sono interessati della radio: figurarsi del mio caso personale. Quando si parla dei licenziamenti e delle esclusioni operate in Rai durante il governo di centro-destra, se va bene, si ricordano «Biagi, Santoro, Luttazzi, la Guzzanti e decine di altri collaboratori». Avete mai sentito un solo nome, di quelle «decine di altri collaboratori?» Avete mai sentito che qualcuno abbia ripreso a collaborare con la Rai?

Dall’inizio di questo decennio (chiamarlo secolo o addirittura millennio mi sembra ridicolo: chiamiamolo uno dei decenni di merda più recenti) ho lavorato, sempre più intensamente, nell’università. Da allora i modestissimi compensi per questo lavoro sono soggetti, ogni anno, a una tassazione crescente (non vorremo che questi lavoratori autonomi la facciano franca con l’Inps, vero?), ed essendo rimasti rigorosamente invariati in cifra lorda sono progressivamente diminuiti al netto delle tasse e dei contributi. Il ministro dell’Università, l’anno scorso, ha dichiarato che se nella finanziaria di quest’anno non ci fossero state risorse sufficienti si sarebbe dimesso. Ci saranno? Chi lavora nell’università le vedrà, o finiranno in una partita di giro? E se non ci saranno, si dimetterà? Il fatto che l’onorevole Mussi (persona rispettabile) abbia deciso di non entrare nel PD non cambia la mia insoddisfazione: giro comunque la domanda al suo vice Nando Dalla Chiesa, caro amico.

Infine, stamattina scopro che la piazza più vicina a casa mia, Piazza Bernini, a Milano, sarà sventrata tra poco per costruire un parcheggio sotterraneo, per un centinaio di posti auto, con rituale eliminazione di una decina di alberi di alto fusto in perfetta salute, sconvolgimento del traffico per almeno due anni (almeno secondo la data dichiarata di termine dei lavori), mentre a poche centinaia di metri è ancora aperta la voragine di via Ampère, dove gli scavi hanno minacciato di far crollare i palazzi adiacenti. Questa politica di speculazione feroce, che non dà nessun beneficio ai cittadini, regalando terreno pubblico a immobiliaristi e costruttori amici degli amici, è stata contrastata a Milano solamente dagli abitanti dei quartieri. Ha suscitato più contraddizioni all’interno della stessa maggioranza di centro-destra che l’opposizione intransigente del centro-sinistra. Quando stamattina ascoltavo la gente del quartiere desolata e arrabbiata, avrei avuto la tentazione di dire: «Avete votato la Moratti? Ecco quello che vi meritate.» Ma ho taciuto, perché non ricordo che nessuno degli esponenti del centro-sinistra milanese (ora candidati per le primarie del PD) abbia speso una parola sul modo in cui la speculazione negli ultimi anni ha messo le mani sul sottosuolo della città.

Spero che tutto questo non passi per «antipolitica». O che contribuisca a spiegarla. La mia posizione non è dissimile da quella dell’intellettuale nella barzelletta grafica che un filosofo comunista di Berlino Est mi disegnò su un tovagliolo di carta circa venticinque anni fa, e che con piacere riproduco sul mio sito. Sarò uno di quei tre milioni che non voteranno. Può darsi che mi abitui.



16 settembre 2007 - Grillo e l'«antipolitica»

A un certo punto ho pensato di riprendere contatto con i lettori di questo mio Diario, che mi pareva di aver trascurato per poco più di tre mesi. Ne avevo già l’intenzione, ma credo che la causa scatenante sia stata la chiusura, per me molto dolorosa, del Diario della settimana. Solo dopo aver riaperto la pagina web mi sono accorto che il mio articolo precedente risaliva a sei mesi fa.
La sorpresa (e la vergogna: ci sono alcuni che hanno insistito perché trasformassi questo Diario in un vero e proprio blog, che però dovrebbe essere aggiornato in continuazione) non cambia la sostanza di quello che avevo pensato di scrivere, perché è la verità. Ed è questa.

Nonostante il ritmo degli impegni che mi sono letteralmente cascati addosso da marzo 2007 in poi costituisca di per sé una buona attenuante, non ho più scritto per questo Diario perché attonito e avvilito dagli sviluppi della situazione politica e culturale del nostro paese. Fortunatamente, finora, sono stato smentito sull’eventualità di un bombardamento dell’Iran, come accennavo in «Si chiamano Fernando» (il mio articolo del 22 febbraio); ma per tutto il resto ho avuto solo conferme. Non che ne rivendichi la paternità, ma le mie osservazioni sul calo di popolarità dell’Unione (in «Dàgli alle anime belle», 24 febbraio) sono riecheggiate nel lancio pubblicitario di un libro di Gianni Barbacetto, Compagni che sbagliano. Da allora, mi sono sentito in imbarazzo a ripetere come primizie riservate a pochi affezionati amici-lettori cose che ormai costituivano l’argomento principale delle prime pagine dei quotidiani. Eppure, vi ricordate che i quotidiani (ancora sei mesi fa) si occupassero dell’inconsistenza del programma dell’Unione, o delle ragioni del precipizio dei consensi, dal 5% in più prima delle elezioni del 2006 al 4% in meno (oggi 10%!) solo qualche mese dopo?

Ma non rivendico di aver visto quello che era sotto gli occhi di tutti, e che osservatori ben più acuti di me avevano già commentato (anche loro, nell’indifferenza dei media). Mi sembra utile tornare a parlare di queste cose perché dopo l’8 settembre la scena è cambiata. Non condivido tutti gli aspetti della legge di iniziativa popolare proposta da Beppe Grillo, non condivido il suo stile (preferisco Michael Moore, o lo stesso Nanni Moretti, se posso dirlo), anche se mi pare evidente che nella situazione attuale solo una persona che vive nei media e ne padroneggia il linguaggio possa raggiungere le masse.

E su una cosa Grillo ha ragione: quello che sta emergendo non è un movimento antipolitico, ma anti-politici, contro la stragrande maggioranza della classe politica attuale. I seguaci di Grillo, mi pare, sanno benissimo cosa sia la politica, l’hanno praticata o la praticano, la rispettano, e per di più sono in larga parte di sinistra. Qualificarli come sostenitori dell’«antipolitica» ha lo stesso tono (e la stessa funzione) delle accuse di antiamericanismo ai critici di Bush, di anticomunismo a chi denunciava la politica sovietica prima del ‘91, di antisemitismo a chi non è d’accordo con il governo di Israele, per non parlare degli epiteti di anticattolico, antiislamico, anticinese, ecc. Essere contro i politici corrotti o incapaci è (purtroppo, non solo per i medesimi) essere «contro la politica».

Ma la «politica» non c’entra niente. C’entra la qualità della politica esistente, incarnata in una ben precisa classe di parlamentari, funzionari di partito grandi e piccoli, e dei loro clienti e beneficiari. Peccato, davvero peccato, che né il Partito Democratico in corso di formazione, né l’altro partito che secondo ogni logica dovrebbe formarsi a sinistra di questo, sembrino volersi confrontare con un movimento che chiede una reale rifondazione della politica, e della politica di sinistra. Meglio andare dai giovani di AN, vero Veltroni?


15 marzo 2007 - Solidarietà a Silvio Sircana

Non solo perché sul mio Diario ho espresso dei dubbi sull'undicesimo dei dodici punti di Prodi, ma anche per questo, voglio testimoniare tutta la mia solidarietà a Silvio Sircana. Il comportamento politico del centro-destra – ivi incluso il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa controllati da Silvio Berlusconi – non solo imbarbarisce il confronto, ma rende ancora più radicale il ricatto di chi, prospettando la possibilità di un ritorno al potere di Berlusconi e della sua marmaglia orrenda, costringe il governo di centro-sinistra a un cabotaggio timido e al cedimento nei confronti dei moderati. Dovranno rendere conto al Paese anche di questo. Comunque, chi vuole vada a leggere quello che scrivevo il 24 febbraio (nell'ultimo paragrafo), o a proposito delle minacce di guerra in Iran. Sembrava che parlassi di chissà quale futuro: ci siamo già.


26 febbraio 2007 - L'undicesimo punto

So che molti che leggono queste righe – come ci sarebbe da aspettarsi, dato il mezzo – non sono di Milano. Se lo fossero tutti, non riceverei lettere che anche solo retoricamente o ironicamente sostengano che (per essere intervenuto contro il linciaggio di Rossi e Turigliatto, pur senza condividere le loro posizioni) io possa volere il ritorno al governo di Silvio Berlusconi.

Come potrei farlo, vivendo nella volgarità di questa città, ascoltando le risate sgangherate nei bar ogni volta che qualcuno nomina Prodi (“il mortadella”), osservando l’ostentazione quasi feroce di una ricchezza conquistata a furore di evasione fiscale, o per i servizi resi al Faraone. Vivo in mezzo a una maggioranza orrenda che si sganascia alle vignette di Forattini, che mi squadra quando all’edicola compro l’Unità, e che altrimenti (quando non può riconoscermi come un “comunista”) si aspetta che annuisca ai suoi commenti razzisti pronunciati in pubblico con una voce abbruttita dalla rabbia, dall’invidia, dall’odio per la cultura e le idee, da una lunga pratica di sopraffazione. Come potrei desiderare che il governo di centrosinistra perda, e Berlusconi vinca?

No, desidero precisamente il contrario. Vorrei dunque che il governo di centrosinistra avesse tutti gli strumenti più efficaci nella sua azione politica, ridando fiducia a quei sostenitori che come me hanno la sfortuna di vivere in quella parte del paese dove si concentra una larga percentuale dell’elettorato di destra. Perché qui non si tratta di cercare di non morire democristiani: qui si tratta di cercare di non morire fascisti.

Mi piacerebbe che il governo di centrosinistra avesse un programma conciso e chiaro, che su quello lavorasse come un sol uomo (si dice così, no?), che procedesse a tappe forzate per realizzarlo (magari convocando le riunioni alle otto, non alle dieci e mezza del mattino). Per la mia sostanziale moderazione e inclinazione all’equilibrio, mi piacerebbe una via di mezzo tra le 281 pagine del programma dell’Unione e i dodici punti di Prodi (fossero stati quattordici, con la regolamentazione delle convivenze e un impegno sulla precarietà, certo non avrei pianto). Ma anche dodici, sì, evviva.

Non capisco, però, il punto numero undici: “Il Portavoce del Presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di Portavoce dell’Esecutivo.” Certo, Prodi nella comunicazione non è un fulmine di guerra, e necessariamente obbliga altri dell’Esecutivo a prendere la parola per dire quello che lui non dice o dice troppo lentamente. Ma se il signor Sircana (bravissima persona, mi si dice: del che non dubito) deve diventare il Portavoce dell’Esecutivo – cioè non solo di Prodi, ma anche di tutti gli altri – comincio davvero a pensare che l’unica soluzione per noi milanesi di sinistra sia di emigrare.


24 febbraio 2007 - Dàgli alle anime belle

Mi ha veramente impressionato l’ondata delle reazioni contro i due “traditori” che hanno causato le dimissioni di Prodi, non votando la risoluzione sulla politica estera presentata al Senato lo scorso mercoledì. Una violenza verbale inaudita, soprattutto se si considerano le posizioni (di sinistra) di chi si è espresso in quella maniera. Per aver manifestato il dubbio che quel non-voto – per quanto riprovevole dal punto di vista della tattica parlamentare – avesse ragioni non del tutto disprezzabili (non ho minimamente accennato alla possibilità che io approvassi quel comportamento), sono stato oggetto anch’io di qualche insulto “collaterale”: mi si è chiesto se preferissi la politica estera di D’Alema o quella di Fini, mi si è dato del “pacifista a oltranza di merda”. Interessante l’attenuazione implicita in quel “a oltranza”: se la si toglie resta “pacifista di merda”, che mi sarei aspettato da un seguace di Fini o di Berlusconi, appunto.

Già, cos’è che fa scatenare impeccabili elettori dell’Unione, che chissà quante volte hanno marciato sotto le bandiere della pace, che hanno riempito Piazza San Giovanni ai tempi dell’articolo 18, a esprimersi con un linguaggio degno di Libero o della Padania? Presumo che sia la rabbia per un gesto “che consegna nuovamente il paese a Berlusconi”, come mi è stato scritto.

Ma è davvero così? Al di là degli sviluppi della situazione (in corso mentre scrivo), bisogna prendere atto che in ogni caso la Casa delle Libertà è largamente minoritaria alla Camera, e non ha comunque la maggioranza al Senato. Dunque l’idea che il gesto dei due senatori ribelli consegni il paese a Berlusconi è motivata dal fatto che, se si andasse alle elezioni anticipate, la Casa delle Libertà avrebbe buone possibilità di vincere. I sondaggi più recenti danno l’Unione al 47%, con un margine negativo del 4% rispetto alla CdL. Proprio da qui vorrei partire.

