
30
dicembre 2009 - Un vero MITO!
12
giugno 2009 - Perché sono scomparsi i «dischi»
3
gennaio 2009 - Quelli che hanno fatto il Sessantotto
8
dicembre 2008 - Lo straordinario spopola
16
aprile 2008 - Un voto inutile?
21
marzo 2008 - Il voto utile
21
gennaio 2008 - Orologeria
15
ottobre 2007 - Il milione che non ha votato
15
ottobre 2007 - Più di tre milioni alle primarie
6
ottobre 2007 - La linea del partito e quella dell'intellettuale
16
settembre 2007 - Grillo e l'«antipolitica»
15
marzo 2007 - Solidarietà a Silvio Sircana
26
febbraio 2007 - L'undicesimo punto
24
febbraio 2007 - Dàgli alle anime belle
22
febbraio 2007 - Si chiamano Fernando
23
gennaio 2007 - Musica d'arte e di consumo
18
dicembre 2006 - Minimo comune denominatore
11
dicembre 2006 - Presenza di spirito
1
novembre 2006 - Quanto vale la musica in Italia?
18
luglio 2006 - Saluti
1
giugno 2006 - Una sera a cena
30
maggio 2006 - Il voto di Milano e i “moderati”
16
aprile 2006 - Sondaggi fasulli
27
marzo 2006 - La dichiarazione IVA di Prodi
26
marzo 2006 - Concertare, tutti insieme
13
marzo 2006 - Se ne vado
8
marzo 2006 - L'appello di Umberto Eco
21
febbraio 2006 - Una lettera all'Unità
18
febbraio 2006 - Il programma dell'Unione
2
novembre 2005 - Rock e lento
1
ottobre 2005 - Requiem per Radio Tre
1
luglio 2005 - Live Eight: dove sono i nostri Billy Bragg?
27
giugno 2005 - Grazie ai pesci in barile
6
giugno 2005 - Pesci in barile (lettera agli amici e alle amiche)
26
maggio 2005 - You'll Never Walk Alone
25
maggio 2005 - Stalingrado e La fabbrica con gli archi
18
maggio 2005 - La laurea a Vasco Rossi
9
maggio 2005 - Grazie
3
maggio 2005 - Dimissioni dal Mantova Musica Festival
30 dicembre 2009 - Un vero MITO!
È di oggi la notizia che i pedaggi autostradali sulla Milano-Torino
saranno aumentati di oltre il 15%: un record, anche rispetto a tutti gli altri
incrementi tariffari. Le agenzie fanno notare che i ministeri competenti,
nell'acconsentire agli aumenti, hanno valutato gli impegni delle varie
società rispetto agli investimenti e alla manutenzione.
Bene, è indiscutibile che sulla Milano-Torino, contemporaneamente
alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità, siano stati
fatti lavori colossali. Tanto che, per alcuni anni, gli automobilisti hanno
percorso una specie di budello con continue deviazioni: ed è
davvero uno scandalo che la società di gestione abbia continuato, per tutto
quel tempo, a incassare i pedaggi. Vogliamo calcolare a quanto ammontano i pedaggi
incassati indebitamente durante lo svolgimento dei lavori? Il governo
non lo fa. Anzi, seguendo il principio amministrativo intitolato "cornuti
e mazziati", ora acconsente all'aumento delle tariffe.
Qualcosa di molto simile (ma con aggravanti) sta accadendo per i
collegamenti ferroviari. Fino al 12 dicembre scorso, sulla linea
Milano-Torino esistevano collegamenti piuttosto differenziati; due,
alla mattina presto (il viaggio di ritorno era intorno all'ora di cena),
erano garantiti da altrettanti TGV (declassati in Italia a EuroCity), che
tra le due città seguivano la linea normale (fermando a Novara e Vercelli):
il costo del biglietto era di 13 euro; c'era poi, a un prezzo leggermente
superiore, un EurostarCity Venezia-Torino e viceversa; c'erano poi alcuni
collegamenti ad alta velocità (che percorrevano la parte di linea
già pronta, tra Novara e Torino), che costavano in seconda classe circa
23 euro; c'erano infine i treni regionali (prima si chiamavano interregionali),
che per una cifra intorno agli otto euro portavano da Milano a Torino in
poco meno di due ore, fermando a Rho, Magenta, Novara, Vercelli, Santhià,
Chivasso (treni concepiti, dunque, per le percorrenze intermedie, secondo
il buon senso ferroviario di una volta).
Avvisaglie di un peggioramento si erano già avute: uno dei due
TGV era stato soppresso, e la scorporazione amministrativa del trasporto regionale
aveva fatto sì che biglietti e abbonamenti dei regionali e dei treni
di altre categorie fossero incompatibili. Insomma, chi aveva un abbonamento o
un biglietto per l'AV, o per gli EurostarCity, o per gli EuroCity, o per
gli InterCity, se saliva su un regionale, doveva pagare il biglietto per
intero e pagare la multa. (Il principio in astratto non è ingiustificato:
è quello che succede nei Paesi dove davvero esiste una concorrenza tra diversi
vettori ferroviari: ma questo di Trenitalia è solo un monopolio
mascherato. Pensate alla faccia di bronzo con cui la società che gestisce
le stazioni, che dovrebbe avere con Trenitalia un rapporto non diverso da quello
che SEA ha con EasyJet o Lufthansa, nasconde le informazioni sui treni non di
Trenitalia, come l'ormai noto EuroCity Milano-Monaco).
Tutti i treni fermavano a Porta Susa, che a lungo è stata (ed
è ancora) oggetto di lavori imponenti collegati al progetto del passante ferroviario
torinese, e che fino allo scorso novembre (quando già erano attivi
i primi binari sotterranei) era indicata come "la" stazione torinese
dell'Alta Velocità. Del resto, i treni arrivano da Milano a Porta Susa prima che a Porta
Nuova (circa dieci minuti di tragitto in meno), e la stessa Porta Susa è
di gran lunga meglio servita dai mezzi pubblici. Dunque i pendolari (di ogni
tipo e classe sociale) hanno affrontato per qualche anno (gli stessi dei lavori
sull'autostrada) i disagi dei cantieri, con la promessa e la speranza
che quella bella stazione nuova avrebbe reso le partenze e gli arrivi più
confortevoli.
Ed ecco cosa è successo con il nuovo orario di Trenitalia, entrato
in vigore il 13 dicembre scorso. Porta Susa non è più la stazione dell'AV: soltanto due
treni al giorno (in orari inutilizzabili per chi lavori a Torino tutta la giornata) fermano
lì, e solo grazie alla rivolta dei pendolari "di lusso", del sindaco Chiamparino, di vari assessori. Per andare da Milano a Torino con l'AV
in seconda classe, fino al 12 dicembre, si spendevano 23 euro e si impiegava
un'ora e dieci (nelle ultime settimane solo un'ora, perché i
treni percorrevano già la nuova linea). Ora si spendono 31 euro, e
si impiega - se non ci sono ritardi - un'ora (per arrivare a Porta Nuova, mal servita
da mezzi pubblici e priva di parcheggi). Tutti i TGV sono stati aboliti,
tranne quello che parte da Milano alle 16:15. Non esiste più l'EurostarCity
da e per Venezia; c'è un solo InterCity al giorno, che parte da Milano
Porta Garibaldi alle 9:10 e riparte da Torino alle 12:18, del tutto inutilizzabile
per chi non abbia un appuntamento brevissimo. Continuano a esistere
i regionali (sporchi, affollatissimi, spesso con carrozze inutilizzabili
perché le porte sono bloccate o il riscaldamento non funziona),
sempre con la clausola che un biglietto o abbonamento per altri treni (più
costosi) lì non vale.
Vi do un'idea di cosa tutto questo abbia implicato per me (e per i molti
altri pendolari non "a tempo pieno": insomma, per chi va a
Torino due-tre volte la settimana).
Prima usavo un abbonamento EC (intorno a 145 euro al mese), che grazie
ai TGV della mattina mi permetteva di essere a Torino entro le nove. Al
ritorno prendevo il TGV proveniente da Parigi, e avevo comunque la scelta di
ripartire da Porta Susa con l'AV, pagando un supplemento di cinque euro
(meno di quello che avrei speso se avessi voluto prendere il regionale...).
Ora potrei abbonarmi all'InterCity (139 euro), ma dovrei pagare sempre
un supplemento (e molto più costoso: la differenza fra i 13,5 euro
del biglietto standard dell'IC e i 31 dell'AV). L'unica vera alternativa
è tra l'abbonamento AV (290 euro, per arrivare a Porta Nuova) e l'abbonamento
al regionale (meno di 100 euro), ma con la costrizione a stare in treno
almeno un'ora al giorno in più, con la forte probabilità di fare
almeno una parte del viaggio in piedi, e con l'obbligo (se ho un impegno a Torino alle
nove del mattino) di partire alle 6:15. E se una volta ho un'urgenza e devo
prendere l'AV, pago i 31 euro per intero.
Si potrebbe certo ribadire che questi siano fenomeni della lotta di
classe (dall'alto al basso, e includendo tra i bersagli ampi strati di media
e piccola borghesia) che la politica del governo ha reso di attualità.
Ma anche i pendolari "chic" dell'Alta Velocità (i bancari,
uomini e donne di marketing, consulenti, ecc., in larga parte con la puzza sotto il naso,
chiacchieroni coi loro telefonini, maleducati, e così via) hanno
avuto la loro. Certo, a molti l'abbonamento AV lo paga la ditta. O glielo permettono
lo stipendio, le parcelle o l'evasione fiscale. Ma Moretti non ha mancato
di scontentarli, spostando il primo AV (che partiva da Milano alle 7:43
e alle 8:53 era a Porta Susa) alle 8:00, con arrivo alla scomoda Porta Nuova
alle 9:00 (e, in genere, in ritardo). E poi, fino a pochi giorni fa, la seconda
classe costava 31 euro, la prima 32. Qualcuno in Trenitalia se n'è
accorto: adesso la prima costa 44. Questo sì che si chiama marketing!
12 giugno 2009 - Perché sono scomparsi
i «dischi»
Sono appena tornato da un viaggio all’estero, dove ho potuto constatare
la sparizione graduale (ma implacabile) dei negozi di «dischi»,
anche in città di più di tre milioni di abitanti. Ad Atene
reggono un paio di megastore, ma lo spazio è occupato sempre
di più da dvd e giochi; a Smirne non sono riuscito a trovare
un solo negozio che avesse dei cd audio: tutti i grandi negozi che ho
incontrato vendevano solo dvd e giochi, e quando in un quartiere periferico
ho scoperto una bottega che sembrava promettere delizie musicali orientali,
ho trovato che gli unici supporti audio erano cassette, e il resto erano
dvd e dischi blue-ray.
Come ormai succede con sempre maggior frequenza, più ci si allontana
dal «centro» e più si vede il futuro: il consumo
di musica registrata su supporti fa parte di uno stile di vita del passato,
giustificato dall’esistenza di appassionati ormai avanti con gli
anni, che hanno ancora le loro collezioni e i loro apparecchi. Quasi
impossibile, tra l’altro, trovare dei lettori di cd, se non sulle
bancarelle.
Vi invito a dare un’occhiata al grafico pubblicato qualche giorno
fa sul sito del Guardian. Dimostra la fondatezza di alcune
valutazioni critiche su declino dell’industria fonografica, tra
cui le mie (a partire da molti anni fa). Fin dai tempi dell’allarme
sulla «copia privata», nei primi anni ottanta, le case discografiche
hanno sostenuto che qualunque appropriazione di una registrazione attraverso
pratiche non legali costituisse una vendita persa. Convinti della validità
di una vera e propria assurdità economica, cioè la disponibilità
infinita da parte del consumatore, i discografici affermavano che se
invece di copiare un fonogramma il consumatore lo avesse comprato, avrebbe
avuto comunque i soldi per comprarne un altro; si accanivano dunque
(e lo avrebbero fatto per venticinque anni a seguire) contro i consumatori
più amanti della musica e più attivi, chiamandoli “pirati”,
nella convinzione che se avessero smesso di copiare (o, più tardi,
di scaricare dalla rete) avrebbero comunque avuto le risorse economiche
per comprare tutto quello che desideravano ascoltare.