A un certo punto, prima delle elezioni dell’aprile 2006, l’Unione era in vantaggio (nei sondaggi) del 5%; margine che come tutti sanno è rimasto inalterato negli exit-poll, che poi si sono rivelati fasulli. In ogni caso, nell’arco di circa un anno, l’Unione è passata da un vantaggio del 5% a uno svantaggio del 4%. Come mai? È colpa di Rossi e Turigliatto? È colpa della sinistra radicale, dei “pacifisti a oltranza di merda”? Certo, una parte di quel calo di adesioni è attribuibile alle preoccupazioni dei moderati per l’estremismo dei “movimenti”, o per le divisioni fra i partiti maggiori e la sinistra radicale. Sicuramente i disordini dell’11 marzo 2006, con la loro eco ben orchestrata sulla stampa di centrodestra (senza che la stampa progressista – se c’è – si spendesse troppo sulla manifestazione neofascista che li aveva sapientemente provocati), hanno fatto perdere molti consensi, specialmente a Milano. E la discordia sempre latente durante i mesi di governo ha contribuito, forse non poco.

Ma bisogna proprio bendarsi gli occhi per non vedere gli effetti disastrosi sul consenso al centrosinistra che hanno avuto (nell’ordine): la farraginosità del programma, quasi trecento pagine spesso generiche e lacunose (ricordo quello che scrissi a proposito della parte dedicata alla cultura e all’informazione: 15 pagine su 232 di testo, un 6,5% di aria fritta); le dichiarazioni sciagurate di Prodi in materia fiscale, alla vigilia delle elezioni; l’approvazione dell’indulto; una finanziaria draconiana che non ha dato un centesimo a ricerca e università; riforme sminuzzate che hanno avuto come primo risultato la rivolta dei tassisti e dei farmacisti (e successiva parziale retromarcia); la ricerca ossessiva del gradimento di una chiesa insopportabilmente impicciona; e, in tutto questo tempo, l’inerzia totale o la lentezza estrema nell’affrontare le cosiddette leggi-vergogna del governo precedente, come documentato da centinaia di lettere di protesta indirizzate ai quotidiani (soprattutto l’Unità e la Repubblica); la percezione da parte di buona parte dell’elettorato che l’obiettivo principale dell’attività politica dei componenti del governo e dei maggiori partiti fosse la costruzione del Partito Democratico; last but not least, una comunicazione impacciata, al limite dell’afasia, da parte del capo del governo. Se si tornasse a votare presto, e il paese venisse riconsegnato a Berlusconi, queste sarebbero le cause principali, e non certo il comportamento delle “anime belle” nella seduta del 21 febbraio. Perché prendersela soltanto con loro, e con tutta quella violenza verbale?

Ho un’opinione, corroborata anche dalle versioni più moderate degli attacchi rivolti a Rossi e Turigliatto, da parte di giornalisti e commentatori indipendenti. La politica è arte del compromesso, dicono, e l’intransigenza (“a oltranza”?) sulle proprie convinzioni è sintomo di immaturità e di protagonismo. Sarà. Detto da opinionisti che da lustri hanno a disposizione le colonne dei maggiori quotidiani per esprimere le proprie (immutabili!) idee (e per specchiarsi, con la chioma al vento, sul loro cavallo bianco) sembra un po’ una predica proveniente dal pulpito sbagliato. Ma che trova riscontro in un popolo di sinistra (moderata) che in molti casi individuali ha subìto gli anni del governo di centrodestra mettendo in pratica una doppia morale: la denuncia rabbiosa del berlusconismo al potere partecipando a manifestazioni, scrivendo lettere, mugugnando in privato, e l’accettazione del compromesso nel proprio posto di lavoro. Quanti eroici antiberlusconiani nelle redazioni dei giornali, in Mediaset, nella pubblicità, alla Rai, tutti pronti a chinare la testa (altro che “schiene dritte!”) per salvare il cadreghino. E l’hanno salvato, certo. E che fastidio, dunque, quelle “anime belle”, che pretendono di mostrare coerenza, quella coerenza riprovevole che in altri paesi d’Europa e del mondo (gli stessi Stati Uniti di Bush) è la morale e la prassi normale degli intellettuali, dei politici.

Forse la riprova, purtroppo, non ci verrà data. Ma supponiamo che un governo di centrosinistra (forse il Prodi-bis) vada di nuovo sotto su un provvedimento inviso ai cattolici moderati. Gli grideranno “papisti a oltranza di merda”?


22 febbraio 2007 - Si chiamano Fernando

Come non unirsi al diluvio di proteste contro i due senatori della "sinistra radicale" che (astenendosi) non hanno votato la mozione sulla politica estera, costringendo Prodi alle dimissioni? Sciagurati, immaturi, traditori! Cosa aspettano a crescere?
Sciocchi vanitosi, dimenticheremo i loro nomi. Almeno fino a quando (si tratta di "quando", non di "se") l'aviazione degli Stati Uniti - forse servendosi di basi italiane - bombarderà l'Iran. Allora, respirando pulviscolo radioattivo e sorseggiando una birretta sulle spiagge italiane (o greche, o turche), bofonchieremo "Rossi, Turigliatto" (si chiamano entrambi Fernando, come il guerrigliero da cartolina della canzone degli Abba). E i nomi degli altri, che fanno finta di non sapere (o che magari davvero non sanno).

[Ho spedito questa brevissima riflessione ai miei amici, prima di trascriverla sul sito. Ho ricevuto molte risposte (di approvazione, di critica, di puntualizzazione) alcune delle quali – però – mi hanno lasciato perplesso. Che sia vero quello che sosteneva Salvatore Toscano, e cioè che gli italiani non capiscono l'ironia e la doppia negazione?]


23 gennaio 2007 - Musica d'arte e di consumo

Mi è difficile trattenere delusione e sconforto per l’intervista di Fabio Fazio a Maurizio Pollini, durante la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica 21 gennaio.

Molti musicofili (amici e colleghi che ho sentito a voce, altri che ho letto su vari blog) hanno criticato Fazio, per quella che è stata ritenuta “ostentata incompetenza”. Non entro nel merito. Può darsi che Fabio Fazio sia a disagio col repertorio “colto” (credo sia noto che si è laureato a Genova nel 1990 con una tesi su Elementi letterari nei testi dei cantautori italiani), ma a me il suo atteggiamento è parso più che altro una forzatura del ruolo di “popolarizzatore” che si ritiene spetti ai conduttori televisivi. Col rischio che – mentre Fazio cercava di spiegare al “grande pubblico” i concetti espressi da Pollini – il grande pubblico di Pollini, che si sarà messo all’ascolto della trasmissione, avrà trovato il livello dell’intervista inadeguato alla propria competenza, più alta.

Ma quello che mi ha deluso e sconfortato è stato proprio Maurizio Pollini, persona che ammiro fortissimamente, e che considero (se non altro per certe battaglie condotte dalla stessa parte, a cominciare da “Musica nel nostro tempo”) un amico. Non era la prima volta che sentivo parlare Pollini alla televisione, degli stessi argomenti che ha toccato il 21 gennaio. C’è stato un programma di RaiSat, intitolato (credo) “Musica della rivoluzione”, nel quale venne riproposto qualche anno fa il filmato di uno degli storici concerti dei primi anni settanta: forse al Comunale (oggi Valli) di Reggio Emilia, nel 1973, nel quadro delle manifestazioni di “Musica/Realtà”.

Claudio Abbado e Maurizio Pollini avevano presentato composizioni di Luigi Nono, e al termine i tre musicisti avevano sollecitato il dibattito col pubblico. Un giovane si era alzato, aveva detto di aver apprezzato molto la musica di Nono, ma di trovarla tutto sommato ostica; credendo di spiegarsi, aveva detto che gli piacevano molto i King Crimson. Ma né Nono, né Abbado, né Pollini sapevano chi fossero i King Crimson, e quindi era loro sfuggito il sottinteso del commento: che la musica di Nono risultava difficile al giovane ascoltatore, nonostante apprezzasse un rock tra i più radicali dell’epoca (più di vent’anni dopo, un eminente musicologo mio amico fraterno, ascoltando durante una mia conferenza un brano dei King Crimson registrato nel 1973 al Concertgebouw, mi disse: «Però, mica male questo minimalista. Chi è?»). Quindi, il commento scatenò un fuoco di fila, nel quale Maurizio Pollini era particolarmente acceso, contro la “musica di consumo”, prendendo di mira soprattutto gli arrangiamenti mozartiani di Waldo de Los Rios. Che coi King Crimson c’entravano moltissimo, evidentemente.

Durante l’intervista con Fazio, Pollini ha ripreso quasi con identici accenti (forse con meno scandalo) la stessa tripartizione statica e contraddittoria dell’universo musicale: la musica d’arte (ottima), la musica popolare (spesso molto buona, vedi l’uso che ne hanno fatto Beethoven e Bartók), la musica di consumo (brutta, onnipresente e inutile, col suo ostinato “bum bum” ritmico), più il jazz, che in alcuni casi è davvero musica d’arte. La spiegazione che Pollini (malgrado le frenate di Fazio) ha cercato di dare della varietà e della sottigliezza ritmica della musica d’arte rispetto alla musica di consumo, citando il caso del Sacre di Stravinsky, sarebbe stata molto utile trent’anni prima: forse il giovanotto emiliano avrebbe potuto spiegare che la ragione per cui lui e moltissimi cultori del progressive rock frequentavano la musica dei King Crimson era proprio la presenza di metri addittivi, di armonie politonali, di scale inusitate. Se Fabio Fazio avesse un minimo di conoscenza della popular music al di fuori della canzone d’autore italiana, avrebbe potuto citare a Pollini i nomi di Frank Zappa, dei Gentle Giant, dei Genesis (per non andare verso nomi troppo “difficili”); e che dire della popular music greca, turca, mediorientale?

L’arte, nel discorso di Pollini, si identifica con la qualità, e la qualità “fa bene”. Visione politicamente condivisibile. Ma la qualità è una proprietà esclusiva del repertorio “colto”? E chi la decide: è un dato universale, stabilito a priori o da una cerchia di eletti? O è socialmente organizzata? Pollini non si domanda come mai il jazz è stato a lungo considerato (negli ambienti “colti”) una musica rozza – tanto che lo stesso Adorno ne scriveva male anche dopo Monk, Parker, Davis, Coltrane – e solo negli ultimi trent’anni è entrato nel pantheon della musica d’arte? È forse cambiato il jazz, o è cambiato il giudizio da parte degli amanti della musica colta?

Contrapporre in modo così rude la qualità della musica d’arte alla banalità di quella di consumo, senza minimamente contemplare l’esistenza di popular music diversa da quella presentata in forma di caricatura, serve a conquistare alla musica colta nuovi ascoltatori giovani? O non serve piuttosto a creare un piccolo gruppo di nuovi snob, convinti della qualità della musica d’arte senza avere strumenti di comprensione diversi da quelli del più ottuso ascoltatore di “bum bum” ritmici?

Molti anni fa, durante un incontro nel quale Pollini mi aveva detto: «Tu che ti occupi di jazz...», sottintendendo un apprezzamento (mai che io mi occupassi di “musica di consumo”!), gli avevo promesso che gli avrei fatto avere una cassetta con una selezione di brani di popular music che secondo me, a un musicista raffinato come lui, avrebbe fatto comprendere all’istante che la questione della qualità e del valore estetico è più complessa e articolata di quello che il dualismo “d’arte”/”di consumo” lascia intendere. Una copia di quella piccola antologia, con la scritta “cassetta di Maurizio” dev’essere ancora tra le mie cassette. Mi sa che mi toccherà rispedirla.


18 dicembre 2006 - Minimo comune denominatore

L’ultimo in ordine di tempo (per me) è stato Pier Ferdinando Casini, ma quello che ho da dire è rigorosamente bi-partisan (aaaaargh!).

Dunque, anche per Pier Ferdinando, come per tutti i politici italiani (aspetto smentite), i conflitti fra le coalizioni o all’interno di una coalizione possono essere risolti trovando un “minimo comune denominatore” fra le diverse posizioni. È comprensibile, quindi, che i conflitti non si risolvano e che il clima sia sempre più esacerbato: perché il minimo comune denominatore non esiste!

Esiste il minimo comune multiplo (mcm) che, dati due interi a e b, è il più piccolo intero positivo che è multiplo sia di a che di b. Esiste anche il massimo comun divisore (MCD) di due interi, che non siano entrambi uguali a zero: è il numero naturale più grande per il quale possono entrambi essere divisi.

Ma il minimo comune denominatore proprio non c’è. Sì, è vero: quando si sommano due frazioni il denominatore comune si calcola facendo il minimo comune multiplo dei denominatori delle frazioni da sommare: ma una volta ottenuto quel denominatore, non è minimo rispetto agli altri denominatori. Ad esempio (traggo l’esempio da Wikipedia), la somma di 2/21 più 1/6 è 11/42, e chiunque vede che 42, per quanto sia il minimo comune multiplo tra 21 e 6, non è “minimo” né “comune” rispetto ai “denominatori” 21 e 6.

Il fatto che i politici (tutti, salvo smentita) siano ignoranti di aritmetica non mi colpisce. Quello che mi preoccupa è che, come indica la scelta di una metafora così balorda (cfr. G. Lakoff, M. Johnson, Metaphors We Live By, The University Of Chicago Press, 1980), siano ignoranti anche di politica.


11 dicembre 2006 - Presenza di spirito

9 dicembre 2006. L’ex ministro degli Interni Pisanu è ospite della trasmissione Che tempo che fa. Fabio Fazio gli offre (dopo l’intervento di Massimo D’Alema, la settimana precedente) l’occasione di escludere qualsiasi responsabilità del suo ministero negli ipotetici brogli elettorali.

Pisanu spiega pacatamente che non ci sono sistemi di trasmissione telematica dei risultati, sui quali potrebbe intervenire l’eventuale software trucca-elezioni descritto nel film di Cremagnani e Deaglio. Illustra tutto il percorso dei risultati, dal singolo seggio fino al Viminale, e arriva addirittura a sostenere che nessuna norma di legge prevede che il Ministero degli Interni comunichi i risultati dello spoglio man mano che pervengono. Lo si fa solo “per tradizione”, visto che gli unici risultati validi ai sensi di legge sono quelli proclamati in seguito dalla Cassazione. Fazio interloquisce professionalmente, punzecchia ma non troppo, come sa fare.

A un certo punto, però, Pisanu fa un’apertura imprevista: inizia a spiegare come, eventualmente, si potrebbero truccare i risultati durante lo spoglio, nei seggi. Le schede, dice, vengono suddivise e ammucchiate in varie pile: quelle relative alle varie liste, quella delle nulle, quella delle bianche, quella delle contestate. Il conteggio avviene solo dopo che queste pile sono state formate. Quindi, se qualcuno preleva dalla pila delle bianche un certo numero di schede, e le mette insieme (sotto?) alla pila delle schede di una lista, quando poi si procede al conteggio le bianche si sommeranno ai voti della lista. Si deve supporre (Pisanu non lo dice, ma lo si immagina) che a questo punto non si faccia un nuovo controllo delle schede: si contano quelle di ciascuna pila, e le si infilano in una busta, una per ogni pila.

È una rivelazione curiosa e non richiesta. L’ex ministro degli Interni sta spiegando come sia stato possibile (sia pure nell’assoluta inconsapevolezza del Viminale) trasformare schede bianche in voti di lista. Fazio, stranamente, non afferra l’occasione. Tanto che, poco dopo, Pisanu ci riprova, e rispiega il meccanismo. Di nuovo Fazio non interloquisce. Avrebbe potuto dire, che so: «Onorevole Pisanu, lei sta forse dicendo che i risultati sono stati alterati, sia pure in modo diverso da quello sostenuto dal film di Cremagnani e Deaglio?» Ma non lo fa. Tra l’altro, se le cose possono funzionare come Pisanu ha descritto, il controllo delle bianche e delle nulle recentemente deciso non ha nessuna possibilità di rivelare alcunché, visto che le bianche non contate come tali si troverebbero nelle buste delle liste alle quali sono state attribuite come voti validi!

10 dicembre 2006. Il Presidente del Consiglio Prodi viene fischiato da un pubblico di giovani durante il MotorShow di Bologna. Molto probabilmente la contestazione è stata innescata da un gruppo organizzato di neofascisti. Un filmato ripreso da Striscia la notizia e trasmesso la sera dell’11 dicembre mostra Prodi che indica tra la folla “quello lì, il capo dei fascisti”.

Ma il filmato mostra ben altro. Prodi arriva sul palco dove il critico musicale Red Ronnie sta presentando un’esibizione di Gianluca Grignani. A quanto pare l’esibizione è stata ritardata o interrotta perché il suono disturbava la conferenza stampa dello stesso Prodi, al piano superiore. Prodi arriva, accolto molto festosamente da Red Ronnie. Ma piovono fischi e insulti: Red Ronnie apostrofa il pubblico con un «No, non sono d’accordo!» e con presenza di spirito e professionalità propone di sfruttare l’occasione per discutere con il Presidente del Consiglio di politica musicale.

Inizia con un argomento per la verità logoro e impraticabile (ma nessuno dei presenti lo sa), quello dell’IVA sui cd; prosegue commentando le difficoltà dei musicisti emergenti e lo stato di crisi dell’industria. Prodi potrebbe rispondere da politico, entrare nel merito, isolando i provocatori di professione dal resto del pubblico, che resterebbe ad ascoltare. Ma no, se ne esce con una battuta che ricordiamo solo sulla bocca di qualche parroco di campagna o giovane dirigente della Fgci: «Non siamo qui per parlare di politica, siamo qui solo per divertirci.»

I fischi diventano una tempesta. Red Ronnie è visibilmente desolato e irritato: aveva fatto una battuta da grande spalla (o un passaggio smarcante da grande rifinitore, per quelli a cui piacciono le metafore calcistiche) e si trova a dover gestire una ritirata indecorosa.

Ahinoi, la presenza di spirito non è assoluta e immutabile. Nemmeno nei professionisti. In altre occasioni Fabio Fazio farà al Pisanu di turno obiezioni fulminanti, e magari a Red Ronnie verrà il fottone non per aver detto la frase giusta al momento giusto (come stavolta), ma per non averla detta. Prodi pare essere un cultore dell’esprit de l’escalier, che contraddistingue le persone che trovano mentre scendono le scale, a serata finita, la battuta che avrebbero dovuto dire durante la discussione.

Oh, solidarietà, come mi ci riconosco! Proprio per questo, però, non mi sono candidato io alle elezioni, ma ho votato (o desiderato di votare) politici navigati e competenti. Non gente che va al MotorShow in maglioncino, “non per far politica, ma per divertirsi”. Dove ho sbagliato?


1 novembre 2006 - Quanto vale la musica in Italia?

Una ricerca realizzata dal Centro ASK dell’Università Bocconi ormai ogni anno permette di accedere a un resoconto dettagliato dell’economia della musica in Italia. Una “stima del valore del sistema musica in Italia” offriva per il 2004 – l’ultima ricerca fu presentata a dicembre del 2005 – un totale di oltre due miliardi di euro: per la precisione, 2284,2 milioni di euro (la tabella ASK riporta “migliaia di euro”, ma si tratta di una svista).

È una cifra notevole, e sembrerebbe confermare l’obiettivo originario della ricerca promossa dal CORAM (un coordinamento di operatori del settore) nel 2001, sempre con il contributo scientifico della Bocconi, e della quale le ricerche successive hanno conservato l’impostazione e le fonti. Il comparto musicale – si sottintendeva allora e si continua a sottintendere – costituisce una componente non trascurabile dell’economia del Paese, e quindi se lo Stato non prende i provvedimenti che gli operatori del settore sollecitano, non solo danneggia la vita culturale della nazione, ma anche colpisce un ramo potenzialmente prospero dell’industria, penalizzando investimenti, contribuendo alla perdita di posti di lavoro, e così via. Un modo del tutto legittimo, a prima vista astuto, di catturare l’attenzione dei politici, in gran parte poco sensibili alle esigenze della cultura e della musica in particolare. All’epoca della presentazione della prima ricerca veniva dato molto risalto ai risultati di uno studio condotto negli USA, dal quale risultava che gli studenti che suonavano uno strumento avessero voti migliori in matematica e nelle materie scientifiche. L’idea che la musica e la cultura non abbiano un valore in sé, ma che servano ad altro (dallo studio della matematica al turismo) e solo in questa dimensione subordinata possano essere prese in considerazione e valorizzate, da allora ha fatto una certa presa sui politici italiani, come si può facilmente ricavare dalla lettura del programma elettorale dell’Unione.

Ma, tornando ai risultati della ricerca, viene da chiedersi se davvero il valore del sistema musica in Italia sia ragguardevole, e giustifichi da solo l’eventuale attenzione della politica. Come ho già fatto l’anno scorso per i miei studenti, ho confrontato i dati della Bocconi con i risultati dei principali gruppi industriali italiani nello stesso anno. A questo riguardo, la mia fonte per il 2004 è costituita da uno studio R&S Mediobanca, pubblicato la scorsa estate su la Repubblica.

L’industria musicale nel suo complesso, comprendendo la discografia, lo spettacolo dal vivo e le sale da ballo, l’editoria musicale, l’industria degli strumenti musicali, le scuole di musica, genera un volume di affari che è inferiore a quello di singoli gruppi industriali collocati intorno al ventesimo posto della graduatoria nazionale: i 2284,2 milioni di euro del sistema musica si confrontano con i 3255 di Luxottica, i 3100 di Indesit, i 2772 di Buzzi Unicem, così come nel 2001 il valore di tutto il comparto musicale superava di poco il fatturato della Barilla (da sola), ed era il doppio di quello di Armani. Chi fosse interessato ai dati completi (e alle ricerche CORAM e ASK) li può scaricare dal mio sito, alla pagina http://www.francofabbri.net/pagine/Uni_Download.htm (sotto il titolo Materiali per gli studenti).

Vorrei fare qui solo due brevi considerazioni.

1) Le ricerche come quelle del Gruppo ASK sono utilissime, vanno incoraggiate, si deve fare sì che i loro risultati siano conosciuti ampiamente, vanno estese e perfezionate, ma non ci si deve illudere che compensino la disattenzione dei governi verso le ragioni della musica. Le ricerche fotografano l’intero comparto musicale come una singola azienda in grave crisi (l’Alitalia, per dimensioni, si offre facilmente al confronto), e la mia opinione è che il rapporto fra valore economico del comparto e considerazione del valore culturale della musica vada precisamente ribaltato: non è il valore economico che può far comprendere l’importanza della musica nella vita nazionale, ma è la marginalizzazione, l’umiliazione del valore culturale della musica nel nostro Paese a fare sì che l’industria musicale sia così poco significativa economicamente.

2) Nelle ricerche della Bocconi non è mai apparso un dato sulle apparecchiature di riproduzione del suono (in quella del 2005 il dato è indicato come “non disponibile”). Ci sono buone ragioni metodologiche perché questo non sia avvenuto: non è sempre facile ascrivere tutte queste apparecchiature a un impiego musicale in senso stretto, e i dati sono certamente eterogenei e di difficile raccolta. Certamente i lettori di cd e di mp3, gli impianti hi-fi, gli impianti per le discoteche dovrebbero rientrare, mentre è più difficile valutare il peso da dare alle radio, alle autoradio, agli home-theater, e (perché no?) ai televisori e ai pc. Anche solo limitandosi agli iPod, a cd e masterizzatori e agli hi-fi “classici” si tratterebbe di cifre considerevoli, che aumenterebbero non di poco il valore del comparto musicale. Ma a me pare che la mancata inclusione di quei dati rifletta un carattere difensivo dell’industria musicale che è a sua volta sintomo (e causa) della sua crisi. Non credo che ci sarebbe da scandalizzarsi se qualcuno sostenesse che la radio non potrebbe esistere senza i prodotti dell’industria musicale; in misura minore lo si potrebbe dire della televisione; quanto il mercato dei pc e di Internet oggi sia guidato dalle attività musicali (scaricare files, masterizzare, ecc.) ce lo dicono le stesse pubblicità delle maggiori aziende del settore. La musica muove interessi colossali, ma l’industria musicale contempla il proprio ombelico, e lo trova piccolo, sì, ma bello.
Il mio corso di Economia dei beni musicali (corso di laurea in Scienze e Tecnologie della Comunicazione Musicale) inizia l’8 novembre 2006 alle 15:30 (Via Comelico 39/41, Milano, Aula Alfa).


18 luglio 2006 - Saluti

Al termine dello sciopero dei taxi, con giornalisti picchiati e passanti insultati, dopo il blocco ferroviario da parte dei tifosi di una squadra retrocessa, e precedenti disordini con un fotografo in prognosi riservata ecc. ecc., mentre in Libano e Israele ci si bombarda, e dopo che (mirabile confluenza del tutto) un gruppo di tifosi della nazionale è passato canticchiando minacciosamente il pò pò pò davanti a un ristorante libanese dove cenavo, parto. Come forse dimostra la foto qui sotto, scattata all'Avana qualche settimana fa, è meglio essere in piccola ma buona compagnia. Un abbraccio a tutti.