Il grafico del Guardian, che si riferisce alle vendite in Gran
Bretagna negli ultimi dieci anni di prodotti tipicamente consumati dal
pubblico interessato anche alla musica, registra comunque un’espansione
del mercato, ma ci fa vedere che la quota della «musica»
(cioè dei supporti fonografici) è in continua contrazione.
È vero, ed è anche ovvio, che se è possibile procurarsi
lo stesso bene in una forma più agile, o addirittura senza pagarlo,
si potranno spendere i propri soldi anche per procurarsi altri tipi
di beni; ma quello che si vede dal grafico in modo molto chiaro è
che ci sono altri beni che attraggono in modo irresistibile le risorse
altrimenti dedicate alla musica: in particolare, i giochi. I giochi
sono in decisa espansione, e sono gli unici responsabili dell’allargamento
del mercato, essendo la «musica» in calo e i dvd ormai stabili
da qualche anno.
Il grafico non mostra altri consumi concorrenti: telefoni cellulari
e relativi servizi, fotocamere e videocamere digitali, computer e Internet,
eccetera. Negli anni che i discografici ancora mitizzano (e nei quali,
bisogna dirlo, si vendevano molti meno supporti fonografici di oggi)
questi consumi non esistevano. Il verso della famosa canzone dei Rolling
Stones, «what can a poor boy do except to sing for a rock ‘n’
roll band» non segnalava solo la condizione dei giovani londinesi
rispetto agli studenti politicizzati del resto d’Europa, ma indicava
l’orizzonte limitato delle possibilità di servirsi della
tecnologia in modo creativo. Nel ’68 lo «stereo»,
insieme alla radiolina a transistor, era l’unica tecnologia elettronica
di massa.
Oggi ampie fasce della popolazione preferiscono avere un cellulare,
un pc, una videocamera, una Playstation, che una collezione di «dischi».
Molti giovani (anche non tanto giovani) preferiscono far tardi la sera
cimentandosi in rete in un gioco di ruolo che ascoltando l’ultimo
album. E dunque quei tempi non torneranno più, cari discografici,
neanche se un governo compiacente mettesse un poliziotto vicino al computer
di ogni possibile downloader.
3 gennaio 2009 - Quelli che
hanno fatto il Sessantotto
Si parla molto di “quelli che hanno fatto il Sessantotto”.
Chi sono?
Il Sessantotto, come tutti sanno, copre un periodo abbastanza lungo:
grosso modo dal 1967 (prima occupazione della Cattolica di Milano) o
dai primi mesi del 1968 (Valle Giulia a Roma), alle elezioni politiche
del 1976 (il 20 giugno, quelle del “sorpasso” mancato) o
ai primi mesi del 1977.
Le prime occupazioni furono guidate da studenti che frequentavano gli
ultimi anni dell’università, e che dunque avevano intorno
ai 22-23 anni (come Mario Capanna, nato nel 1945). Una parte non piccola
dei militanti che si unirono ai movimenti studenteschi lo fecero negli
anni più duri della “strategia della tensione”, quindi
tra il 1969 e il 1975: chi entrò all’università
nel 1969 era nato nel 1950, mentre gli studenti delle medie superiori
che affollavano le manifestazioni milanesi del 1975 (per le morti di
Varalli e Zibecchi) erano nati nel 1957 o 1958.
La “generazione del Sessantotto”, quindi, copre una dozzina
abbondante di anni (di nascita): tutt’altro che una sola leva,
tutt’altro che omogenea dal punto di vista delle condizioni di
vita durante l’infanzia e l’adolescenza e da quello della
formazione culturale e politica. In quell’arco di leve (da quella
del ’45 a quella del ’58), naturalmente, solo una minoranza
“fece” il Sessantotto. Non tutti partecipavano alle manifestazioni,
è ovvio, e una quota ancora più piccola militava in organizzazioni
politiche (e se no, la famigerata “maggioranza silenziosa”
da dove sarebbe venuta fuori?).
Il famoso “rapporto” del prefetto di Milano Libero Mazza
del 1970 parlava di migliaia di estremisti armati; fu causa di polemiche
e interrogazioni parlamentari il fatto che Mazza equiparasse a terroristi
(potenziali o in senso proprio) tutti i militanti della sinistra extraparlamentare.
Milano allora aveva un milione e seicentonovantamila abitanti: è
chiaro che quelle migliaia (armati o no che fossero: ma quelli armati
per davvero erano probabilmente poche decine) erano una decisa minoranza
della popolazione, anche nella fascia demografica più coinvolta.
Insisto su Milano, perché fu uno dei centri più rilevanti
di quella stagione: se si estende il discorso all’Italia intera,
è facile dedurre che quelli che “fecero” il Sessantotto
furono davvero pochi. Molti, moltissimi, vissero in quegli anni la loro
gioventù, ma appartengono all’anomala “generazione
del Sessantotto” solo per appartenenza anagrafica e per averne
respirato il clima.
Non voglio in questa sede nemmeno accennare a un giudizio sulla rilevanza
di quel periodo e dei movimenti politici e culturali che ne furono protagonisti:
è certo che l’Italia fosse nel 1968 l’unica democrazia
nell’Europa meridionale, è certo che ci sia stato almeno
un tentativo serio di colpo di stato della destra autoritaria, è
certo che una strategia terroristica a base di attentati dinamitardi
(con centinaia di vittime) sia stata ispirata e guidata dai servizi
segreti, non solo italiani, con l’aiuto dei neofascisti, è
certo che quello sia stato un periodo di emancipazione e conquista di
diritti per i lavoratori, le donne, i giovani, i media, è certo
che sia stato anche il momento e il terreno di coltivazione del terrorismo
brigatista che esplose con la massima violenza a metà degli anni
settanta.
Certamente “quelli che hanno fatto il Sessantotto” ne portano
la responsabilità, in positivo, in negativo, per ciò che
hanno realizzato e per ciò che non sono stati capaci di vedere
o di fare. Sono comunque una minoranza, per di più segnata da
una diaspora che rende quasi impossibile assimilare delle esperienze,
creare delle categorie. In ogni caso, un sessantaquattrenne o un cinquantenne
di oggi (o chiunque sia nato tra il 1945 e il 1958) non è necessariamente
uno “che ha fatto il Sessantotto”. Anzi, statisticamente
è molto più facile che sia uno di quella maggioranza che
proprio non vi ha preso parte, che in quegli anni ha pensato alla carriera,
si è divertito nel simpatico clima di promiscuità, ha
cantato indifferentemente canzoni di Battisti o di Guccini, al massimo
una o due volte (per moda) ha gridato uno di quegli “slogan orribili”
di memoria morettiana (da Caro diario).
Negli ultimi tempi, forse anche per la nausea di dodici mesi di celebrazioni
del quarantennale, capita spesso di sentire manifestazioni di fastidio
o di critica severa verso la fantomatica “generazione del Sessantotto”.
C’è chi l’accusa di aver preso il potere e di averlo
usato male, c’è chi le rimprovera di non averlo preso,
c’è chi vede sessantottini “traditori” dappertutto
nelle stanze dei bottoni, c’è chi li compatisce come sconfitti.
Ma quali sessantottini, di grazia? A quali dei numerosissimi percorsi
individuali (politici, culturali, personali) ci si riferisce?
È curioso, ma questi discorsi generazionali – con toni
moralistici – non sono mai stati fatti per le generazioni che
fornirono le avanguardie e la base di massa del fascismo. E durante
il Sessantotto gli antifascisti storici e i partigiani erano amati e
rispettati, nonostante facessero anche loro parte (come sparuta minoranza)
delle stesse generazioni che avevano applaudito il Duce, avevano donato
l’oro alla Patria, erano corse ad arruolarsi per la conquista
dell’Impero o per “spezzare le reni alla Grecia”.
I propri anni si portano con dignità, o con indegnità,
a dipendere da quello che si è realizzato. Questo vale per tutti:
sessantottini, settantasettini, quarantenni, trentenni, ventenni. L’importante
è fare qualcosa, no?
8 dicembre 2008 - Lo
straordinario spopola
Pare incredibile, ma dall’ultimo intervento sul mio Diario sono passati
solo otto mesi. Sembrano otto anni. Ammetto la delusione e la malavoglia,
ma prego i cari lettori di comprendere che avevo davvero da fare. Qualche
prova? Da allora, dopo le elezioni, sono usciti due miei libri, ci sono
stati tre concerti importanti degli Stormy Six (tanto importanti che
potrebbero essere stati gli ultimi), ho vinto uno degli ultimi concorsi
universitari prima della “riforma” Gelmini, ho potuto ascoltare dalla
viva voce di una funzionaria del rettorato la frase indimenticabile:
«Ma lei, invece che andare in pensione, si fa assumere come ricercatore?»
Dunque, in attesa di diventare rapidissimamente associato, poi ordinario,
poi preside di facoltà e poi rettore (grazie al rapido svecchiamento
dell’università promesso dal governo, e per poter dare una risposta
convincente alla funzionaria), ed essendo prevedibile che prossimamente
sarò di nuovo molto impegnato, approfitto di una brevissima vacanza
per sottoporvi una riflessione.
Lo “straordinario” spopola. Da almeno un decennio è uno degli inquinanti
linguistici peggiori. Quando lavoravo a Radio Tre non potevo scambiare
due parole con un intervistato che già incappavo nell’odioso aggettivo.
E dire che allora li avvisavo, e premettevo nella corrispondenza un
elenco di sinonimi e di perifrasi. Poi mi è toccato subirlo da ascoltatore
e da lettore. “Straordinario” è entrato nella lingua di legno degli
intellettuali (soprattutto “di sinistra”, con molte virgolette), come
surrogato di qualsiasi anche modestissimo tentativo di argomentare un
giudizio. Il grande regista, l’esimio direttore, l’austero filosofo,
l’acuminato critico, il pragmatico architetto (spero che si capisca
che la precedenza all’aggettivo cerca di mimare la retorica socio-culturale
corrente), dicono che il tale spettacolo, il tale melodramma, il tale
saggio, la tale performance, il tale progetto è “straordinario”. Basta,
non c’è bisogno di altro. Se lo dicono loro... “Il tempo è tiranno”,
si sa. E anche lo spazio concesso sulle pagine dei giornali. Quindi,
perché dilungarsi in spiegazioni: è “straordinario”, no?
Arriva sempre un momento in cui le parole, dal lessico dei VIP della
cultura, approdano alla pubblicità. È successo anche a “straordinario”.
Forse non proprio ora, ci può essere stata qualche avvisaglia precedente.
Ma quando un aggettivo entra con un ruolo da protagonista in uno spot
della Barilla, è fatta. L’ansia per lo “straordinario” diventa di massa.
Come al solito, l’adozione della lingua dei VIP (di “certi” VIP) è anche
uno strumento per connotare le caratteristiche upmarket del
prodotto. Quando “straordinario” apparirà in uno spot della Lidl il
processo sarà davvero compiuto. Ma la barillazione di “straordinario”
ci insegna comunque qualcosa.
Primo: è il segno che il tagliar corto con un giudizio apodittico, dopo
esser stato a lungo un giochetto dei potenti, penetra in tutti gli strati
della società. “Assolutamente”. “Straordinario”. “Senza se e senza ma”.
Anzi: “Assolutamente straordinario, senza se e senza ma”. L’esasperazione
dello scontro e della certezza della propria visione. L’inutilità del
ragionamento, la pretesa di “aver ragione”. Un modo di alzare la voce
senza nemmeno sforzare la laringe. L’anticamera di ogni guerra civile
(ah, ne sono assolutamente convinto!).
Secondo (però...): perché proprio “straordinario”? Perché questo bisogno
di meraviglia, di eccezionalità? Forse per restituire valore a un mondo
arido? Perché si è incapaci di vera meraviglia, di restare incantati
sempre e da ogni cosa (dalla natura, dalle altre persone, dalle creazioni
scientifiche e artistiche - tutte - dell’umanità), e ci si rifugia nella
“straordinarietà” di qualche “evento”? Chi non si piega alla retorica
dello “straordinario” si inchina a quella della fede. C’è bisogno di
un dio, dell’aldilà, di ciò che comunque non appartiene alla nostra
vita e possiamo sperare solo di contemplare. A chi serve, se nessuno
riesce a riconoscersi nell’ordinario? A chi serve, se l’ordinarietà
della nostra vita (della maggior parte della nostra vita) è svuotata
di valore, e le cose “straordinarie” sono fuori dalla nostra
portata? Ma perché, allora, non cercare valore – e meraviglia
– nell’ordinario?
(Ah be’, se riesco a diventare ordinario ve lo racconto!).
16 aprile 2008 - Un voto
inutile?
Avendovi sollecitato con qualche suggerimento pre-elettorale, mi sento
obbligato a sottoporvi una riflessione "post".
Ho votato Sinistra Arcobaleno sia alla Camera che al Senato, in Lombardia.
Il mio dunque è stato, come molti altri, un voto "inutile". Ho la soddisfazione
di osservare, però, che anche se avessi votato PD, e con me avessero
fatto altrettanto tutti gli elettori della stessa area politica che
hanno votato (quel ridicolo 3 e qualcosa percento), la sconfitta del
PD sarebbe stata altrettanto nitida. A quanto pare, il PD non è riuscito
a conquistare elettori se non attingendo al voto generoso, responsabile,
spaventato, forse anche pavido, di chi nel 2006 aveva sostenuto Rifondazione,
il PdCI, i Verdi, la sinistra DS. Se si tiene conto che in quelle quelle
elezioni la Sinistra Democratica era ancora all'interno dei DS (e quindi
i suoi voti non vengono calcolati nel totale della sinistra pre-PD)
non c'è proprio male: probabilmente, questa enorme trasfusione da sinistra
ha compensato i voti persi dal PD verso destra (Lega compresa).
Dato che con ogni evidenza i Colaninno, i Calearo, le Binetti non sono
serviti a racimolare nemmeno un voto tra gli elettori moderati, se ne
deve concludere che (come molto probabilmente era già nelle intenzioni)
il risultato finale della campagna elettorale del PD sia stato (unicamente!)
quello di cannibalizzare e distruggere la sinistra. L'avevo scritto
anch'io un paio di settimane fa, l'hanno detto in molti: si è
andati verso l'americanizzazione della scena politica italiana, con
la sinistra ridotta a movimento d'opinione.
Ne è una prova la più che significativa ondata di livore di alcuni commentatori
vicini al PD, la cui preoccupazione principale dopo il voto sembra quella
di farci sapere che la scomparsa della sinistra dal Parlamento sia la
conseguenza più importante e positiva delle elezioni. Michele Serra
(che tristezza!) si compiace di suggerire, a chi secondo lui ha coltivato
una "visione ombelicale del mondo" sottoponendolo continuamente al "vaglio
del proprio giudizio ultra-selettivo", "molte altre attività dilettevoli
(l'arte, le libere professioni, la fondazione di circoli intellettuali)
che consentono una gioiosa pratica del senso di superiorità". Ma non
è preoccupato che gli si rubi il ben pagato mestiere? Personalmente,
posso candidarmi per un'anti-Amaca, o c'è posto solo per una?
A me sembra più interessante osservare che l'"orrenda legge elettorale"
ha consentito (malgrado le aspettative del PD) una vittoria netta. Come
quella che si pronosticava alla vigilia delle elezioni del 2006, e che
l'Unione (e in particolare la sua componente pre-PD, cioè DS e Margherita)
è riuscita a buttar via, con le sue indecisioni e con la farraginosità
e vacuità del programma di quasi 300 pagine che, sommati all'esperienza
dei primi mesi del governo Prodi, hanno fatto precipitare i consensi:
da più 5% a meno 5% e oltre (mi permetto di far osservare a chi sia
disorientato dall'aritmetica allegra dei giornalisti che un calo di
dieci punti percentuali per una coalizione che raccolga circa il 50%
dei voti corrisponde a una variazione in meno del 20%!). È davvero al
di là di ogni sfacciataggine il fatto che Veltroni, commentando il "successo"
del PD, abbia mostrato un grafico che illustrava il recupero dei consensi
dopo la voragine in cui era precipitata l'Unione. Ma lui dov'era, nel
2006? Stava concordando con George Clooney il fondamentale, indispensabile
(e, alla luce del risultato, efficacissimo) sostegno alla campagna del
2008? E dov'erano i suoi colleghi del PD?
Condivido in pieno le critiche e le autocritiche al cartello elettorale
(altro non era) della Sinistra Arcobaleno: quelle stesse forze avrebbero
dovuto riunirsi in un partito nuovo fin dai tempi delle manifestazioni
per l'Articolo 18, ma i loro dirigenti devono avere tempi e metabolismo
da vegetali (curarli con fitofarmaci?). Se mi è permessa un'annotazione
professionale (come vedi, Michele Serra, sono già al lavoro) la presenza
di quell'insulso "Arcobaleno" nel nome ha pesato un paio di punti. Una
"Sinistra" e basta avrebbe avuto almeno il quorum alla Camera.
Ma, sulle prospettive, nonostante la preoccupazione per cosa possa aspettarsi
l'Italia con Tremonti all'Economia e La Russa alla Difesa, non sono
pessimista. L'Italia non è l'America (a proposito: siamo proprio
così sicuri che il Partito Democratico vinca lì?); noi
– nonostante decenni di colonizzazione culturale – non mangiamo
peanut butter, siamo un paese molto più piccolo e più
densamente popolato, i sindacati non sono ancora stati totalmente svenduti
e corporativizzati, i movimenti possono crescere, anche con il contributo
di nuova manodopera intellettuale sottratta alle auto blu e alla buvette
di Montecitorio.
E poi, basta guardare vicino: il trionfante Sarkozy, liquidatore (anche
lui) della sinistra è crollato dopo un anno alle amministrative.
E di una cosa sono ormai sicurissimo, insieme a tutti voi: anche Berlusconi
avrà la sua Carla Bruni.
21 marzo 2008 - Il voto utile
Vorrei sottoporvi qualche riflessione sulla questione del "voto utile".
L'argomento, come sapete, viene sollevato spesso dai sostenitori del
PD (e, a destra, del PDL). Sottintende che, a causa del sistema maggioritario
(e soprattutto del sistema elettorale del Senato), non votare per i
partiti maggiori significa disperdere il voto e danneggiare complessivamente
la causa del centro-sinistra (o, se ne si è sostenitori, del centro-destra).
Chi vuole potrà vedere che anche dal punto di vista tecnico la questione
risulta mal posta.
Ma parliamone dal punto di vista politico, e con riferimento alla sinistra.
Mi pare significativo che passi quasi completamente sotto silenzio il
fatto che è stato il PD a rifiutare qualsiasi accordo con la Sinistra
Arcobaleno, accordo che avrebbe reso immediatamente "utili" (alla causa
di una coalizione che è stata unita per molto tempo) i voti dati a quest'ultima.
Non solo: mi pare ancora più significativo che ci si dimentichi che
l'idea di "correre da soli" è stata proposta per mesi e mesi da varie
componenti del PD, ancora prima che si arrivasse alla fondazione del
nuovo partito.
Sostenuto dalla stampa più vicina ai vertici del PD, alla fine ha vinto,
quasi senza discussione, il "partito americano": e non dovrebbe proprio
essere difficile capire che nella scelta di battezzare il partito col
nome di quello di Kennedy, Carter e Clinton non c'è solo un'indicazione
generica di simpatia filoamericana, ma anche la prospettiva dell'espulsione
dal parlamento della sinistra, ridotta a movimento d'opinione, proprio
come avviene negli USA. Per quanto non sia particolarmente incoraggiante
l'esempio di Tony Blair, il suo partito si chiama comunque laburista
e ospita un'ala sinistra non rassegnata, che occupa posizioni di potere
non marginali (il sindaco di Londra, per esempio: a suo tempo espulso
e poi riammesso).
Dovremmo ricordarcene, pensando soprattutto ai primi anni della guerra
in Iraq, quando il Partito Democratico degli USA era immobilizzato,
schiacciato dall'ubriacatura "patriottica", e le uniche voci che si
facessero sentire contro la guerra (ma non rappresentate al Congresso
o al Senato) erano quelle di intellettuali come Chomsky e Moore o di
movimenti nati per l'occasione come Avaaz.
Questo è ciò che vuole il "partito americano" (e staremmo davvero freschi,
se pensiamo alla nota indipendenza e al coraggio smisurato degli intellettuali
italiani). Dunque non mi sembra fuori luogo l'appello di Fausto Bertinotti
a votare per mantenere la sinistra sulla scena parlamentare italiana.
E mi pare sensato il giudizio che se la sinistra dovesse restare all'opposizione
(anche grazie alla scelta del PD di non fare accordi con la Sinistra
Arcobaleno, a proprio danno), potrebbe comunque cercare di condizionare
la politica del paese da lì, come ha fatto nei decenni in cui il governo
è stato nelle mani della DC.
Forse, chi è di sinistra (per gli altri ovviamente il discorso non vale)
dovrebbe anche considerare la possibilità di dare un voto che non implichi
necessariamente una presenza al governo. È sempre stato un obiettivo,
non una conditio sine qua non. E abbiamo votato PCI, PSIUP, DP, PDUP,
sapendo molto bene che non si sarebbe vinto.
Certo, la prospettiva di un governo Berlusconi è sconfortante (era meglio
Scelba? Tambroni? Andreotti?), ma allora si verifica un curioso corto
circuito della logica politica: perché sono i dirigenti del PD (e gli
opinionisti che li sostengono) a dire di non demonizzare Berlusconi,
che in questo modo lo si è sempre favorito, eccetera. Ma il ricatto
del "voto utile" non implica proprio questo atteggiamento?
So che vi interessa poco, ma non voterò per il PD. Nella mia regione
(e vorrei, una volta, trovarmi a tu per tu con il responsabile di questa
scelta) presenta fra i candidati di primo piano la Binetti. Mi spiace
per gli altri. Avrei anche potuto votare per un moderato, come Nando
Dalla Chiesa, ma non l'hanno presentato. Le altre opzioni (Sinistra
Arcobaleno, astensione) le lascio aperte, per ora con una certa preferenza
per la prima.
21 gennaio 2008 - Orologeria
Scrivo questo commento alle 20:45 del 21 gennaio 2008. A Radio Popolare
imperversa il dibattito sulla decisione di Mastella e dell’UDEUR
di togliere l’appoggio al governo Prodi. Non provo nessun piacere
nel vedere che – come avevo scritto mesi e mesi fa, e come molti
ormai già prevedevano – il governo cada (è inevitabile)
per responsabilità diretta della sua ala destra.
Al di là del giudizio politico ovvio, mi sembra la sanzione definitiva
del ruolo nefasto svolto dall’indecisione, dal moderatismo, dalla
viltà di una parte del paese, sempre pronta a puntare il dito
contro gli “estremisti”, mai contro il cancro delle mafie,
delle baronie, delle clientele. Una parte del paese forse più
piccola della classe politica che la rappresenta, ma non meno responsabile
dei danni che tutti subiamo.