1 giugno 2006 - Una sera a cena

Una sera di qualche anno fa, in una casa di quella buona borghesia milanese progressista di cui tanto si parla. Se non ricordo male, in quei giorni infuriavano i bombardamenti su Bagdad (o forse era ancora l’Afghanistan). Ci si siede a tavola. La signora è seduta proprio di fianco a me: così ci ha piazzati la padrona di casa, certo non ignorando che la signora e io ci conosciamo da molto tempo, abbiamo condiviso idee politiche e interessi (la musica popolare), anche se non abbiamo più avuto occasione di frequentarci.

L’attacco è spiazzante: non ho fatto ancora a tempo a stendere il tovagliolo che la signora – rivolta senza dubbio a me – si compiace della sentenza di assoluzione per i dirigenti di una fabbrica che erano stati accusati di aver avvelenato per anni i loro operai con sostanze la cui cancerogenicità era nota e sulle quali avrebbero dovuto vigilare. Non faccio a tempo ad abbozzare una risposta che il discorso si è già spostato: ora la signora parla del rapporto con i suoi dipendenti, dice che è ora di smetterla con la confidenza e la falsa familiarità. Esige che nei rapporti di lavoro ci si impronti a una formalità rigorosa, e che ovviamente ci si dia del lei. Confidando in una complicità che sento comunque vacillare, le ricordo che anche Togliatti dava (ed esigeva) del lei. Non ride.

Tragicamente il discorso si sposta sulla guerra al terrorismo. Metto in dubbio che i bombardamenti delle popolazioni civili siano una soluzione buona per pacificare la regione, aggiungo qualche ovvietà (lo so) sulla guerra che genera – anziché sventare – il terrorismo. Immagino che quello che dico non piacerà soprattutto al marito della signora, che ha un incarico molto importante, diretta emanazione del governo degli Stati Uniti. Ma è la signora a rispondere. Non sopporta alcun accenno al confronto, se non all’equiparazione, fra le vittime innocenti dei bombardamenti americani e quelle delle Twin Towers. Se di fianco a me fosse seduta Condoleezza Rice la politica di Bush non avrebbe una mi-gliore rappresentante. Mia moglie, cercando di sdrammatizzare (memore delle assemblee alle quali certamente anche la signora partecipava) interloquisce così, tra evidentissime virgolette: «Non sono d’accordo con l’intervento della compagna che mi ha preceduto.» Non l’avesse mai detto. La signora non si riconosce, non si è mai riconosciuta in quell’appellativo. La situazione precipita. La serata si scioglie appena la buona educazione lo permette, non ci sarà un dopo cena. Non ho mai più messo piede in quella casa (di carissimi amici), né tantomeno incontrato la signora o il marito.

Oggi leggo, in una testimonianza di Luca Beltrami Gadola sulle pagine milanesi della Repubblica, che la signora è stata una delle cinque persone che hanno per prime proposto la candidatura di Bruno Ferrante a sindaco di Milano, con l’obiettivo di «catturare il consenso dell’area di centro, quella in cui si colloca la borghesia produttiva, la borghesia intellettuale, il ceto medio delle professioni e dei nuovi imprenditori». Non ho nulla contro Bruno Ferrante (che ho votato), e nemmeno in particolare contro la signora (che era candidata nella lista civica intitolata al candidato del centro-sinistra). Non capisco, però, la differenza rispetto a Letizia Moratti. E insisto a chiedere le dimissioni dei dirigenti milanesi dei partiti del centro-sinistra.


30 maggio 2006 - Il voto di Milano e i “moderati”

Negli anni Settanta a Carife, in provincia di Avellino, la sezione del PCI organizzava incontri con l’elettorato dal titolo: «I cittadini domandano, i comunisti rispondono.» Una volta, sulla porta della sezione apparve un cartello: «La riunione è stata annullata perché tutti i cittadini presenti erano comunisti.» Il segretario mi raccontava l’episodio con orgoglio, come sintomo della maggioranza schiacciante del partito nel paese (che fu poi distrutto dal terremoto). Lo stesso episodio, trasportato in anni più recenti, sarebbe stato più probabilmente un esempio dell’isolamento e dell’autoreferenzialità dei partiti, anche se c’è da temere che oggi una riunione simile, per quelle ragioni, non verrebbe annullata. Si dovrebbe, invece: se si convoca una riunione per “incontrare la società civile” e poi si vedono sempre le solite facce, occorrerebbe avere il coraggio di sospenderla.

Dopo la sconfitta di Ferrante alle elezioni per il Comune di Milano, i partiti del centro-sinistra si affrettano a consolarsi per aver ottenuto il miglior risultato da quando esiste l’elezione diretta del sindaco e promettono di tornare al lavoro sollecitamente, soddisfatti di aver trovato un metodo. Come cittadino, mi sembra una consolazione molto magra, in vista di cinque anni di governo di Letizia Moratti, per di più ostaggio di una Forza Italia al 32%: il sacco della città, direi, è garantito. Ma certo, per chi si dà da fare in politica, cinque anni di lavoro (non precario) non sono da buttar via, soprattutto se si è trovato il metodo.

Quale metodo? Perdonatemi, ma non essendo coinvolto nella vita dei partiti (ci dovrà pure essere qualcuno che gioca a fare la “società civile”, no? Almeno per non incorrere nel paradosso russelliano di Carife) non ho avuto occasione di farne conoscenza. Mi è arrivata qualche circolare via e-mail, che mi invitava a partecipare a riunioni nelle quali alcuni candidati avrebbero illustrato il loro programma: mi sono domandato quale fosse la novità, se ci fosse qualche alternativa rispetto al modello secondo il quale l’intervenuto occasionale si alza, gli tocca spiegare chi è, fa una domanda, gli viene risposto con sufficienza o deferenza (a seconda dell’impressione che ha suscitato presentandosi) e tutto resta come prima. Nel dubbio (?) non ci sono andato. Tanto avrei votato per Ferrante comunque: abbasso l’ipocrisia.

Eppure non dovrebbe essere difficile organizzare le discussioni diversamente, magari servendosi delle famose nuove tecnologie. Perché non chiedere preventivamente dei contributi via e-mail? Aprire delle liste? Arrivare a delle brevi riunioni di lavoro preparate, nelle quali ognuno sia messo nelle condizioni di contribuire in base alle proprie conoscenze ed esperienze? Se questo non avviene, l’impressione che i funzionari di partito o i candidati non vogliano essere disturbati o abbiano paura del confronto è difficile da respingere. Come è difficilissima da respingere l’idea che questo lavoro estenuante di preparazione dei programmi, che dovrebbe essere il nocciolo della politica, sia considerato dai partiti del centro-sinistra milanese come un fastidioso scotto da pagare nelle settimane che precedono le elezioni, dopo le quali (se si vince) iniziano le spartizioni e il “ghe pensi mi”.

Milano è una città ricca e incattivita, dove il numero di gradi di separazione fra ogni singolo cittadino e Berlusconi è minimo. Chi non lavora direttamente per Mediaset, o Publitalia, o Mondadori, o Mediolanum, eccetera, lavora per un loro fornitore. Parlare alla “Milano delle professioni”, come sognano politici e commentatori, non è facile. Ma bisogna almeno provarci. E provarci non significa semplicemente corteggiare i “moderati”. La nozione di “moderato” fatta propria dal centro-sinistra milanese è un esempio da manuale di categorizzazione subalterna, o di framing autolesionista (per usare i termini del cognitivista americano George Lakoff). È più che evidente, infatti, che esistono persone di classe sociale media o alta, non particolarmente inclini al progressismo, disposte a votare per il centro-sinistra, se i candidati e i programmi sono soddisfacenti (come è avvenuto con ogni certezza a Torino e a Roma). Ma definire questi elettori “moderati” è scorretto e dannoso. Scorretto perché in moltissimi casi il loro atteggiamento è cinico e radicale, più che moderato: non si fanno guidare dall’ideologia, ma dall’interesse e/o da un giudizio di valore di natura quasi estetica (come quelli che orientano la loro attività professionale). Dannoso, perché la categorizzazione li colloca immediatamente nel campo avversario, mentre non è scontato che sia così. Chiamiamoli elettori “politicamente agnostici” e ci si potrà ragionare.

Resta il fatto che – a quanto sembra – una parte non piccola dell’elettorato di centro-sinistra milanese non è andata a votare. C’è chi ha dichiarato di averlo fatto esplicitamente per protestare contro le scelte delle liste, se non per delusione dopo la presentazione del governo Prodi. Si tratta dunque di recuperare non solo l’elettorato politicamente agnostico che ha votato Forza Italia perché non convinto dai candidati o dai programmi del centro-sinistra (quello stesso elettorato che a Torino ha votato compattamente per Chiamparino), ma anche l’elettorato di sinistra che non è andato a votare, per le stesse identiche ragioni (sarebbe un altro caso di framing scorretto dire che siano ragioni opposte: candidati e programmi erano poco convincenti, punto). Ci sono responsabilità evidenti per tutto questo. Se i dirigenti dei partiti del centro-sinistra milanese sono convinti di aver trovato un metodo di lavoro efficace, e sono pronti a cinque anni di instancabile preparazione per la prossima vittoria, sarebbe un segno di grande disponibilità e generosità che presentassero subito all’elettorato (reale e potenziale) le loro dimissioni. Nelle tanto elogiate professioni di solito chi fallisce fa così.


16 aprile 2006 - Sondaggi fasulli

È davvero stupefacente l’insistenza con cui si commentano gli errori nelle indagini demoscopiche sul voto del 10-11 aprile riferendosi quasi esclusivamente agli exit poll. Sì, per chi ha seguito l’annuncio dei dati a cominciare dalla chiusura dei seggi quelle dodici ore (circa) possono essere state ricche di emozioni e di frustrazioni, ma il risultato elettorale è solo quello definitivo, e la sua maggiore o minore “stranezza” non si valuta da come è stato anticipato. La calcistizzazione della mente – grande risorsa a disposizione dell’ex presidente del consiglio – è arrivata anche a questo: a far vivere lo spoglio delle schede come un partita di calcio, come se l’ordine nel quale vengono annunciati vantaggi e svantaggi avesse qualche rilevanza sul risultato.

Al contrario, ben pochi parlano dell’influenza – sotto molti aspetti nefasta – che hanno avuto i sondaggi nel determinare le scelte politiche dei partiti, e in particolare di quelli del centrosinistra, nei mesi precedenti il voto. Supponendo che già allora il vantaggio per il centrosinistra fosse minore di quanto annunciato o inesistente, a causa della sottovalutazione delle reticenze o delle bugie di una parte dell’elettorato di centrodestra nel rispondere alle domande dei sondaggisti, i dirigenti dell’Unione e dei partiti di centrosinistra farebbero bene a riconsiderare certe loro decisioni, prese alla luce di sondaggi fasulli.

Se non fossero stati così sicuri “che si vince comunque”, avrebbero considerato diversamente l’ipotesi di tenere delle primarie per la scelta dei candidati, contrastando gli effetti partitocratrici della legge Calderoli? Avrebbero ugualmente riempito le liste di candidati “paracadutati” dalle segreterie in regioni dove erano sconosciuti o malvisti? Avrebbero ugualmente lasciato fuori o in posizioni “impossibili” candidati di valore, noti e apprezzati per la loro competenza e le loro battaglie? Avrebbero ugualmente rifiutato il contributo delle liste civiche? Avrebbero ugualmente puntato su un programma scritto in partitese, pletorico e allo stesso tempo lacunoso?

Ma i sondaggi li davano in vantaggio, e sicuramente non pochi di loro hanno accarezzato il sogno di vincere con un 5% di voti in più, e con il beneficio aggiunto di lasciar fuori dal Parlamento (o comunque dalla politica) tanti rompiscatole.

Adesso quegli stessi parlano di “paese spaccato” e tendono la mano al cane che affoga, che dovrebbe essere invece bastonato. Ma quale “paese spaccato”! Sì, in alcune regioni del Nord ci sono molti leghisti, fascisti e berlusconiani convinti. Ma quanti hanno votato per la CdL perché non era stato fatto il minimo sforzo per interessarli, con candidati credibili, con pratiche meno partitocratiche, con un programma meno burocratico e fumoso? Eh sì, “si vince comunque”. Complimenti!


27 marzo 2006 - La dichiarazione IVA di Prodi

Riporto un breve stralcio della notizia che l’edizione on-line di Repubblica dedicava il 26 marzo sera all’intervento di Romano Prodi alla manifestazione “L’Unione fa la Musica”.

Prodi ha individuato anche alcuni punti che questa legge dovrebbe toccare, e ha anche sottolineato che occorre che vi sia un coordinamento tra i ministeri competenti: “Per quanto riguarda l'Iva – ha detto Prodi – penso a una diminuzione dal 20 al 15 cento ma, non illudiamoci che questo cambia il mercato. Ridurre l'Iva è un atto, certo, di giustizia”.

Ho l’impressione che il cronista non abbia capito bene (non solo la consecutio e la punteggiatura): del resto l’articolo pubblicato sull’edizione cartacea del quotidiano, il 27 marzo, non porta tracce della presunta dichiarazione di Prodi sull’IVA.
L’argomento, ovviamente, è l’IVA sui prodotti fonografici, che è attualmente del 20%. Spiego qui di seguito perché – secondo me – è impossibile che Romano Prodi abbia veramente detto quello che la notizia gli attribuiva.

Nei paesi dell’Unione Europea esiste un’aliquota IVA ordinaria, che i paesi sono liberi di variare entro un minimo e un massimo.
Per esempio (la lista completa si trova qui: http://www.e-services.agenziaentrate.it/aliquote_iva/aliquote_iva-01.htm), l’aliquota ordinaria a Cipro è del 15% (valore minimo), in Gran Bretagna è del 17,5%, in Svezia del 25% (valore massimo). In Italia è del 20%.

Esistono poi aliquote ridotte (al massimo due), che le singole legislazioni nazionali applicano a prodotti e servizi particolari. Per esempio, la Danimarca non ha aliquote ridotte, la Gran Bretagna ne ha una (il 5%), l’Italia ne ha due (quella ridotta del 10% e quella superridotta del 4%). Le direttive comunitarie stabiliscono rigorosamente l’applicabilità delle aliquote ridotte a questo o a quel bene o servizio (l’elenco si trova nell’allegato H della Sesta Direttiva del Consiglio del 17 maggio 1977, successivamente modificata, che si può vedere qui: http://europa.eu.int/eur-lex/it/consleg/pdf/1977/it_1977L0388_do_001.pdf).
La ragione è semplice: il trasferimento di una certa categoria di beni a una aliquota ridotta non deve rientrare nell’autonomia decisionale dei singoli stati, dato che provvedimenti unilaterali sarebbero turbativi della concorrenza.

Questo è il quadro normativo che ha finora impedito la riduzione dell’IVA sui fonogrammi. I fonogrammi non sono compresi nella lista dei beni ammessi alle aliquote ridotte; le uniche possibilità per ridurre l’IVA “sui dischi” sono le seguenti: 1) ridurre l’aliquota ordinaria, cioè su tutti i beni e servizi; 2) rinegoziare la direttiva europea sulle aliquote ridotte.

La prima ipotesi è inapplicabile, per gli effetti devastanti che avrebbe sul gettito, e in ogni caso non avrebbe il carattere selettivo, rivolto ad aiutare l’industria discografica in crisi, che viene invocato dagli operatori del settore. La seconda ipotesi trova un’opposizione determinatissima da parte di alcuni stati membri, in particolare la Gran Bretagna: quindi, occorrerebbe un’azione concertata di molti paesi dell’Unione, col rischio comunque di trovarsi di fronte a un veto (le modifiche all’elenco dell’allegato H devono essere approvate all’unanimità).

Se ne era accorta a suo tempo la titolare del ministero della cultura del governo Zapatero appena insediato, che aveva prima annunciato in pompa magna la riduzione dell’IVA sui dischi in Spagna, per fare una precipitosa marcia indietro (del tutto ignorata dai media) pochi giorni dopo.

Quindi, ridurre l’IVA sui fonogrammi dal 20% al 15% sarà senz’altro un atto di giustizia, ma è quasi impossibile da realizzare: Prodi, con la sua esperienza europea, non può non saperlo.


26 marzo 2006 - Concertare, tutti insieme

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho spedito – su invito degli organizzatori – perché fosse letto durante la manifestazione “L'Unione fa la Musica”, tenutasi a Milano, alla quale ha partecipato Romano Prodi.

L’Italia è il paese della grande musica, dei teatri d’opera, delle sale da concerto, di cantanti, solisti, direttori che il mondo ci invidia. È il paese di Rossini, Verdi, Puccini, Nono, Berio, della Scala, della Fenice e di Santa Cecilia, di Pavarotti, Pollini, Accardo, Abbado, Muti.

Ma è anche il paese di alcuni tra i più importanti festival del jazz del mondo e di alcuni tra i jazzisti più noti, è il paese della musica da film, è il paese di una delle più ricche tradizioni di musica popolare, è il paese della canzone napoletana, della canzone d’autore, di una produzione pop, rock e dance da tempo riconosciuta sul piano internazionale, di gruppi e di etichette indipendenti seguiti con attenzione e passione, almeno da trent’anni, nei luoghi più impensati del pianeta. L’Italia, quindi, è anche il paese di Umbria Jazz, di Enrico Rava e Paolo Fresu, di Rota, Morricone, Piovani, Bacalov, di Leydi, Carpitella e Bosio, di Giovanna Marini e del Nuovo Canzoniere Italiano, di Salvatore Di Giacomo e Roberto Murolo, di Modugno, Tenco, De André, Battisti, di Conte e Ramazzotti, di Mina e della Pausini, di Arezzo Wave, del MEI, degli Area e dei Subsonica.

L’Italia è anche un paese afflitto da una crisi cronica del mercato discografico, da problemi e difficoltà nel settore radiofonico, da una legislazione in materia di previdenza dello spettacolo, diritto d’autore, informazione, farraginosa e piegata all’interesse di pochi. In Italia l’Enpals tartassa i musicisti che suonano per pochi euro nei bar per pagare le future pensioni di Totti e di Del Piero. L’Italia è uno dei pochi paesi del mondo dove l’educazione musicale non sia obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado.

Questa banalissima constatazione rende piuttosto deludente la lettura delle pochissime pagine che il pur ricco programma dell’Unione dedica alla musica, limitandosi ad occuparsi dei tagli al FUS operati dal governo di centrodestra e di qualche altro aspetto dello “spettacolo dal vivo” (strana definizione, visto che sembra riguardare solo le attività lirico-concertistiche e il balletto). Qualcosa non ha funzionato nella stesura di questa parte del programma: convocare per delle audizioni alcuni dirigenti di istituzioni e associazioni legati al mondo delle fondazioni liriche e degli ambienti della musica colta evidentemente non era sufficiente. Bisognava e bisogna fare molto di più, aprire gli orizzonti, sentire più voci.

Eppure, chi è stato finora escluso dovrebbe rifuggire dalla tentazione di costituire una lobby alternativa, con l’intenzione pur comprensibile di risolvere i problemi dei settori dei quali la politica non si è occupata, o si è occupata male. L’esperienza della cosiddetta “Legge Veltroni”, due legislature fa, dovrebbe essere tenuta presente. Allora, nonostante il testo cercasse di risistemare l’intervento dello Stato nelle attività musicali con una prospettiva più ampia, sia pure con molti limiti e alcune strane esclusioni (non si nominava mai il jazz, per esempio), non si arrivò mai a un vero confronto delle parti interessate. Il mondo della musica colta insorse, temendo (anche se la legge in discussione non ne dava il minimo appiglio) che si sarebbero tolti soldi alla Scala o alla musica contemporanea per darli “a Venditti” (fa ridere, ma allora si diceva così). E il mondo di quella che la legge chiamava impropriamente “musica popolare contemporanea” si comportò come se difendere le condizioni di sussistenza di uno dei patrimoni culturali dell’umanità (la grande tradizione operistica e strumentale italiana) non riguardasse tutti, ma solo dei privilegiati.

Ci sono, è chiaro, delle incomprensioni storiche. Ma vanno superate. Una delle frasi più ricorrenti, in tutto il programma dell’Unione (anche col rischio dell’indigestione), è quella che richiama la necessità di operare in una logica di sistema. Va fatto anche per la musica. Uno dei primi impegni del nuovo ministro dei beni e delle attività culturali, se ­ come ovviamente speriamo ­ sarà scelto da Romano Prodi, deve essere quello di convocare un tavolo di discussione aperto a tutte le componenti della vita musicale italiana, trasversale rispetto ai generi, che coinvolga tutte le attività: dalla creazione (autori, interpreti, editori e loro rappresentanti) alla critica e alla ricerca, dall’organizzazione di opere, festival e concerti all’industria discografica, alla radio, alla televisione, ai servizi on-line, e non dimenticando l’educazione e la formazione (scuola, conservatori, università) e le organizzazioni del pubblico. Abbiamo tutti bisogno di conoscerci, e di imparare. “Concertazione”, una parola che sta al centro del programma dell’Unione, è un termine musicale, non dimentichiamolo.


13 marzo 2006 - Se ne vado

«Che lei si alzi e se ne vada è una cosa che lei non può dire», ha detto Lucia Annunziata all’inizio del battibecco finale con Silvio Berlusconi, nella ben nota intervista del 12 marzo. E cosa ha risposto il Presidente del Consiglio? «Allora, mi alzo e se ne vado.» Un piccolo lapsus. Può essere interpretato in due modi:

1. Berlusconi ha una scarsa padronanza della lingua italiana;
2. quando è alterato, Berlusconi dice quello che pensa veramente: e cioè che lui si alza, ma in realtà è Lucia Annunziata che se ne va.

Teniamone conto, perché anche quando gli elettori gli avranno detto che se ne deve andare, farà di tutto perché siano loro ad andarsene. Non è un errore, e non è uno scherzo.


8 marzo 2006 - L'appello di Umberto Eco

L’Unità dell’8 marzo pubblica un appello di Umberto Eco ai “delusi della sinistra” (si trova sul sito www.libertaegiustizia.it). Ecco il passaggio essenziale: “… è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. È questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. È proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi.
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità – direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.”

È molto importante che Eco, uno degli intellettuali (dei pochi) che trovano ascolto fra i dirigenti del centrosinistra, osservi in modo così accorato che il pericolo maggiore per l’Unione non venga dall’indecisione permanente dei mitici “indecisi di centro” o dalla scomparsa dei molto ipotetici “delusi dal centrodestra”, ma dalla rabbia di chi ha sempre votato a sinistra e nei cinque anni del governo Berlusconi ha dato l’anima per opporsi. Eco teme, e forse con lui anche qualcuno dei dirigenti del centrosinistra, che questi “delusi della sinistra” non vadano a votare.

Ahimé, posso rispondere solo per me stesso. Ho già preso l’impegno di votare. Ma, mi spiace per Eco (anche se so che il suo invito non va preso alla lettera), non sacrificherò i miei sentimenti. Sono e resterò furibondo per la leggerezza, l’incompetenza, l’ipocrisia, l’arroganza con cui tutti i partiti del centrosinistra hanno affrontato la redazione del programma, la battaglia parlamentare sulla legge elettorale, la compilazione delle liste, la campagna. Certo (certissimo!) Eco non ne ha responsabilità, ma – per citare solo alcuni casi – dopo aver eliminato dal programma i pacs, escluso dalle liste o collocato in posizioni “impossibili” candidati combattivi e competenti (il caso Giulietti, il caso Cortiana…) per fare posto a candidature di apparato e/o imbarazzanti, dopo aver rifiutato gli apparentamenti per evitare che nemmeno un singolo voto andasse a candidati diversi da quelli decisi dalle segreterie, ci vuole una bella faccia tosta a chiedere di “sacrificare i sentimenti”.

L’appello di Eco, forse, avrebbe più efficacia se fosse fatto proprio almeno da uno dei partiti dell’Unione, accompagnandolo non dico da un’autocritica (per carità!), ma da due o tre promesse. Faccio la mia lista
:

1. Dopo le elezioni, il programma sarà sottoposto a una verifica seria e ampia, con tutti gli strumenti possibili.
Se posso fare un esempio specialistico (si veda quello che scrivevo il 18 febbraio), la parte sullo “spettacolo dal vivo” – curiosissima denominazione, visto che si parla solo di musica colta e balletto – verrà rielaborata in riunioni che non prevedano solo la partecipazione dei funzionari dei partiti e di cinque presidenti di associazioni di categoria, tutti provenienti dal mondo delle attività lirico-concertistiche: si terrà conto del fatto che in Italia si fa anche jazz, musica tradizionale, popular music, che esiste una crisi gravissima del settore discografico, che esistono seri problemi di concentrazione monopolistica nella radiofonia oltre che nella televisione, che la trasmissione radiotelevisiva di musica non riguarda solo lo “spettacolo dal vivo”, che l’uso disinvolto o truffaldino delle norme fiscali sui prodotti destinati alle edicole sta distruggendo la distribuzione discografica, e contemporaneamente fa sì che i giornali abbiano quasi del tutto abbandonato il genere della recensione, sostituendolo con la pubblicità redazionale dei cd e dvd allegati; amerei che dal programma di una coalizione di centrosinistra scomparissero foglie di fico come: “Dedicare maggiore attenzione alle espressioni artistiche giovanili, compresa la musica italiana contemporanea…” Espressioni artistiche giovanili?