Molti si sono stupiti della “tempistica”, non si aspettavano
questa mossa così presto. Ma si tratta, in realtà, di
un congegno a orologeria, davvero perfetto (altro che quelli della magistratura!).
Qualcuno si ricorda forse che nella Giunta per le elezioni del Senato
si doveva esaminare un ricorso, che se approvato avrebbe portato il
governo Prodi ad avere tre voti in più nella camera alta? Ma
quando mai doveva avvenire questo voto, e con quali possibili maggioranze?
Ecco la notizia,
arrivata intorno alle 20:30 di oggi, 21 gennaio 2008
«La giunta per le elezioni ha rigettato tutti i ricorsi per i
seggi del Senato contestati.
La Giunta per le elezioni del Senato ha rigettato i nove ricorsi presentati
da Rosa nel Pugno, Idv, Verdi, Nuovo Psi e Udc per i seggi contestati
a Palazzo Madama.
Il senatore Roberto Manzione ha spiegato che la decisione è definitiva,
e l'aula dovrà procedere ad una "mera comunicazione"
prendendo atto di quanto deciso dalla giunta.»
C’è altro da aggiungere? Sì, forse sì: la
composizione
della Giunta per le elezioni del Senato.
15 ottobre 2007 - Il milione che
non ha votato
Alcuni amici, letto il mio commento «a caldo» sulle primarie
del PD, mi hanno fatto gentilmente notare che la proporzione dei votanti
del 14 ottobre 2007 rispetto a quelli delle primarie del 16 ottobre
2005 corrisponde quasi esattamente alla proporzione degli elettori dei
DS e della Margherita rispetto al totale degli elettori dell’Unione
alle elezioni politiche del 2006. Dunque, il milione di voti che mancano
all’appello si spiegherebbe molto semplicemente col fatto che
gli elettori di Rifondazione, dei Verdi, del PdCI, dell’Italia
dei Valori, dell’UDEUR e degli altri partiti che facevano parte
dell’Unione ma non partecipano alla fondazione del Partito Democratico
non avessero alcun interesse a partecipare a queste ultime primarie.
Più che d’accordo, questa è una lettura plausibile.
Peccato però che nessuno dei politici e dei commentatori
che hanno parlato nelle scorse settimane di quei quattro milioni e mezzo
di elettori del 2005 si sia mai ricordato che più di un milione
di voti potevano non essere di elettori dei DS e della Margherita. Secondo
loro erano sostenitori dell’Unione, «dunque» del PD.
Un’ammissione freudiana – ma forse non è il caso
di usare paroloni – del vero obiettivo di una parte del PD (e
che ci sia «una parte del PD» è già in sé
temibile): «far fuori» i partiti alla sua sinistra, presentandosi
senza quegli alleati alle prossime elezioni politiche. Il numero dei
non votanti del 14 ottobre, allora, è già una risposta
sulla realizzabilità del progetto. Che siano cittadini stanchi
dell’inesistente politica dei partiti, «perfettisti»
o elettori della sinistra (o di Mastella, sì), sono stati circa
un milione, il 22-23% dei votanti del 2005. Tra un quarto e un quinto
degli elettori più attivi. Se fossi un sostenitore del PD, e
soprattutto di quella «parte del PD», modererei le espressioni
trionfalistiche.
15 ottobre 2007 - Più di tre milioni
alle primarie
Come capacità di manipolare l’informazione e l’opinione
pubblica non c’è male, e questo tutto sommato tranquillizza:
non solo la destra ne è capace, dunque. Il metodo potrà
essere usato anche alle prossime elezioni, amministrative o politiche:
invece che dichiarare di aspettarsi il 40%, come molto imprudentemente
Walter Veltroni ha sostenuto, basterà dire che sarà un
successo se il PD raggiungerà il 20%; dopo di che, se il risultato
sarà intorno al 30%, si parlerà di trionfo.
La coincidenza quasi perfetta tra queste cifre e quelle delle elezioni
del 2006, e – nel rapporto fra di loro – con i dati delle
primarie del 14 ottobre 2007, non è casuale. Manca all’appello
un 22-23% (in rapporto al totale: un milione su quattro milioni e mezzo)
dei voti espressi alle primarie del 2005. I commentatori favorevoli
al PD «così com’è» fanno acrobazie per
giustificarla, spiegando che questa volta votare «era molto più
complesso». Me li vedo proprio, un milione di votanti alle primarie
del 2005 che riflettono sul numero di candidati, sulla necessità
di mettere una croce su più schede, e alla fine dicono, mordendosi
la lingua: «No, non ce la faccio, è troppo complesso. Non
andrò a votare.»
Intendiamoci, che ci siano (nonostante tutto) tre milioni e mezzo di
elettori che vanno a votare alle primarie del PD è una brutta
notizia per Berlusconi, Casini e Fini (che proprio se l’è
voluta, portando in piazza le camicie nere il giorno prima). Quindi
è un’ottima notizia per tutti gli altri. Ma quel milione
che è rimasto a casa rimane una brutta notizia per il PD e per
tutta la sinistra italiana: non è un milione di qualunquisti
contrari alla politica, ma di persone contrarie alla mancanza di politica
nella pratica dei partiti esistenti. Chi è proprio di bocca buona,
o ha interessi in gioco perché beneficiato dalla politica «così
com’è», festeggi pure. A me non è che piaccia
essere scontento o «scomodo», non sono un «perfettista»
(come evoca Edmondo Berselli sulla Repubblica). È il contrario:
vorrei essere così candido e credulone da mettermi ad applaudire.
6 ottobre 2007 - La linea del partito
e quella dell'intellettuale
A chi può interessare di sapere se voterò o non voterò
alle primarie del Partito Democratico? Forse nemmeno a quelli che continuano
a spedirmi gentilmente inviti a farlo, per questo o per quel candidato
(sono stato fra quelli che hanno votato nelle altre primarie: il mio
indirizzo è noto, anche se pare che non dovrebbe essere usato).
Non voterò. Questo non è un invito ad altri a seguire
il mio esempio, ma qualcuno che non vota ci deve pur essere, anche tra
quelli che parteciparono alle primarie del 2005. I conti sono presto
fatti: allora fummo più di 4 milioni, ora si farà festa
se i votanti saranno più di un milione. Io sarò uno di
quei più di tre milioni che mancheranno all’appello.
Non faccio politica attivamente. Credo di fare politica con ogni mia
azione, con ogni cosa che scrivo, con i miei comportamenti pubblici
e privati. Ma non faccio politica militante. Ho tentato di fare politica
militante anche relativamente di recente, ma sono stato – per
così dire – respinto. Per fare uno dei vari esempi possibili,
quando, insieme a un collega che è uno dei maggiori esperti di
sistemi informatici del nostro paese, sono andato a una delle riunioni
di fondazione del PdCI (autunno del 1998), sono fuggito dopo un’ora
e mezza di relazioni in stile anni ’60 sullo stato delle contraddizioni
nel pianeta, che finivano inevitabilmente in mugugni su «quei
delinquenti di Rifondazione». Ho partecipato all’assemblea
di fondazione dell’Unione (a Roma, febbraio 2004), sprofondando
in una noia televisiva mortale, dalla quale emergeva l’unico intervento
da statista: ahimé, quello di Giuliano Amato. Di quei giorni
ricordo molto di più un’altra cosa: l’annuncio alla
televisione spagnola – colto al volo facendo zapping in albergo
– di un José Luis Zapatero candidato allora dato largamente
per perdente, che in caso di vittoria socialista le truppe spagnole
sarebbero state ritirate dall’Iraq.
Non faccio politica in o con un partito (non avrei nessuna obiezione
di principio a farlo), ma la subisco. Più o meno esattamente
cinque anni fa la mia collaborazione (di alcuni anni) con Radio Tre,
fino ad allora pienamente soddisfacente, si è interrotta perché
le mie critiche all’uso della musica registrata con l’introduzione
delle playlist non sono piaciute al nuovo direttore, installato dal
governo di centro-destra. L’ex-nuovo direttore, ora, è
direttore di tutta RadioRai. Né cinque anni fa, né dopo
la vittoria elettorale dell’Ulivo, i politici del centro-sinistra
si sono interessati della radio: figurarsi del mio caso personale. Quando
si parla dei licenziamenti e delle esclusioni operate in Rai durante
il governo di centro-destra, se va bene, si ricordano «Biagi,
Santoro, Luttazzi, la Guzzanti e decine di altri collaboratori».
Avete mai sentito un solo nome, di quelle «decine di altri collaboratori?»
Avete mai sentito che qualcuno abbia ripreso a collaborare con la Rai?
Dall’inizio di questo decennio (chiamarlo secolo o addirittura
millennio mi sembra ridicolo: chiamiamolo uno dei decenni di merda più
recenti) ho lavorato, sempre più intensamente, nell’università.
Da allora i modestissimi compensi per questo lavoro sono soggetti, ogni
anno, a una tassazione crescente (non vorremo che questi lavoratori
autonomi la facciano franca con l’Inps, vero?), ed essendo rimasti
rigorosamente invariati in cifra lorda sono progressivamente diminuiti
al netto delle tasse e dei contributi. Il ministro dell’Università,
l’anno scorso, ha dichiarato che se nella finanziaria di quest’anno
non ci fossero state risorse sufficienti si sarebbe dimesso. Ci saranno?
Chi lavora nell’università le vedrà, o finiranno
in una partita di giro? E se non ci saranno, si dimetterà? Il
fatto che l’onorevole Mussi (persona rispettabile) abbia deciso
di non entrare nel PD non cambia la mia insoddisfazione: giro comunque
la domanda al suo vice Nando Dalla Chiesa, caro amico.
Infine, stamattina scopro che la piazza più vicina a casa mia,
Piazza Bernini, a Milano, sarà sventrata tra poco per costruire
un parcheggio sotterraneo, per un centinaio di posti auto, con rituale
eliminazione di una decina di alberi di alto fusto in perfetta salute,
sconvolgimento del traffico per almeno due anni (almeno secondo la data
dichiarata di termine dei lavori), mentre a poche centinaia di metri
è ancora aperta la voragine di via Ampère, dove gli scavi
hanno minacciato di far crollare i palazzi adiacenti. Questa politica
di speculazione feroce, che non dà nessun beneficio ai cittadini,
regalando terreno pubblico a immobiliaristi e costruttori amici degli
amici, è stata contrastata a Milano solamente dagli abitanti
dei quartieri. Ha suscitato più contraddizioni all’interno
della stessa maggioranza di centro-destra che l’opposizione intransigente
del centro-sinistra. Quando stamattina ascoltavo la gente del quartiere
desolata e arrabbiata, avrei avuto la tentazione di dire: «Avete
votato la Moratti? Ecco quello che vi meritate.» Ma ho taciuto,
perché non ricordo che nessuno degli esponenti del centro-sinistra
milanese (ora candidati per le primarie del PD) abbia speso una parola
sul modo in cui la speculazione negli ultimi anni ha messo le mani sul
sottosuolo della città.
Spero che tutto questo non passi per «antipolitica». O che
contribuisca a spiegarla. La mia posizione non è dissimile da
quella dell’intellettuale nella barzelletta grafica che un filosofo
comunista di Berlino Est mi disegnò su un tovagliolo di carta
circa venticinque anni fa, e che con piacere riproduco sul mio sito.
Sarò uno di quei tre milioni che non voteranno. Può darsi
che mi abitui.

16 settembre 2007 - Grillo e l'«antipolitica»
A un certo punto ho pensato di riprendere contatto con i lettori di
questo mio Diario, che mi pareva di aver trascurato per poco
più di tre mesi. Ne avevo già l’intenzione, ma credo
che la causa scatenante sia stata la chiusura, per me molto dolorosa,
del Diario della settimana. Solo dopo aver riaperto la pagina
web mi sono accorto che il mio articolo precedente risaliva a sei mesi
fa.