2. Dopo le elezioni, sarà immediatamente rivista la legge elettorale. Qualunque sia il meccanismo scelto (maggioritario o proporzionale o misto, con l’indicazione di preferenze o no) i partiti del centrosinistra si impegneranno a una riforma radicale degli strumenti e delle modalità della loro democrazia interna, facendo in modo – anche attraverso elezioni primarie, se necessario – che TUTTI i futuri candidati (non solo i leader) siano scelti dall’elettorato attivo, e non dalle segreterie.

3. Dopo le elezioni (se vinte), le ingiustizie sfacciate perpetrate ai danni di parlamentari del centrosinistra non ricandidati nonostante le loro competenze, l’esperienza, la stima degli elettori (che nulla avranno potuto fare per rieleggerli), saranno ricompensate con incarichi di governo adeguati.

Temo che non avrò risposta. Eco si tranquillizzi: voterò, voterò. Da ateo, in forte dubbio tra tutti i neoconvertiti (cantava Svampa, traducendo Brassens: “Disen che al dì d’incoeu sia un fatto scunvulgent de minga ave’ la fed’ de prufessàa un bel nient”) e gli unici “laici”, metà dei quali fino all’altroieri stavano con Berlusconi. Avevo pensato ai Comunisti Italiani, il cui responsabile culturale, però, ho sentito giorni fa affermare che “La musica è un linguaggio universale.” Perbacco!


20 febbraio 2006 - Una lettera all'Unità

Forse ha ragione Nando Dalla Chiesa a rimproverare di ingenuità politica e di narcisismo i portatori degli innumerevoli e disordinati reclami, rivendicazioni, puntualizzazioni che si affastellano ogni giorno sulla scena politica del centrosinistra ("Chi si fa del male", l'Unità del 20 febbraio 2006). Ma perché queste voci si uniscano, si diano una disciplina, ci vorrebbe la fiducia in una guida che abbia fatto davvero proprie quelle rivendicazioni, che abbia anche fatto una scelta fra di loro, dopo averle ampiamente discusse. Non è così: da una parte ci sono i gruppi dirigenti dei partiti che approfittano (senza remore, senza scuse, spesso senza vergogna) del potere di nomina e autoconservazione che la legge elettorale di Berlusconi ha loro regalato, dall'altra ci sono le voci di coloro che i partiti relegano al ruolo di inascoltati di professione, visto che i ruoli di politici di professione sono tutti occupati e bloccati, da anni. E visto che parliamo dei tranelli e dei trucchi della nuova legge elettorale e di come il vociare narcisista e disordinato ci caschi in pieno, perché non ricordare che il meccanismo rende indispensabile raccogliere ogni singolo voto, attraverso liste apparentate? Dalla Chiesa è d'accordo, oppure ritiene - con il capo del suo partito - che servano solo "a far diventare senatore qualcuno"? L'unità la si decide tutti insieme, o è soggetta al potere discrezionale delle segreterie?


18 febbraio 2006 - Il programma dell'Unione

L’Italia ha una priorità assoluta: liberarsi del governo di centro-destra, impedire a ogni costo che Silvio Berlusconi continui a essere Presidente del Consiglio e che diventi Capo dello Stato. Dato che questo è l’obiettivo, come molti (spero la maggioranza degli elettori) il 9 aprile andrò a votare, e voterò per una delle liste che sostengono Prodi.

Non posso fare a meno di notare, però, che questa priorità implica il forte rischio di un ricatto: che dovendo per forza votare per il centro-sinistra si sia costretti a sostenere qualsiasi candidato e qualsiasi programma.

Già molti (ad esempio Mario Portanova, Gianni Barbacetto, Alberto Fiorillo su Diario del 17 febbraio 2006) hanno osservato che la legge elettorale, combinata con le attitudini dei partiti, fa sì che a noi elettori tocchi ratificare le scelte delle segreterie per candidati che – di fatto – risulteranno non eletti ma semplicemente nominati, cooptati dai vertici.

Ma cosa dire del programma? La parte relativa a informazione e cultura (parlo solo di quella, per ovvie ragioni di competenza e di interessi) occupa 22 delle 281 pagine del programma, il 7,8%. Non è molto, se si pensa che l’avversario ha conquistato il potere attraverso il controllo dell’informazione (della televisione, della radio, dei quotidiani e dei periodici), possiede alcune delle principali case editrici e società di distribuzione cinematografica, e si è vantato (a suo tempo, con il presidente degli Stati Uniti) di aver diffuso in Italia i valori della cultura americana attraverso serial televisivi come Dallas e Dinasty.

In realtà, tre delle 22 pagine sono dedicate a “Una cultura dell’attività fisica” e quattro sono copertine e pagine bianche, quindi le cifre che ho indicato sopra si riducono a 15 su 232 pagine di testo (escludendo copertine e indici), pari al 6,5%.

Per attenermi ai miei argomenti di interesse più prossimi, il sostantivo “musica” si trova nell’intero testo solo due volte: non è citato, per esempio, nella parte relativa alla scuola, nonostante uno dei primi atti del governo di centro-destra sia stato la cancellazione della riforma dei cicli scolastici che introduceva l’insegnamento della musica nelle scuole di ogni ordine e grado. Del resto, riguardo alla musica il programma si limita a invocare il ripristino del FUS al livello precedente ai più recenti tagli: nessun accenno all’informazione musicale, alla crisi della discografia, e più in generale al valore delle musiche nella cultura contemporanea. Se queste mie osservazioni paiono troppo specifiche, si legga con quale estremo dettaglio invece il programma esamina argomenti (come i beni culturali e architettonici, o la stessa cinematografia), dove evidentemente i collaboratori alla redazione erano più ferrati o fortemente interessati.

La parola “radio” ricorre otto volte. Una volta (come sostantivo) là dove si parla dell’interconnessione fra i corpi di polizia. Le altre sette nell’aggettivo “radiotelevisivo”, usato come passepartout in contesti dove comunque (invariabilmente) ci si occupa soltanto di televisione. Il programma non ritiene di doversi occupare del medium più diffuso, né del crollo degli ascolti delle reti radiofoniche Rai, né delle arretratezze tecnologiche (l’abbandono del digitale terrestre radiofonico, a favore di quello televisivo e degli interessi conflittuali del capo del governo) legate alla legge Gasparri.

Ma d’altra parte, cosa ci si può aspettare da un programma incapace di definire la cultura come un valore in sé, ma solamente come fattore subordinato ad altri? Proprio così: “La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l’economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico.”

Ignoro nella maniera più assoluta chi siano gli “esperti” che hanno collaborato alla redazione di questo programma. Il livello di approfondimento sui vari argomenti è singolarmente diseguale: qua e là si intuisce la mano del funzionario ministeriale, del lobbista (in senso buono, per carità), del funzionario culturale di questo o quel partito. Alcune parti (quella sulla musica, ad esempio) sono patetiche. Non presumo di essere più competente di alcun altro nei campi di cui mi occupo, ma credo di essere noto per le mie posizioni politiche, e più di una volta mi sono offerto di dedicare il mio tempo al lavoro di elaborazione del programma, con il mio modestissimo contributo. Come per molti altri (tutte le persone che conosco), silenzio totale, vuoto pneumatico. Credo che questo sia perfettamente in linea con le decisioni (che spero non irreversibili) di non ricandidare persone capaci e competenti come Giuseppe Giulietti o Fiorello Cortiana.

Sui temi di carattere politico e sociale più generale (i Pacs, il Corridoio 5, ecc.) non ho nulla di diverso da dire da quello che migliaia di cittadini di sinistra traditi stanno gridando in questi giorni.
Se il programma doveva essere una foglia di fico, potevano dircelo. Il guazzabuglio che è venuto fuori dalla “fabbrica” non è buono nemmeno ad essere usato come argomento propagandistico, dal gruppo dirigente più incapace (salvo rarissime eccezioni), tecnicamente sprovveduto e arrogante che la sinistra italiana (il centro-sinistra…) abbia mai avuto.
Ripeto, li voterò lo stesso. Poi (che si vinca, o che si perda) faremo i conti.


2 novembre 2005 - Rock e lento

Chissà se avevamo davvero bisogno del giochino “rock/lento”. Nuovo, comunque, non è: si rigenera a qualche anno di distanza dall’edizione precedente, cambiando titolo per le due categorie. Negli anni d’oro del rock si chiamava “in/out”. Però Adriano Celentano e i suoi autori potevano trovare un nome diverso per la categoria “out”: “lento” funziona malissimo. Prima di tutto, per ragioni logiche: Celentano, o chi per lui, contrappone due categorie, una delle quali però implica l’altra. Mi spiego. Fin dall’epoca del rock ‘n’ roll originale, quello al quale Celentano si è sempre ispirato, il genere era definito dalla compresenza nel repertorio di brani veloci, agitati (Blue Suede Shoes, All Shook Up) e di brani lenti (Love Me Tender, Crying In The Chapel). Il personaggio di Elvis Presley, e con lui il rock ‘n’ roll “classico”, sostanzialmente si regge grazie all’identificazione fra la sovreccitazione del bulletto di provincia con la tenerezza romantica del bravo studente, e sulla difficoltà di decidere quale dei due sia più pericoloso. Dunque, fin dagli anni cinquanta “rock” e “lento” non sono contrapposti, ma due anime (Jekyll e Hyde?) della stessa musica. Quando poi, nella seconda metà degli anni sessanta, la musica diretta al consumo simultaneo di un largo pubblico giovanile di massa (la definizione è di Simon Frith) comincia a chiamarsi “rock” e basta, la “slow rock ballad”, cioè il “lento” del “rock”, diventa una componente ancora più significativa del genere. È mai possibile immaginarsi il rock senza Yesterday, Lady Jane, Michelle, Since I’ve Been Loving You, Wish You Were Here? Quindi il rock è anche lento. Se posso aggiungere una considerazione personale, il fatto che Celentano, per accontentare la parrocchietta, abbia qualificato Zapatero come “lento” mi è parso squallido, ai confini del miserabile. Ma se Zapatero è “lento” come It’s All Over Now, Baby Blue, come For No One, come God Only Knows, come A Salty Dog, come Bridge Over Troubled Water, come Imagine, come Purple Rain, e Celentano è “rock” come Prisencolinensinainciusol e come Tre passi avanti, non ho dubbi su chi e che cosa scegliere.


1 ottobre 2005 - Requiem per Radio Tre

Sul numero di “Diario” in edicola dal 30 settembre è pubblicata una lettera di Giovanna Marini che recita (il titolo penso che sia redazionale) un “Requiem per Radio Tre”. Chi volesse leggerla la può trovare sul sito degli Amici di Radio Tre (http://www.amicidiradio3.com).

Sono naturalmente d’accordo con Giovanna, sia per il contenuto, sia per il tono, sia per la necessità di tornare a sollevare oggi una questione che è attuale ormai da tre anni (il “nuovo corso” di Sergio Valzania iniziò col palinsesto autunnale del settembre 2002). Giovanna Marini, però, parla da una prospettiva quasi privilegiata, quella di un’ascoltatrice effettivamente in grado di ricevere le trasmissioni di Radio Tre.

Da un po’ di tempo, e con accentuazione progressiva, ascoltare Radio Tre è diventato sempre più difficile. Non solo in seguito alla decisione della Rai di togliere Radio Due e Radio Tre dalle Onde Medie, ma anche per la politica aggressiva dei network privati, che aumentano continuamente la potenza dei loro trasmettitori in Modulazione di Frequenza, invadendo le frequenze adiacenti a quelle a loro assegnate. Se mi è permesso un esempio personale, da quest’estate non mi è più possibile ascoltare Radio Tre a casa mia, se non con un sintonizzatore hi-fi fornito di antenna: le piccole radio portatili (grazie alle quali la mia radio preferita mi seguiva in tutte le stanze della casa) ora non ricevono nemmeno l’ombra di un segnale. Abito a Milano, non in una zona sperduta e deserta.

Le difficoltà di ricezione sono certamente una delle ragioni del fortissimo calo di ascolti di Radio Tre. Si sa che i metodi di rilevazione di Audiradio sono molto poco affidabili, criticati dallo stesso direttore di Radio Tre (il quale peraltro siede nel Consiglio di Amministrazione di Audiradio, senza che questo sembri causargli il minimo imbarazzo), ma il calo ormai è ben superiore al margine statistico di un metodo obsoleto. Si potrebbe dire, quindi, che la causa principale del calo di ascolti sia indipendente dalla programmazione, e quindi dalla responsabilità di Valzania: il che potrebbe spiegare per quale motivo un direttore delle trasmissioni radiofoniche che – dalla data del suo insediamento – ha visto precipitare tutti i dati di ascolto non sia stato ancora sostituito. È un caso unico nell’editoria, anche nella stessa Rai. A meno che la sua mission non fosse precisamente quella di far calare gli ascolti…

Ma no, a rileggere le dichiarazioni di Valzania all’inizio del suo incarico a Radio Tre (di Radio Due era già direttore) si coglie chiaramente l’intenzione di riposizionare la rete, riducendo l’età media degli ascoltatori, anche col rischio di vederli temporaneamente diminuire, e puntando a un target pubblicitario più appetibile per gli investitori. Per ottenere questo risultato, occorreva rivoluzionare il palinsesto, caratterizzare la radio con un sound riconoscibile, eliminare redazioni e collaboratori troppo legati a un altro modello di radiofonia (vecchio, a giudizio di Valzania). È rispetto a questi obiettivi che – in un’azienda seria – si misurerebbe la riuscita del progetto del direttore.