La sorpresa (e la vergogna: ci sono alcuni che hanno insistito perché
trasformassi questo Diario in un vero e proprio blog, che però
dovrebbe essere aggiornato in continuazione) non cambia la sostanza
di quello che avevo pensato di scrivere, perché è la verità.
Ed è questa.
Nonostante il ritmo degli impegni che mi sono letteralmente cascati
addosso da marzo 2007 in poi costituisca di per sé una buona
attenuante, non ho più scritto per questo Diario perché
attonito e avvilito dagli sviluppi della situazione politica e culturale
del nostro paese. Fortunatamente, finora, sono stato smentito sull’eventualità
di un bombardamento dell’Iran, come accennavo in «Si chiamano
Fernando» (il mio articolo del 22 febbraio); ma per tutto il resto
ho avuto solo conferme. Non che ne rivendichi la paternità, ma
le mie osservazioni sul calo di popolarità dell’Unione
(in «Dàgli alle anime belle», 24 febbraio) sono riecheggiate
nel lancio pubblicitario di un libro di Gianni Barbacetto, Compagni
che sbagliano. Da allora, mi sono sentito in imbarazzo a ripetere
come primizie riservate a pochi affezionati amici-lettori cose che ormai
costituivano l’argomento principale delle prime pagine dei quotidiani.
Eppure, vi ricordate che i quotidiani (ancora sei mesi fa) si occupassero
dell’inconsistenza del programma dell’Unione, o delle ragioni
del precipizio dei consensi, dal 5% in più prima delle elezioni
del 2006 al 4% in meno (oggi 10%!) solo qualche mese dopo?
Ma non rivendico di aver visto quello che era sotto gli occhi di tutti,
e che osservatori ben più acuti di me avevano già commentato
(anche loro, nell’indifferenza dei media). Mi sembra utile tornare
a parlare di queste cose perché dopo l’8 settembre la scena
è cambiata. Non condivido tutti gli aspetti della legge di iniziativa
popolare proposta da Beppe Grillo, non condivido il suo stile (preferisco
Michael Moore, o lo stesso Nanni Moretti, se posso dirlo), anche se
mi pare evidente che nella situazione attuale solo una persona che vive
nei media e ne padroneggia il linguaggio possa raggiungere le masse.
E su una cosa Grillo ha ragione: quello che sta emergendo non è
un movimento antipolitico, ma anti-politici, contro la stragrande maggioranza
della classe politica attuale. I seguaci di Grillo, mi pare, sanno benissimo
cosa sia la politica, l’hanno praticata o la praticano, la rispettano,
e per di più sono in larga parte di sinistra. Qualificarli come
sostenitori dell’«antipolitica» ha lo stesso tono
(e la stessa funzione) delle accuse di antiamericanismo ai critici di
Bush, di anticomunismo a chi denunciava la politica sovietica prima
del ‘91, di antisemitismo a chi non è d’accordo con
il governo di Israele, per non parlare degli epiteti di anticattolico,
antiislamico, anticinese, ecc. Essere contro i politici corrotti o incapaci
è (purtroppo, non solo per i medesimi) essere «contro la
politica».
Ma la «politica» non c’entra niente. C’entra
la qualità della politica esistente, incarnata in una ben precisa
classe di parlamentari, funzionari di partito grandi e piccoli, e dei
loro clienti e beneficiari. Peccato, davvero peccato, che né
il Partito Democratico in corso di formazione, né l’altro
partito che secondo ogni logica dovrebbe formarsi a sinistra di questo,
sembrino volersi confrontare con un movimento che chiede una reale rifondazione
della politica, e della politica di sinistra. Meglio andare dai giovani
di AN, vero Veltroni?
15 marzo 2007 - Solidarietà a Silvio
Sircana
Non solo perché sul mio Diario ho espresso dei dubbi sull'undicesimo
dei dodici punti di Prodi, ma anche per questo, voglio testimoniare
tutta la mia solidarietà a Silvio Sircana. Il comportamento politico
del centro-destra – ivi incluso il ruolo dei mezzi di comunicazione
di massa controllati da Silvio Berlusconi – non solo imbarbarisce
il confronto, ma rende ancora più radicale il ricatto di chi, prospettando
la possibilità di un ritorno al potere di Berlusconi e della sua marmaglia
orrenda, costringe il governo di centro-sinistra a un cabotaggio timido
e al cedimento nei confronti dei moderati. Dovranno rendere conto al
Paese anche di questo. Comunque, chi vuole vada a leggere quello che
scrivevo il 24 febbraio (nell'ultimo paragrafo), o a proposito delle
minacce di guerra in Iran. Sembrava che parlassi di chissà quale
futuro: ci siamo già.
26 febbraio 2007 - L'undicesimo
punto
So che molti che leggono queste righe – come ci sarebbe da aspettarsi,
dato il mezzo – non sono di Milano. Se lo fossero tutti, non riceverei
lettere che anche solo retoricamente o ironicamente sostengano che (per
essere intervenuto contro il linciaggio di Rossi e Turigliatto, pur
senza condividere le loro posizioni) io possa volere il ritorno al governo
di Silvio Berlusconi.
Come potrei farlo, vivendo nella volgarità di questa città,
ascoltando le risate sgangherate nei bar ogni volta che qualcuno nomina
Prodi (“il mortadella”), osservando l’ostentazione
quasi feroce di una ricchezza conquistata a furore di evasione fiscale,
o per i servizi resi al Faraone. Vivo in mezzo a una maggioranza orrenda
che si sganascia alle vignette di Forattini, che mi squadra quando all’edicola
compro l’Unità, e che altrimenti (quando non può
riconoscermi come un “comunista”) si aspetta che annuisca
ai suoi commenti razzisti pronunciati in pubblico con una voce abbruttita
dalla rabbia, dall’invidia, dall’odio per la cultura e le
idee, da una lunga pratica di sopraffazione. Come potrei desiderare
che il governo di centrosinistra perda, e Berlusconi vinca?
No, desidero precisamente il contrario. Vorrei dunque che il governo
di centrosinistra avesse tutti gli strumenti più efficaci nella
sua azione politica, ridando fiducia a quei sostenitori che come me
hanno la sfortuna di vivere in quella parte del paese dove si concentra
una larga percentuale dell’elettorato di destra. Perché
qui non si tratta di cercare di non morire democristiani: qui si tratta
di cercare di non morire fascisti.
Mi piacerebbe che il governo di centrosinistra avesse un programma conciso
e chiaro, che su quello lavorasse come un sol uomo (si dice così,
no?), che procedesse a tappe forzate per realizzarlo (magari convocando
le riunioni alle otto, non alle dieci e mezza del mattino). Per la mia
sostanziale moderazione e inclinazione all’equilibrio, mi piacerebbe
una via di mezzo tra le 281 pagine del programma dell’Unione e
i dodici punti di Prodi (fossero stati quattordici, con la regolamentazione
delle convivenze e un impegno sulla precarietà, certo non avrei
pianto). Ma anche dodici, sì, evviva.
Non capisco, però, il punto numero undici: “Il Portavoce
del Presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione,
assume il ruolo di Portavoce dell’Esecutivo.” Certo, Prodi
nella comunicazione non è un fulmine di guerra, e necessariamente
obbliga altri dell’Esecutivo a prendere la parola per dire quello
che lui non dice o dice troppo lentamente. Ma se il signor Sircana (bravissima
persona, mi si dice: del che non dubito) deve diventare il Portavoce
dell’Esecutivo – cioè non solo di Prodi, ma anche
di tutti gli altri – comincio davvero a pensare che l’unica
soluzione per noi milanesi di sinistra sia di emigrare.
24 febbraio 2007 - Dàgli alle
anime belle
Mi ha veramente impressionato l’ondata delle reazioni contro i
due “traditori” che hanno causato le dimissioni di Prodi,
non votando la risoluzione sulla politica estera presentata al Senato
lo scorso mercoledì. Una violenza verbale inaudita, soprattutto
se si considerano le posizioni (di sinistra) di chi si è espresso
in quella maniera. Per aver manifestato il dubbio che quel non-voto
– per quanto riprovevole dal punto di vista della tattica parlamentare
– avesse ragioni non del tutto disprezzabili (non ho minimamente
accennato alla possibilità che io approvassi quel comportamento),
sono stato oggetto anch’io di qualche insulto “collaterale”:
mi si è chiesto se preferissi la politica estera di D’Alema
o quella di Fini, mi si è dato del “pacifista a oltranza
di merda”. Interessante l’attenuazione implicita in quel
“a oltranza”: se la si toglie resta “pacifista di
merda”, che mi sarei aspettato da un seguace di Fini o di Berlusconi,
appunto.
Già, cos’è che fa scatenare impeccabili elettori
dell’Unione, che chissà quante volte hanno marciato sotto
le bandiere della pace, che hanno riempito Piazza San Giovanni ai tempi
dell’articolo 18, a esprimersi con un linguaggio degno di Libero
o della Padania? Presumo che sia la rabbia per un gesto “che
consegna nuovamente il paese a Berlusconi”, come mi è stato
scritto.
Ma è davvero così? Al di là degli sviluppi della
situazione (in corso mentre scrivo), bisogna prendere atto che in ogni
caso la Casa delle Libertà è largamente minoritaria alla
Camera, e non ha comunque la maggioranza al Senato. Dunque l’idea
che il gesto dei due senatori ribelli consegni il paese a Berlusconi
è motivata dal fatto che, se si andasse alle elezioni anticipate,
la Casa delle Libertà avrebbe buone possibilità di vincere.
I sondaggi più recenti danno l’Unione al 47%, con un margine
negativo del 4% rispetto alla CdL. Proprio da qui vorrei partire.
A un certo punto, prima delle elezioni dell’aprile 2006, l’Unione
era in vantaggio (nei sondaggi) del 5%; margine che come tutti sanno
è rimasto inalterato negli exit-poll, che poi si sono rivelati
fasulli. In ogni caso, nell’arco di circa un anno, l’Unione
è passata da un vantaggio del 5% a uno svantaggio del 4%. Come
mai? È colpa di Rossi e Turigliatto? È colpa della sinistra
radicale, dei “pacifisti a oltranza di merda”? Certo, una
parte di quel calo di adesioni è attribuibile alle preoccupazioni
dei moderati per l’estremismo dei “movimenti”, o per
le divisioni fra i partiti maggiori e la sinistra radicale. Sicuramente
i disordini dell’11 marzo 2006, con la loro eco ben orchestrata
sulla stampa di centrodestra (senza che la stampa progressista –
se c’è – si spendesse troppo sulla manifestazione
neofascista che li aveva sapientemente provocati), hanno fatto perdere
molti consensi, specialmente a Milano. E la discordia sempre latente
durante i mesi di governo ha contribuito, forse non poco.
Ma bisogna proprio bendarsi gli occhi per non vedere gli effetti disastrosi
sul consenso al centrosinistra che hanno avuto (nell’ordine):
la farraginosità del programma, quasi trecento pagine spesso
generiche e lacunose (ricordo quello che scrissi a proposito della parte
dedicata alla cultura e all’informazione: 15 pagine su 232 di
testo, un 6,5% di aria fritta); le dichiarazioni sciagurate di Prodi
in materia fiscale, alla vigilia delle elezioni; l’approvazione
dell’indulto; una finanziaria draconiana che non ha dato un centesimo
a ricerca e università; riforme sminuzzate che hanno avuto come
primo risultato la rivolta dei tassisti e dei farmacisti (e successiva
parziale retromarcia); la ricerca ossessiva del gradimento di una chiesa
insopportabilmente impicciona; e, in tutto questo tempo, l’inerzia
totale o la lentezza estrema nell’affrontare le cosiddette leggi-vergogna
del governo precedente, come documentato da centinaia di lettere di
protesta indirizzate ai quotidiani (soprattutto l’Unità
e la Repubblica); la percezione da parte di buona parte dell’elettorato
che l’obiettivo principale dell’attività politica
dei componenti del governo e dei maggiori partiti fosse la costruzione
del Partito Democratico; last but not least, una comunicazione
impacciata, al limite dell’afasia, da parte del capo del governo.
Se si tornasse a votare presto, e il paese venisse riconsegnato a Berlusconi,
queste sarebbero le cause principali, e non certo il comportamento delle
“anime belle” nella seduta del 21 febbraio. Perché
prendersela soltanto con loro, e con tutta quella violenza verbale?
Ho un’opinione, corroborata anche dalle versioni più moderate
degli attacchi rivolti a Rossi e Turigliatto, da parte di giornalisti
e commentatori indipendenti. La politica è arte del compromesso,
dicono, e l’intransigenza (“a oltranza”?) sulle proprie
convinzioni è sintomo di immaturità e di protagonismo.
Sarà. Detto da opinionisti che da lustri hanno a disposizione
le colonne dei maggiori quotidiani per esprimere le proprie (immutabili!)
idee (e per specchiarsi, con la chioma al vento, sul loro cavallo bianco)
sembra un po’ una predica proveniente dal pulpito sbagliato. Ma
che trova riscontro in un popolo di sinistra (moderata) che in molti
casi individuali ha subìto gli anni del governo di centrodestra
mettendo in pratica una doppia morale: la denuncia rabbiosa del berlusconismo
al potere partecipando a manifestazioni, scrivendo lettere, mugugnando
in privato, e l’accettazione del compromesso nel proprio posto
di lavoro. Quanti eroici antiberlusconiani nelle redazioni dei giornali,
in Mediaset, nella pubblicità, alla Rai, tutti pronti a chinare
la testa (altro che “schiene dritte!”) per salvare il cadreghino.
E l’hanno salvato, certo. E che fastidio, dunque, quelle “anime
belle”, che pretendono di mostrare coerenza, quella coerenza riprovevole
che in altri paesi d’Europa e del mondo (gli stessi Stati Uniti
di Bush) è la morale e la prassi normale degli intellettuali,
dei politici.
Forse la riprova, purtroppo, non ci verrà data. Ma supponiamo
che un governo di centrosinistra (forse il Prodi-bis) vada di nuovo
sotto su un provvedimento inviso ai cattolici moderati. Gli grideranno
“papisti a oltranza di merda”?
22 febbraio 2007 - Si chiamano
Fernando
Come non unirsi al diluvio di proteste contro i due senatori della "sinistra
radicale" che (astenendosi) non hanno votato la mozione sulla politica
estera, costringendo Prodi alle dimissioni? Sciagurati, immaturi, traditori!
Cosa aspettano a crescere?
Sciocchi vanitosi, dimenticheremo i loro nomi. Almeno fino a quando
(si tratta di "quando", non di "se") l'aviazione
degli Stati Uniti - forse servendosi di basi italiane - bombarderà
l'Iran. Allora, respirando pulviscolo radioattivo e sorseggiando una
birretta sulle spiagge italiane (o greche, o turche), bofonchieremo
"Rossi, Turigliatto" (si chiamano entrambi Fernando, come
il guerrigliero da cartolina della canzone degli Abba). E i nomi degli
altri, che fanno finta di non sapere (o che magari davvero non sanno).
[Ho spedito questa brevissima riflessione ai miei amici, prima di trascriverla
sul sito. Ho ricevuto molte risposte (di approvazione, di critica, di
puntualizzazione) alcune delle quali – però – mi
hanno lasciato perplesso. Che sia vero quello che sosteneva Salvatore
Toscano, e cioè che gli italiani non capiscono l'ironia e la doppia
negazione?]
23 gennaio 2007 - Musica
d'arte e di consumo
Mi è difficile trattenere delusione e sconforto per l’intervista
di Fabio Fazio a Maurizio Pollini, durante la trasmissione “Che
tempo che fa” di domenica 21 gennaio.
Molti musicofili (amici e colleghi che ho sentito a voce, altri che
ho letto su vari blog) hanno criticato Fazio, per quella che è stata ritenuta “ostentata
incompetenza”. Non entro nel merito. Può darsi che Fabio Fazio sia
a disagio col repertorio “colto” (credo sia noto che si è laureato
a Genova nel 1990 con una tesi su Elementi letterari nei testi dei cantautori
italiani), ma a me il suo atteggiamento è parso più che altro
una forzatura del ruolo di “popolarizzatore” che si ritiene spetti
ai conduttori televisivi. Col rischio che – mentre Fazio cercava di spiegare
al “grande pubblico” i concetti espressi da Pollini – il grande
pubblico di Pollini, che si sarà messo all’ascolto della trasmissione,
avrà trovato il livello dell’intervista inadeguato alla propria
competenza, più alta.
Ma quello che mi ha deluso e sconfortato è stato proprio Maurizio Pollini,
persona che ammiro fortissimamente, e che considero (se non altro per certe battaglie
condotte dalla stessa parte, a cominciare da “Musica nel nostro tempo”)
un amico. Non era la prima volta che sentivo parlare Pollini alla televisione,
degli stessi argomenti che ha toccato il 21 gennaio. C’è stato un
programma di RaiSat, intitolato (credo) “Musica della rivoluzione”,
nel quale venne riproposto qualche anno fa il filmato di uno degli storici concerti
dei primi anni settanta: forse al Comunale (oggi Valli) di Reggio Emilia, nel
1973, nel quadro delle manifestazioni di “Musica/Realtà”.
Claudio
Abbado e Maurizio Pollini avevano presentato composizioni di Luigi Nono, e al
termine i tre musicisti avevano sollecitato il dibattito col pubblico. Un giovane
si era alzato, aveva detto di aver apprezzato molto la musica di Nono, ma di
trovarla tutto sommato ostica; credendo di spiegarsi, aveva detto che gli piacevano
molto i King Crimson. Ma né Nono, né Abbado, né Pollini
sapevano chi fossero i King Crimson, e quindi era loro sfuggito il sottinteso
del commento: che la musica di Nono risultava difficile al giovane ascoltatore,
nonostante apprezzasse un rock tra i più radicali dell’epoca (più di
vent’anni dopo, un eminente musicologo mio amico fraterno, ascoltando durante
una mia conferenza un brano dei King Crimson registrato nel 1973 al Concertgebouw,
mi disse: «Però, mica male questo minimalista. Chi è?»).
Quindi, il commento scatenò un fuoco di fila, nel quale Maurizio Pollini
era particolarmente acceso, contro la “musica di consumo”, prendendo
di mira soprattutto gli arrangiamenti mozartiani di Waldo de Los Rios. Che coi
King Crimson c’entravano moltissimo, evidentemente.
Durante l’intervista con Fazio, Pollini ha ripreso quasi con identici accenti
(forse con meno scandalo) la stessa tripartizione statica e contraddittoria dell’universo
musicale: la musica d’arte (ottima), la musica popolare (spesso molto buona,
vedi l’uso che ne hanno fatto Beethoven e Bartók), la musica di
consumo (brutta, onnipresente e inutile, col suo ostinato “bum bum” ritmico),
più il jazz, che in alcuni casi è davvero musica d’arte.
La spiegazione che Pollini (malgrado le frenate di Fazio) ha cercato di dare
della varietà e della sottigliezza ritmica della musica d’arte rispetto
alla musica di consumo, citando il caso del Sacre di Stravinsky, sarebbe
stata molto utile trent’anni prima: forse il giovanotto emiliano avrebbe
potuto spiegare che la ragione per cui lui e moltissimi cultori del progressive
rock frequentavano la musica dei King Crimson era proprio la presenza di metri
addittivi, di armonie politonali, di scale inusitate. Se Fabio Fazio avesse un
minimo di conoscenza della popular music al di fuori della canzone d’autore
italiana, avrebbe potuto citare a Pollini i nomi di Frank Zappa, dei Gentle Giant,
dei Genesis (per non andare verso nomi troppo “difficili”); e che
dire della popular music greca, turca, mediorientale?
L’arte, nel discorso di Pollini, si identifica con la qualità, e
la qualità “fa bene”. Visione politicamente condivisibile.
Ma la qualità è una proprietà esclusiva del repertorio “colto”?
E chi la decide: è un dato universale, stabilito a priori o da una cerchia
di eletti? O è socialmente organizzata? Pollini non si domanda come mai
il jazz è stato a lungo considerato (negli ambienti “colti”)
una musica rozza – tanto che lo stesso Adorno ne scriveva male anche dopo
Monk, Parker, Davis, Coltrane – e solo negli ultimi trent’anni è entrato
nel pantheon della musica d’arte? È forse cambiato il jazz, o è cambiato
il giudizio da parte degli amanti della musica colta?
Contrapporre in modo così rude
la qualità della musica d’arte alla banalità di quella di
consumo, senza minimamente contemplare l’esistenza di popular music diversa
da quella presentata in forma di caricatura, serve a conquistare alla musica
colta nuovi ascoltatori giovani? O non serve piuttosto a creare un piccolo gruppo
di nuovi snob, convinti della qualità della musica d’arte senza
avere strumenti di comprensione diversi da quelli del più ottuso ascoltatore
di “bum bum” ritmici?
Molti anni fa, durante un incontro nel quale
Pollini mi aveva detto: «Tu
che ti occupi di jazz...», sottintendendo un apprezzamento (mai
che io mi occupassi di “musica di consumo”!), gli avevo
promesso che gli avrei fatto avere una cassetta con una selezione di
brani di popular music che secondo me, a un musicista raffinato come
lui, avrebbe fatto comprendere all’istante che la questione della
qualità e
del valore estetico è più complessa e articolata di quello
che il dualismo “d’arte”/”di consumo” lascia
intendere. Una copia di quella piccola antologia, con la scritta “cassetta
di Maurizio” dev’essere ancora tra le mie cassette. Mi
sa che mi toccherà rispedirla.
18 dicembre 2006 - Minimo
comune denominatore
L’ultimo in ordine di tempo (per me) è stato Pier Ferdinando
Casini, ma quello che ho da dire è rigorosamente bi-partisan
(aaaaargh!).
Dunque, anche per Pier Ferdinando, come per tutti i politici italiani
(aspetto smentite), i conflitti fra le coalizioni o all’interno
di una coalizione possono essere risolti trovando un “minimo comune
denominatore” fra le diverse posizioni. È comprensibile,
quindi, che i conflitti non si risolvano e che il clima sia sempre più
esacerbato: perché il minimo comune denominatore non esiste!
Esiste il minimo comune multiplo (mcm) che, dati due interi a
e b, è il più piccolo intero positivo che è
multiplo sia di a che di b. Esiste anche il massimo
comun divisore (MCD) di due interi, che non siano entrambi uguali a
zero: è il numero naturale più grande per il quale possono
entrambi essere divisi.
Ma il minimo comune denominatore proprio non c’è. Sì,
è vero: quando si sommano due frazioni il denominatore comune
si calcola facendo il minimo comune multiplo dei denominatori delle
frazioni da sommare: ma una volta ottenuto quel denominatore, non è
minimo rispetto agli altri denominatori. Ad esempio (traggo l’esempio
da Wikipedia), la somma di 2/21 più 1/6 è 11/42, e chiunque
vede che 42, per quanto sia il minimo comune multiplo tra 21 e 6, non
è “minimo” né “comune” rispetto
ai “denominatori” 21 e 6.
Il fatto che i politici (tutti, salvo smentita) siano ignoranti di
aritmetica non mi colpisce. Quello che mi preoccupa è che, come indica la
scelta di una metafora così balorda (cfr. G. Lakoff, M. Johnson, Metaphors We Live By, The University Of Chicago Press, 1980),
siano ignoranti anche di politica.