Niente di tutto questo. Al prezzo dell’eliminazione di alcune delle trasmissioni più amate (anche e soprattutto da un pubblico tutt’altro che decrepito), come Mattino Tre, Le oche di Lorenz, Buddha Bar, al prezzo dello snaturamento di altre trasmissioni sopravvissute (come Radio Tre Suite, che ha perso tutte le sue rubriche basate sull’uso intelligente della musica registrata), la Radio Tre di Valzania non solo ha perso ascoltatori, ma è diventata una radio vecchia, meccanica, per di più con scarsissimo appeal pubblicitario. La zavorra che rende Radio Tre indigesta si concentra in particolare nella fascia quotidiana che doveva costituire il gioiello della gestione di Valzania, Il Terzo Anello. La parte musicale, basata su una schedatura massiccia e pedante di brani messi in onda senza una logica e presentati goffamente e con miriadi di errori, è diventata proverbiale per noia e superficialità; la parte culturale e di attualità, in larghissima parte, è stata sottomessa alle clientele politiche e confessionali del direttore, quando non utilizzata per ingraziarsi potenziali voci critiche.

Che si possa ringiovanire l’ascolto di una radio mandando in onda nel tardo pomeriggio del sabato una serie di puntate mortalmente noiose sulla figura di Giorgio La Pira, o sottoponendo gli ascoltatori ad ammorbanti reportage dalla Via Francigena (privi di qualunque documentazione sonora del pellegrinaggio), appare veramente un progetto temerario. Ma tutte le volte che Valzania è stato posto di fronte al fallimento dei suoi proclami di rinnovamento, puntualissima, nel giro di un paio di settimane, è arrivata un’intervista su una testata di larga diffusione, di volta in volta a cura di questo (o questa) o quello (o quella) fra i più affezionati visitatori dell’Ufficio Scritture di Via Asiago, per serie più o meno lunghe di programmi per Radio Due o Radio Tre. Non dubito, avverrà anche stavolta, e Valzania avrà modo di contrattaccare, presentandosi come una vittima, rispondendo alle confortevoli domande del cicisbeo di turno.
Del resto, il metodo con cui reagisce alle critiche è invariabile: quando può, coopta e azzittisce, contando sull’opportunismo e la viltà; quando sa di non potere, entra nel ruolo del satrapo. Chi critica viene bandito, allontanato dal microfono e dalla memoria, escluso dall’informazione.

Conosco bene il meccanismo, essendone stato l’oggetto in tutti i modi possibili: a Radio Tre non si può parlare dei miei libri, della mia musica, dei miei studi; perfino della Conferenza della Iaspm a Roma (con oltre trecento studiosi di tutto il mondo lì a portata di mano) non si è parlato perché era noto che io ero fra i promotori. Al Festival delle Letterature di Mantova ho presentato un autore statunitense, Ashley Kahn, in un pomeriggio affollatissimo. Per qualche ragione, l’autore è stato intervistato da Fahrenheit (ah, Fahrenheit, la resistente!) il giorno dopo, senza di me. Certo, non arrivo a pensare che Valzania si occupi di queste minuzie. Basta l’ignavia, la timidezza, la paura di chi non vuole fare la mia stessa “fine”, o anche solo dispiacere un pochino al feudatario.

Si dice che Sergio Valzania sia particolarmente vicino (politicamente e spiritualmente) al Presidente della Camera. Certamente condivide con lui l’implacabile efficienza nel perseguire gli obiettivi del governo di Berlusconi e l’ineffabile sfacciataggine di farsi credere indipendente da quegli obiettivi, misurato, perfino cordiale. Si dice che Sergio Valzania punti ancora più in alto, in Rai, quali che siano i risultati delle prossime elezioni. A giudicare dalla bestiale indifferenza della politica (anche e soprattutto di centro-sinistra) verso ciò che avviene nel mondo della radio, ci riuscirà. Dopo aver distrutto Radio Tre, cara Giovanna: hai ragione.



1 luglio 2005 - Dove sono i nostri Billy Bragg?

Ho un’opinione (modesta e poco originale, lo so): che la fame dell’Africa sia il risultato di secoli di rapina delle risorse naturali e umane di quel continente da parte della “civiltà occidentale”. Capisco che risvegliare centinaia di milioni di coscienze addormentate, anche solo sulle conseguenze tragiche di quella rapina, possa essere utile. Ma se non si fa niente per accennare (almeno!) alla causa principale della rovina dell’Africa, si rischia di ingigantire quel circolo vizioso di aiuti, corruzione, debiti che alimenta i conti in banca di qualche dittatore e il giro di affari delle imprese occidentali coinvolte nelle opere finanziate dagli aiuti.

Non discuto la buona fede di Bob Geldof, né di alcuno dei musicisti coinvolti nel Live Eight. Ma mi fa specie la presenza del tutto minoritaria – soprattutto nel programma di Roma – di cantanti e gruppi che abbiano fatto della lotta contro quella rapina una ragione profonda della loro attività artistica. Non importano le etichette politiche; chiamiamola lotta antimperialista, anticapitalista, chiamiamola pure indipendenza artistica, dignità personale: credo che chiunque legga queste righe abbia idea del profilo dei musicisti che potrebbero salire sul palco del Circo Massimo dando il senso di una radicata e radicale solidarietà con la tragedia africana e con tutti gli oppressi del mondo, e di quelli che invece sarebbero comunque bene accolti per una testimonianza, ma la cui traiettoria artistica e professionale si è sempre mossa lontanissimo da quella solidarietà. Ora, è evidente che questi ultimi siano in larghissima maggioranza.

Intendiamoci bene, non invoco una selezione di “duri e puri”. Ma, vivaiddio, questa è una manifestazione politica, secondo le chiarissime indicazioni dei promotori. E allora assume un segno politico illuminante (e poco gradevole) non la presenza di Biagio Antonacci, Laura Pausini, Cesare Cremonini e di tutte le altre benemerite star del pop che hanno voluto partecipare, ma l’assenza (che non si può non pensare sia deliberata, programmata) di tanti altri nomi che certamente rappresentano meglio presso i giovani italiani le istanze di lotta contro lo sfruttamento e la povertà. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma basterebbe voler dare un’occhiata alla programmazione dei centri sociali, delle feste politiche, e perfino alle classifiche di vendita dei dischi per rendersene conto. C’è una lunga storia, che va dai Cantacronache alle posse, che è stata messa alla porta. Come al solito, bisogna dire.

Insomma, a Edinburgo ci sarà Billy Bragg. Dove sono i nostri Billy Bragg, il 2 luglio? Forse la direzione artistica del concerto romano (toh! Un discografico!) ha valutato che ci avrebbero fatto fare brutta figura?




27 giugno 2005 - Grazie ai pesci in barile

Dopo l’ultima pagina di questo diario e la lunga pausa che l’ha seguita, chi legge è autorizzato a pensare che l’autore sia rimasto senza parole. Forse. Di fatto, l’11 giugno 2005 il computer grazie al quale tengo aggiornato il sito ha chiesto e ottenuto tre settimane di ferie. Ora è troppo tardi per dire se il risultato dei referendum mi abbia sorpreso, o se lo prevedessi. Ma posso dire che la mia fiducia che i destinatari abituali delle mie circolari andassero certamente a votare era mal riposta, e già nella settimana precedente all’apertura dei seggi avevo avuto modo di accorgermene.

Ci sono numerose persone “di sinistra” (alcune mi hanno scritto) che non sono andate a votare: se invece di giocare sulle percentuali (che nessuno sa maneggiare, tranne i venditori e gli studenti di stechiometria) e pontificare sulla “quota fisiologica di astensioni”, ci si basa più semplicemente sul numero di voti espressi, si vede che all’appello dei votanti che si sono presentati ai seggi manca circa un quarto di coloro che nel 2001 (nelle elezioni perse…) avevano votato per i partiti di centro sinistra. E questo non tiene conto di coloro (un milione abbondante di elettori) che hanno votato NO, rispondendo all’appello di Fini e di altri antiastensionisti. Se si include – con tutte le cautele possibili – quest’ultimo dato, si vede che circa un terzo dell’elettorato di centro sinistra si è ben guardato dal presentarsi ai seggi. Seguendo le indicazioni di chi, secondo voi?

Il raggiungimento del quorum era difficilissimo, o impossibile: ammesso che tutti gli elettori di centro sinistra fossero andati a votare, a loro si sarebbe dovuta aggiungere circa la metà degli elettori di centro destra, sfidando la campagna astensionista dei rispettivi partiti. Magari si poteva contare su un piccolo recupero di elettori che si erano astenuti alle politiche del 2001, delusi dal centro sinistra e però sensibili ai temi referendari. Ma per il misero risultato raggiunto non servono molte spiegazioni: i referendum sono stati boicottati da una parte del centro sinistra. Dai pesci in barile, appunto: più chiaro di così!

6 giugno 2005 - Pesci in barile (lettera agli amici e alle amiche)

Carissime e carissimi,

spero di non darvi troppo disturbo.

Immagino che sia superfluo ricordarvi di andare a votare il 12 giugno: molti degli appelli che ho ricevuto mi hanno fatto un effetto strano “come può pensare che io sia uno che non vota?”), e non vorrei che questo messaggio vi infastidisse allo stesso modo.

Come forse molte e molti di voi, in questi giorni ritorno spesso con la memoria alla frase pronunciata da Nanni Moretti in Piazza Navona. La mia ammirazione per Moretti non mi spinge a pensare che sia (o fosse allora) un veggente, ma non ho dubbi che quando disse che con questi leader non avremmo mai vinto avesse in mente – fra le varie, infinite possibilità – una situazione come quella alla quale stiamo assistendo.

Ho anche pochi dubbi, e molti me li sono tolti in questi giorni, che tra “questi leader” qualcuno meritasse il commento di Moretti più di ogni altro (l'innominabile marito della Palombelli, per esempio). Ma, se Nanni permette, la questione non riguarda tanto o solo le possibilità di vittoria, quanto il significato stesso della parola.

Chi è che vince, e che cosa vince? Può benissimo essere che questi nostri navigatissimi leader diano per scontato il mancato raggiungimento del quorum, e preparino le condizioni per negoziare in tempo utile un accordo unitario di qualche tipo (chi si ricorderà dei referendum, quando ci cascherà in testa una finanziaria tragica?), che permetta al centro-sinistra di ottenere la maggioranza alle politiche del 2006.

Ma per che cosa? Per quale politica? Per ottenere che i soliti noti di centro-sinistra ritrovino i loro posticini di potere ora occupati dai soliti noti di centro-destra, come mostra in modo esemplare l'elezione del nuovo CdA della Rai? Per andare via dall'Iraq e dall'Afghanistan “con i tempi richiesti dalla comunità internazionale” (e preparare altre “missioni di pace”)? Per mettere mano alla riforma delle pensioni? Per quale altra sostanziale dimostrazione di continuità rispetto ai governi della Casa delle Libertà?

Ma soprattutto (dato che questo interesse, credo, ci accomuna), per quale politica culturale? Voi che siete abili utenti di programmi di scrittura, avete provato a contare quante volte ricorre la parola “cultura” nei programmi o nelle dichiarazioni di intenti dell'Ulivo/dell'Unione? O gli esoterici sostantivi “musica”, “arte”, “letteratura”, “cinema”, “teatro”, o addirittura “filosofia”, “scienza”? Per quale strana (ma non misteriosa) ragione in questi documenti si usa sempre e solo il sostantivo “saperi” (così, al plurale) e non si chiamano le cose col loro nome? E qualcuno di voi ha mai chiesto di farsi ascoltare, di collaborare alla formulazione di una politica culturale del centro-sinistra, o della sinistra? Magari la famosa Fabbrica del Programma? Cosa vi è stato risposto? Avete mai avuto risposta?

Cosa ne pensano i nostri famosi leader a proposito delle manovre in corso, da parte di funzionari mediocri e fino a ieri sera fedeli ed efficacissimi attuatori delle politiche della Casa delle Libertà, per accreditarsi come moderati degni di continuità e promozione in un futuro quadro politico di altro segno?