11 dicembre 2006 - Presenza di
spirito
9 dicembre 2006. L’ex ministro degli Interni Pisanu è ospite
della trasmissione Che tempo che fa. Fabio Fazio gli offre
(dopo l’intervento di Massimo D’Alema, la settimana precedente)
l’occasione di escludere qualsiasi responsabilità del
suo ministero negli ipotetici brogli elettorali.
Pisanu spiega pacatamente che non ci sono sistemi di trasmissione telematica
dei risultati, sui quali potrebbe intervenire l’eventuale software
trucca-elezioni descritto nel film di Cremagnani e Deaglio. Illustra
tutto il percorso dei risultati, dal singolo seggio fino al Viminale,
e arriva addirittura a sostenere che nessuna norma di legge prevede
che il Ministero degli Interni comunichi i risultati dello spoglio man
mano che pervengono. Lo si fa solo “per tradizione”, visto
che gli unici risultati validi ai sensi di legge sono quelli proclamati
in seguito dalla Cassazione. Fazio interloquisce professionalmente,
punzecchia ma non troppo, come sa fare.
A un certo punto, però, Pisanu fa un’apertura imprevista:
inizia a spiegare come, eventualmente, si potrebbero truccare i risultati
durante lo spoglio, nei seggi. Le schede, dice, vengono suddivise e
ammucchiate in varie pile: quelle relative alle varie liste, quella
delle nulle, quella delle bianche, quella delle contestate. Il conteggio
avviene solo dopo che queste pile sono state formate. Quindi,
se qualcuno preleva dalla pila delle bianche un certo numero di schede,
e le mette insieme (sotto?) alla pila delle schede di una lista, quando
poi si procede al conteggio le bianche si sommeranno ai voti della lista.
Si deve supporre (Pisanu non lo dice, ma lo si immagina) che a questo
punto non si faccia un nuovo controllo delle schede: si contano quelle
di ciascuna pila, e le si infilano in una busta, una per ogni pila.
È una rivelazione curiosa e non richiesta. L’ex ministro
degli Interni sta spiegando come sia stato possibile (sia pure nell’assoluta
inconsapevolezza del Viminale) trasformare schede bianche in voti di
lista. Fazio, stranamente, non afferra l’occasione. Tanto che,
poco dopo, Pisanu ci riprova, e rispiega il meccanismo. Di nuovo Fazio
non interloquisce. Avrebbe potuto dire, che so: «Onorevole Pisanu,
lei sta forse dicendo che i risultati sono stati alterati, sia pure
in modo diverso da quello sostenuto dal film di Cremagnani e Deaglio?»
Ma non lo fa. Tra l’altro, se le cose possono funzionare come
Pisanu ha descritto, il controllo delle bianche e delle nulle recentemente
deciso non ha nessuna possibilità di rivelare alcunché,
visto che le bianche non contate come tali si troverebbero nelle buste
delle liste alle quali sono state attribuite come voti validi!
10 dicembre 2006. Il Presidente del Consiglio Prodi viene fischiato
da un pubblico di giovani durante il MotorShow di Bologna. Molto probabilmente
la contestazione è stata innescata da un gruppo organizzato
di neofascisti. Un filmato ripreso da Striscia la notizia e
trasmesso la sera dell’11 dicembre mostra Prodi che indica tra la folla
“quello lì, il capo dei fascisti”.
Ma il filmato mostra ben altro. Prodi arriva sul palco dove il critico
musicale Red Ronnie sta presentando un’esibizione di Gianluca
Grignani. A quanto pare l’esibizione è stata ritardata
o interrotta perché il suono disturbava la conferenza stampa
dello stesso Prodi, al piano superiore. Prodi arriva, accolto molto
festosamente da Red Ronnie. Ma piovono fischi e insulti: Red Ronnie
apostrofa il pubblico con un «No, non sono d’accordo!»
e con presenza di spirito e professionalità propone di sfruttare
l’occasione per discutere con il Presidente del Consiglio di
politica musicale.
Inizia con un argomento per la verità logoro e impraticabile
(ma nessuno dei presenti lo sa), quello dell’IVA sui cd; prosegue
commentando le difficoltà dei musicisti emergenti e lo stato
di crisi dell’industria. Prodi potrebbe rispondere da politico,
entrare nel merito, isolando i provocatori di professione dal resto
del pubblico, che resterebbe ad ascoltare. Ma no, se ne esce con una
battuta che ricordiamo solo sulla bocca di qualche parroco di campagna
o giovane dirigente della Fgci: «Non siamo qui per parlare di
politica, siamo qui solo per divertirci.»
I fischi diventano una tempesta. Red Ronnie è visibilmente desolato
e irritato: aveva fatto una battuta da grande spalla (o un passaggio
smarcante da grande rifinitore, per quelli a cui piacciono le metafore
calcistiche) e si trova a dover gestire una ritirata indecorosa.
Ahinoi, la presenza di spirito non è assoluta e immutabile. Nemmeno
nei professionisti. In altre occasioni Fabio Fazio farà al Pisanu
di turno obiezioni fulminanti, e magari a Red Ronnie verrà il
fottone non per aver detto la frase giusta al momento giusto (come
stavolta), ma per non averla detta. Prodi pare essere un cultore
dell’esprit
de l’escalier, che contraddistingue le persone che trovano
mentre scendono le scale, a serata finita, la battuta che avrebbero
dovuto dire durante la discussione.
Oh, solidarietà, come mi ci riconosco! Proprio per questo, però,
non mi sono candidato io alle elezioni, ma ho votato (o desiderato di
votare) politici navigati e competenti. Non gente che va al MotorShow
in maglioncino, “non per far politica, ma per divertirsi”.
Dove ho sbagliato?
1 novembre 2006 - Quanto
vale la musica in Italia?
Una ricerca realizzata dal Centro ASK dell’Università Bocconi
ormai ogni anno permette di accedere a un resoconto dettagliato dell’economia
della musica in Italia. Una “stima del valore del sistema musica
in Italia” offriva per il 2004 – l’ultima ricerca
fu presentata a dicembre del 2005 – un totale di oltre due miliardi
di euro: per la precisione, 2284,2 milioni di euro (la tabella ASK riporta
“migliaia di euro”, ma si tratta di una svista).
È una cifra notevole, e sembrerebbe confermare l’obiettivo
originario della ricerca promossa dal CORAM (un coordinamento di operatori
del settore) nel 2001, sempre con il contributo scientifico della Bocconi,
e della quale le ricerche successive hanno conservato l’impostazione
e le fonti. Il comparto musicale – si sottintendeva allora e si
continua a sottintendere – costituisce una componente non trascurabile
dell’economia del Paese, e quindi se lo Stato non prende i provvedimenti
che gli operatori del settore sollecitano, non solo danneggia la vita
culturale della nazione, ma anche colpisce un ramo potenzialmente prospero
dell’industria, penalizzando investimenti, contribuendo alla perdita
di posti di lavoro, e così via. Un modo del tutto legittimo,
a prima vista astuto, di catturare l’attenzione dei politici,
in gran parte poco sensibili alle esigenze della cultura e della musica
in particolare. All’epoca della presentazione della prima ricerca
veniva dato molto risalto ai risultati di uno studio condotto negli
USA, dal quale risultava che gli studenti che suonavano uno strumento
avessero voti migliori in matematica e nelle materie scientifiche. L’idea
che la musica e la cultura non abbiano un valore in sé, ma che
servano ad altro (dallo studio della matematica al turismo) e solo in
questa dimensione subordinata possano essere prese in considerazione
e valorizzate, da allora ha fatto una certa presa sui politici italiani,
come si può facilmente ricavare dalla lettura del programma elettorale
dell’Unione.
Ma, tornando ai risultati della ricerca, viene da chiedersi se davvero
il valore del sistema musica in Italia sia ragguardevole, e giustifichi
da solo l’eventuale attenzione della politica. Come ho già
fatto l’anno scorso per i miei studenti, ho confrontato i dati
della Bocconi con i risultati dei principali gruppi industriali italiani
nello stesso anno. A questo riguardo, la mia fonte per il 2004 è
costituita da uno studio R&S Mediobanca, pubblicato la scorsa estate
su la Repubblica.
L’industria musicale nel suo complesso, comprendendo la discografia,
lo spettacolo dal vivo e le sale da ballo, l’editoria musicale,
l’industria degli strumenti musicali, le scuole di musica, genera
un volume di affari che è inferiore a quello di singoli gruppi
industriali collocati intorno al ventesimo posto della graduatoria nazionale:
i 2284,2 milioni di euro del sistema musica si confrontano con i 3255
di Luxottica, i 3100 di Indesit, i 2772 di Buzzi Unicem, così
come nel 2001 il valore di tutto il comparto musicale superava di poco
il fatturato della Barilla (da sola), ed era il doppio di quello di
Armani. Chi fosse interessato ai dati completi (e alle ricerche CORAM
e ASK) li può scaricare dal mio sito, alla pagina http://www.francofabbri.net/pagine/Uni_Download.htm
(sotto il titolo Materiali per gli studenti).
Vorrei fare qui solo due brevi considerazioni.
1) Le ricerche come quelle del Gruppo ASK sono utilissime, vanno incoraggiate,
si deve fare sì che i loro risultati siano conosciuti ampiamente,
vanno estese e perfezionate, ma non ci si deve illudere che compensino
la disattenzione dei governi verso le ragioni della musica. Le ricerche
fotografano l’intero comparto musicale come una singola azienda
in grave crisi (l’Alitalia, per dimensioni, si offre facilmente
al confronto), e la mia opinione è che il rapporto fra valore
economico del comparto e considerazione del valore culturale della musica
vada precisamente ribaltato: non è il valore economico che può
far comprendere l’importanza della musica nella vita nazionale,
ma è la marginalizzazione, l’umiliazione del valore culturale
della musica nel nostro Paese a fare sì che l’industria
musicale sia così poco significativa economicamente.
2) Nelle ricerche della Bocconi non è mai apparso un dato sulle
apparecchiature di riproduzione del suono (in quella del 2005 il dato
è indicato come “non disponibile”). Ci sono buone
ragioni metodologiche perché questo non sia avvenuto: non è
sempre facile ascrivere tutte queste apparecchiature a un impiego musicale
in senso stretto, e i dati sono certamente eterogenei e di difficile
raccolta. Certamente i lettori di cd e di mp3, gli impianti hi-fi, gli
impianti per le discoteche dovrebbero rientrare, mentre è più
difficile valutare il peso da dare alle radio, alle autoradio, agli
home-theater, e (perché no?) ai televisori e ai pc. Anche solo
limitandosi agli iPod, a cd e masterizzatori e agli hi-fi “classici”
si tratterebbe di cifre considerevoli, che aumenterebbero non di poco
il valore del comparto musicale. Ma a me pare che la mancata inclusione
di quei dati rifletta un carattere difensivo dell’industria musicale
che è a sua volta sintomo (e causa) della sua crisi. Non credo
che ci sarebbe da scandalizzarsi se qualcuno sostenesse che la radio
non potrebbe esistere senza i prodotti dell’industria musicale;
in misura minore lo si potrebbe dire della televisione; quanto il mercato
dei pc e di Internet oggi sia guidato dalle attività musicali
(scaricare files, masterizzare, ecc.) ce lo dicono le stesse pubblicità
delle maggiori aziende del settore. La musica muove interessi colossali,
ma l’industria musicale contempla il proprio ombelico, e lo trova
piccolo, sì, ma bello.
Il mio corso di Economia dei beni musicali (corso di laurea in Scienze
e Tecnologie della Comunicazione Musicale) inizia l’8 novembre
2006 alle 15:30 (Via Comelico 39/41, Milano, Aula Alfa).