Non pensano, i famosi leader. Sono impegnatissimi a fare i pesci in barile. Alcuni, in vista dei referendum e della caccia all'elettorato moderato, ne fanno una professione (oh, quanti sono spariti dal dibattito o parlano rigorosamente d'altro, adesso che bisognerebbe dire se si va a votare o no).

Il barile è sigillato bene, questo sì, ma il pesce dentro puzza. O, come diceva una bella canzone degli Art Bears (Rats & Monkeys), “le mura si sgretolano / è vero, ma le porte / sono bloccate”. Ci vorrebbe una bella scossa. Che so, un 55% di votanti ai referendum. O anche sette voti più dello stretto necessario, alla bolzanina.

Per questo vi ho scritto.


26 maggio 2005

You’ll Never Walk Alone è stata scritta da Richard Rodgers (musica) e Oscar Hammerstein II (parole), per il musical Carousel, che debuttò a Broadway il 19 aprile 1945. Il clima della Seconda Guerra Mondiale, che stava per finire, non è certamente estraneo al carattere sia della melodia che del testo. La canzone ha avuto molti interpreti, tra i quali Judy Garland, Frank Sinatra, Perry Como, Conway Twitty, Nina Simone.

Nell’ottobre del 1963 uscì una versione su 45 giri di Gerry and The Pacemakers, un gruppo di Liverpool che dal giugno del 1962 aveva firmato un contratto con Brian Epstein e incideva per la Columbia sotto la direzione artistica di George Martin. Il singolo salì al secondo posto delle classifiche inglesi nella settimana del 26 ottobre, dopo Do You Love Me? di Brian Poole and The Tremeloes e davanti a She Loves You dei Beatles, e fu al primo posto per tutto novembre, prima di cedere proprio ai Beatles.

Oltre che dai tifosi del Liverpool, che l’hanno adottata come inno ufficiale, la canzone è stata a lungo cantata durante le marce per la pace negli anni sessanta.

Il testo dice così: «Quando cammini in una tempesta / tieni alta la testa / e non aver paura dell’oscurità. / Alla fine della tempesta / c’è un cielo dorato / e il canto dolce e argentino dell’allodola. / Continua a camminare nel vento / continua a camminare nella pioggia / nonostante i tuoi sogni siano scossi e agitati… / Cammina, cammina, con la speranza nel cuore / e non camminerai mai da solo / non camminerai mai da solo.» Ferale per il Presidente del Consiglio, l’ascolto della canzone potrebbe essere suggerito (e magari imposto) ai politici dell’opposizione, sostituendo il futuro degli ultimi due versi con un imperativo.


25 maggio 2005

A un mese di distanza, riparo a una mancanza di informazione. Durante lo spettacolo di Appunti partigiani del 25 aprile scorso gli Stormy Six hanno eseguito per la prima volta una nuova orchestrazione di Stalingrado e La fabbrica. Al gruppo (erano presenti Carlo de Martini, Tommaso Leddi, Umberto Fiori, Franco Fabbri, Pino Martini) si sono aggiunti gli archi di una formazione proveniente da varie orchestre, compresa quella del Teatro alla Scala: Daniele Parziani e Alessandro Vavassori (violini), Francesco Lattuada e Danilo Rossi (viole), Luca Franzetti e Mario Brunello (violoncelli), Omar Lonati (contrabbasso). L’orchestrazione era a cura di Tommaso Leddi e Carlo De Martini.

A giudicare dalle reazioni del numerosissimo pubblico presente e dai messaggi che sono arrivati nei giorni successivi, è stata una bella cosa. Naturalmente nessun giornale ne ha dato notizia, ma questo è del tutto normale. Purtroppo senza gli archi aggiunti, le due pericolossime canzoni (da evitare accuratamente in festival, spettacoli e dischi “di sinistra”, come il Primo Maggio, il Mantova Musica Festival, le antologie discografiche dedicate alla Resistenza) saranno eseguite nuovamente nella serata inaugurale del Mittelfest, a Cividale del Friuli, il 16 luglio 2005. È un luogo periferico, i moderati possono stare tranquilli.


18 maggio 2005

Due piccole osservazioni sulla laurea in Scienze della Comunicazione conferita a Vasco Rossi:

1) Chissà se i colleghi giornalisti impareranno mai che la laurea ad honorem la si dà ai morti (quella che si dà ai vivi si chiama laurea honoris causa). Pare che la toga indossata da Vasco Rossi allo Iulm costasse 700 euro. Si spera che fosse abbastanza ampia per permettergli di fare discretamente i debiti scongiuri.

2) Vasco Rossi è un bravo autore di canzoni, un ottimo cantante rock, un grande comunicatore, non si discute. Ed è anche una persona cordiale e rispettabilissima. Non c’è nulla di male se lo Iulm (oltre che farsi un po’ di pubblicità) ha ritenuto di premiarlo. Però, non molto tempo fa, alla stessa università è stato proposto di ospitare la conferenza internazionale della più grande associazione di studi sulla popular music, dove sarebbero intervenuti più di trecento studiosi di oltre trenta paesi, a portare i risultati delle loro ricerche, coltivate nelle numerosissime università di tutto il mondo (Italia compresa) dove si studia seriamente la popular music. I responsabili dello Iulm hanno detto che non erano interessati. La conferenza si farà lo stesso, alla Sapienza di Roma, dal 25 al 30 luglio 2005. I colleghi giornalisti e capiservizio che hanno dedicato alla laurea di Vasco Rossi colonne e colonne, sono gentilmente invitati ad assistere. Come uno degli organizzatori mi aspetto – prima o poi – una laurea honoris causa (ma anche ad honorem andrebbe bene lo stesso).


9 maggio 2005

Quando canto “… gli alpini che muoiono, traditi lungo il Don”, in una canzone che ho scritto qualche anno fa (giù la maschera: nel 1973), ho in mente alcune cose precise. Il fratello di mio padre, mio zio, il tenente Guido Fabbri, è morto in Russia. Era nella divisione Julia, battaglione Cervino. A quanto pare fu visto l’ultima volta avanzare a mani nude contro un carro armato sovietico. Gli hanno dato la medaglia d’argento al valor militare alla memoria, che fu appuntata in una cerimonia commovente sul petto del futuro autore de La fabbrica e coautore di Stalingrado. Il mio.

Oggi festeggio (non celebro: festeggio) insieme a voi la vittoria dell’Unione Sovietica e degli altri Alleati contro il nazifascismo, convinto che quella vittoria abbia liberato non solo gli antifascisti, non solo quelli come mio zio che andarono al fronte per senso del dovere e patriottismo, ma anche gli stessi fascisti, molti dei quali – se avessero vinto – se ne sarebbero pentiti amaramente.

Certo, ci sono molte ragioni per cui questa festa non può essere gioiosa come altre: non ultime che il nazismo e il fascismo esistono ancora, che ancora c’è la guerra, e che molti delitti compiuti da fascisti in questi ultimi sessant’anni sono rimasti impuniti. E, naturalmente, che quella vittoria è stata per molti europei l’inizio di un periodo oscuro, come insistono quotidianamente gli opinionisti.

Nonostante il titolo della canzone che ho cantato mille volte – che ripete il nome della città la cui resistenza ha cambiato il corso della guerra, come concordano gli storici di ogni tendenza – non sono né stalinista, né esperto di Stalin. Mi ricordo solo (cosa di cui quegli opinionisti sembrano dimenticarsi) che Stalin morì nel 1953, che i suoi crimini vennero denunciati da Chruscev nel ventesimo congresso del Pcus, nel 1956, e che se la revisione della storia può spingersi a trovare un nesso fra l’affermazione del nazismo e la minaccia del bolscevismo, allora si potrebbe anche pensare che per l’isolamento dell’Urss e per le restrizioni della libertà che colpirono i cittadini di quel paese e dei suoi satelliti, un ruolo, chissà quanto piccolo, devono pur averlo giocato le politiche delle potenze occidentali. Ma temo che ci si perderebbe in una discussione infinita.

Vorrei, invece, festeggiare quella vittoria – se mi è permesso – con lo stesso spirito con cui ancora oggi i francesi (e con loro gli uomini liberi del mondo) festeggiano la Presa della Bastiglia. Nessuno si nasconde che il periodo culminante della Rivoluzione Francese abbia preso il nome di Terrore, che siano state tagliate molte teste di innocenti, che gli ideali di libertà, uguaglianza, fratellanza, siano stati portati in giro per l’Europa dalle armate di un imperatore. Il 14 luglio, ugualmente, si scende per le strade e si balla. Così dovremmo fare il 9 maggio.

Un’ultima annotazione. Qualche anno fa, alla radio, ho sentito gli argomenti di un giovane economista rampante. Diceva che da quando non c’è più l’Unione Sovietica, e dunque la minaccia che forti proteste popolari siano anche solo moralmente appoggiate da una grande potenza mondiale, non aveva più senso che le nazioni capitaliste si sforzassero di mantenere lo stato sociale. In sostanza, quell’economista ci spiegava che se fino a ora avevamo avuto l’assistenza sanitaria, le pensioni, la scuola pubblica, dovevamo ringraziare l’Armata Rossa. Be’, per questo io la ringrazio ancora adesso.


3 maggio 2005

Sono passate alcune settimane dalle mie dimissioni dalla direzione artistica del Mantova Musica Festival, e ancora il MMF non le ha annunciate. D’altra parte, nessun altro annuncio è stato fatto, a parte una lettera di invito spedita a organizzatori musicali di tutta Europa (scritta a suo tempo da me, ma inviata sicuramente dopo le mie dimissioni) che riporta ancora il mio nome fra i direttori artistici. Poco male. So che questa trascuratezza non è dovuta a malizia. Però, da qualche parte si deve poter leggere perché mi sono dimesso. Questa è l’occasione.

Dai primi di novembre del 2004 esiste un testo, redatto da me, che indica le linee programmatiche del Mantova Musica Festival 2005. Questo testo, approvato dai promotori del MMF, è stato utilizzato in varie occasioni anche per presentare a enti pubblici, in atti ufficiali, il progetto del Festival, con l’indicazione della mia responsabilità artistica (primus inter pares, insieme a Titti Santini e Vittorio Cosma).

Arrivati a metà aprile 2005, cioè a un mese e mezzo dalla data dell’inizio, ragioni di budget (largamente prevedibili mesi e mesi prima) hanno suggerito tagli al programma, ma con una distribuzione secondo me iniqua, affliggendo in modo particolare gli aspetti innovativi, e con il forte suggerimento di mantenere un occhio particolarmente attento ai nomi di richiamo.

Ho dedicato più di un articolo alla debolezza del concetto di “nome di richiamo” e all’odiosità della distinzione fra “big” ed “esordienti” in un contesto come quello di Mantova, e in presenza di una situazione nella quale il mercato tradizionale è asfittico, mentre decine o centinaia di musicisti e gruppi emarginati dai media riescono tuttavia ad avere un seguito locale molto significativo.

Pensavo che il successo della prima edizione del MMF fosse sufficiente a far capire che le cose stanno cambiando, e velocemente. Invece, quando si è trattato di tagliare qualcosa, gli “eventi” (che drenano la grande maggioranza delle risorse del MMF) sono stati lasciati intatti, mentre si è proposto di ridurre altri spazi, per di più con il famoso “occhio” ai nomi.

Consideravo che il mio mandato nella direzione artistica fosse di:

1. Coordinare le scelte della direzione con quelle della commissione selezionatrice, quindi (semmai) di assicurare un occhio di riguardo proprio ai non-nomi.

2. Contribuire a rinnovare la struttura del Festival, tenendo conto della stagione diversa e della diversa collocazione rispetto alla prima edizione (quindi non “contro Sanremo”).

3. Rimediare all’attenzione scarsa che la prima edizione aveva riservato a istituzioni storiche e recenti dell’opposizione musicale in Italia, dal Nuovo Canzoniere Italiano alle etichette indipendenti più significative (Materiali Sonori e molte altre), ai musicisti organizzati nel Forum Sociale della Musica, alla musica colta: una disattenzione che nel 2004 poteva essere attribuita alla fretta, ma che nel 2005 si rivelerebbe un vero e proprio accanimento contro i musicisti d’opposizione, del tutto inspiegabile alla luce delle premesse che hanno portato alla fondazione del MMF.

Non essendo in grado di realizzare nessuno degli aspetti rilevanti del mio mandato, ritrovandomi costantemente in minoranza in una direzione artistica a tre, e per di più nell’indifferenza dei promotori rispetto ai temi per me più importanti, mi sono dimesso. Spero che il MMF abbia comunque successo, e sono sicuro che porterà qualche traccia del mio lavoro. Ma la somiglianza con i documenti con i quali a suo tempo mi sono impegnato sarà troppo vaga e incerta perché abbia un senso che rimanga la mia firma.

Un abbraccio a tutte le persone di valore che stanno ancora lavorando al MMF.