18 luglio 2006 - Saluti
Al termine dello sciopero dei taxi, con giornalisti picchiati e passanti
insultati, dopo il blocco ferroviario da parte dei tifosi di una squadra
retrocessa, e precedenti disordini con un fotografo in prognosi riservata
ecc. ecc., mentre in Libano e Israele ci si bombarda, e dopo che (mirabile
confluenza del tutto) un gruppo di tifosi della nazionale è passato
canticchiando minacciosamente il pò pò pò davanti a un ristorante libanese
dove cenavo, parto. Come forse dimostra la foto qui sotto, scattata
all'Avana qualche settimana fa, è meglio essere in piccola ma buona
compagnia. Un abbraccio a tutti.
1 giugno 2006 - Una sera a cena
Una sera di qualche anno fa, in una casa di quella buona borghesia
milanese progressista di cui tanto si parla. Se non ricordo male, in
quei giorni infuriavano i bombardamenti su Bagdad (o forse era ancora
l’Afghanistan).
Ci si siede a tavola. La signora è seduta proprio di fianco a
me: così ci ha piazzati la padrona di casa, certo non ignorando
che la signora e io ci conosciamo da molto tempo, abbiamo condiviso
idee politiche e interessi (la musica popolare), anche se non abbiamo
più avuto occasione di frequentarci.
L’attacco è spiazzante: non ho fatto ancora a tempo a stendere
il tovagliolo che la signora – rivolta senza dubbio a me –
si compiace della sentenza di assoluzione per i dirigenti di una fabbrica
che erano stati accusati di aver avvelenato per anni i loro operai con
sostanze la cui cancerogenicità era nota e sulle quali avrebbero
dovuto vigilare. Non faccio a tempo ad abbozzare una risposta che il
discorso si è già spostato: ora la signora parla del rapporto
con i suoi dipendenti, dice che è ora di smetterla con la confidenza
e la falsa familiarità. Esige che nei rapporti di lavoro ci si
impronti a una formalità rigorosa, e che ovviamente ci si dia
del lei. Confidando in una complicità che sento comunque vacillare,
le ricordo che anche Togliatti dava (ed esigeva) del lei. Non ride.
Tragicamente il discorso si sposta sulla guerra al terrorismo. Metto
in dubbio che i bombardamenti delle popolazioni civili siano una soluzione
buona per pacificare la regione, aggiungo qualche ovvietà (lo
so) sulla guerra che genera – anziché sventare –
il terrorismo. Immagino che quello che dico non piacerà soprattutto
al marito della signora, che ha un incarico molto importante, diretta
emanazione del governo degli Stati Uniti. Ma è la signora a rispondere.
Non sopporta alcun accenno al confronto, se non all’equiparazione,
fra le vittime innocenti dei bombardamenti americani e quelle delle
Twin Towers. Se di fianco a me fosse seduta Condoleezza Rice la politica
di Bush non avrebbe una mi-gliore rappresentante. Mia moglie, cercando
di sdrammatizzare (memore delle assemblee alle quali certamente anche
la signora partecipava) interloquisce così, tra evidentissime
virgolette: «Non sono d’accordo con l’intervento della
compagna che mi ha preceduto.» Non l’avesse mai detto. La
signora non si riconosce, non si è mai riconosciuta in quell’appellativo.
La situazione precipita. La serata si scioglie appena la buona educazione
lo permette, non ci sarà un dopo cena. Non ho mai più
messo piede in quella casa (di carissimi amici), né tantomeno
incontrato la signora o il marito.
Oggi leggo, in una testimonianza di Luca Beltrami Gadola sulle pagine
milanesi della Repubblica, che la signora è stata una
delle cinque persone che hanno per prime proposto la candidatura di
Bruno Ferrante a sindaco di Milano, con l’obiettivo di «catturare
il consenso dell’area di centro, quella in cui si colloca la borghesia
produttiva, la borghesia intellettuale, il ceto medio delle professioni
e dei nuovi imprenditori». Non ho nulla contro Bruno Ferrante
(che ho votato), e nemmeno in particolare contro la signora (che era
candidata nella lista civica intitolata al candidato del centro-sinistra).
Non capisco, però, la differenza rispetto a Letizia Moratti.
E insisto a chiedere le dimissioni dei dirigenti milanesi dei partiti
del centro-sinistra.
30 maggio 2006 - Il voto di
Milano e i “moderati”
Negli anni Settanta a Carife, in provincia di Avellino, la sezione
del PCI organizzava incontri con l’elettorato dal titolo: «I
cittadini domandano, i comunisti rispondono.» Una volta, sulla
porta della sezione apparve un cartello: «La riunione è
stata annullata perché tutti i cittadini presenti erano comunisti.»
Il segretario mi raccontava l’episodio con orgoglio, come sintomo
della maggioranza schiacciante del partito nel paese (che fu poi distrutto
dal terremoto). Lo stesso episodio, trasportato in anni più recenti,
sarebbe stato più probabilmente un esempio dell’isolamento
e dell’autoreferenzialità dei partiti, anche se c’è
da temere che oggi una riunione simile, per quelle ragioni, non verrebbe
annullata. Si dovrebbe, invece: se si convoca una riunione per “incontrare
la società civile” e poi si vedono sempre le solite facce,
occorrerebbe avere il coraggio di sospenderla.
Dopo la sconfitta di Ferrante alle elezioni per il Comune di Milano,
i partiti del centro-sinistra si affrettano a consolarsi per aver ottenuto
il miglior risultato da quando esiste l’elezione diretta del sindaco
e promettono di tornare al lavoro sollecitamente, soddisfatti di aver
trovato un metodo. Come cittadino, mi sembra una consolazione molto
magra, in vista di cinque anni di governo di Letizia Moratti, per di
più ostaggio di una Forza Italia al 32%: il sacco della città,
direi, è garantito. Ma certo, per chi si dà da fare in
politica, cinque anni di lavoro (non precario) non sono da buttar via,
soprattutto se si è trovato il metodo.
Quale metodo? Perdonatemi, ma non essendo coinvolto nella vita dei
partiti (ci dovrà pure essere qualcuno che gioca a fare la “società
civile”, no? Almeno per non incorrere nel paradosso russelliano
di Carife) non ho avuto occasione di farne conoscenza. Mi è arrivata
qualche circolare via e-mail, che mi invitava a partecipare a riunioni
nelle quali alcuni candidati avrebbero illustrato il loro programma:
mi sono domandato quale fosse la novità, se ci fosse qualche
alternativa rispetto al modello secondo il quale l’intervenuto
occasionale si alza, gli tocca spiegare chi è, fa una domanda,
gli viene risposto con sufficienza o deferenza (a seconda dell’impressione
che ha suscitato presentandosi) e tutto resta come prima. Nel dubbio
(?) non ci sono andato. Tanto avrei votato per Ferrante comunque: abbasso
l’ipocrisia.
Eppure non dovrebbe essere difficile organizzare le discussioni diversamente,
magari servendosi delle famose nuove tecnologie. Perché non chiedere
preventivamente dei contributi via e-mail? Aprire delle liste? Arrivare
a delle brevi riunioni di lavoro preparate, nelle quali ognuno sia messo
nelle condizioni di contribuire in base alle proprie conoscenze ed esperienze?
Se questo non avviene, l’impressione che i funzionari di partito
o i candidati non vogliano essere disturbati o abbiano paura del confronto
è difficile da respingere. Come è difficilissima da respingere
l’idea che questo lavoro estenuante di preparazione dei programmi,
che dovrebbe essere il nocciolo della politica, sia considerato dai
partiti del centro-sinistra milanese come un fastidioso scotto da pagare
nelle settimane che precedono le elezioni, dopo le quali (se si vince)
iniziano le spartizioni e il “ghe pensi mi”.
Milano è una città ricca e incattivita, dove il numero
di gradi di separazione fra ogni singolo cittadino e Berlusconi è
minimo. Chi non lavora direttamente per Mediaset, o Publitalia, o Mondadori,
o Mediolanum, eccetera, lavora per un loro fornitore. Parlare alla “Milano
delle professioni”, come sognano politici e commentatori, non
è facile. Ma bisogna almeno provarci. E provarci non significa
semplicemente corteggiare i “moderati”. La nozione di “moderato”
fatta propria dal centro-sinistra milanese è un esempio da manuale
di categorizzazione subalterna, o di framing autolesionista (per usare
i termini del cognitivista americano George Lakoff). È più
che evidente, infatti, che esistono persone di classe sociale media
o alta, non particolarmente inclini al progressismo, disposte a votare
per il centro-sinistra, se i candidati e i programmi sono soddisfacenti
(come è avvenuto con ogni certezza a Torino e a Roma). Ma definire
questi elettori “moderati” è scorretto e dannoso.
Scorretto perché in moltissimi casi il loro atteggiamento è
cinico e radicale, più che moderato: non si fanno guidare dall’ideologia,
ma dall’interesse e/o da un giudizio di valore di natura quasi
estetica (come quelli che orientano la loro attività professionale).
Dannoso, perché la categorizzazione li colloca immediatamente
nel campo avversario, mentre non è scontato che sia così.
Chiamiamoli elettori “politicamente agnostici” e ci si potrà
ragionare.
Resta il fatto che – a quanto sembra – una parte non piccola
dell’elettorato di centro-sinistra milanese non è andata
a votare. C’è chi ha dichiarato di averlo fatto esplicitamente
per protestare contro le scelte delle liste, se non per delusione dopo
la presentazione del governo Prodi. Si tratta dunque di recuperare non
solo l’elettorato politicamente agnostico che ha votato Forza
Italia perché non convinto dai candidati o dai programmi del
centro-sinistra (quello stesso elettorato che a Torino ha votato compattamente
per Chiamparino), ma anche l’elettorato di sinistra che non è
andato a votare, per le stesse identiche ragioni (sarebbe un altro caso
di framing scorretto dire che siano ragioni opposte: candidati e programmi
erano poco convincenti, punto). Ci sono responsabilità evidenti
per tutto questo. Se i dirigenti dei partiti del centro-sinistra milanese
sono convinti di aver trovato un metodo di lavoro efficace, e sono pronti
a cinque anni di instancabile preparazione per la prossima vittoria,
sarebbe un segno di grande disponibilità e generosità
che presentassero subito all’elettorato (reale e potenziale) le
loro dimissioni. Nelle tanto elogiate professioni di solito chi fallisce
fa così.
16 aprile 2006 - Sondaggi fasulli
È davvero stupefacente l’insistenza con cui si commentano
gli errori nelle indagini demoscopiche sul voto del 10-11 aprile riferendosi
quasi esclusivamente agli exit poll. Sì, per chi ha seguito l’annuncio
dei dati a cominciare dalla chiusura dei seggi quelle dodici ore (circa)
possono essere state ricche di emozioni e di frustrazioni, ma il risultato
elettorale è solo quello definitivo, e la sua maggiore o minore
“stranezza” non si valuta da come è stato anticipato.
La calcistizzazione della mente – grande risorsa a disposizione
dell’ex presidente del consiglio – è arrivata anche
a questo: a far vivere lo spoglio delle schede come un partita di calcio,
come se l’ordine nel quale vengono annunciati vantaggi e svantaggi
avesse qualche rilevanza sul risultato.
Al contrario, ben pochi parlano dell’influenza – sotto molti
aspetti nefasta – che hanno avuto i sondaggi nel determinare le
scelte politiche dei partiti, e in particolare di quelli del centrosinistra,
nei mesi precedenti il voto. Supponendo che già allora il vantaggio
per il centrosinistra fosse minore di quanto annunciato o inesistente,
a causa della sottovalutazione delle reticenze o delle bugie di una
parte dell’elettorato di centrodestra nel rispondere alle domande
dei sondaggisti, i dirigenti dell’Unione e dei partiti di centrosinistra
farebbero bene a riconsiderare certe loro decisioni, prese alla luce
di sondaggi fasulli.
Se non fossero stati così sicuri “che si vince comunque”,
avrebbero considerato diversamente l’ipotesi di tenere delle primarie
per la scelta dei candidati, contrastando gli effetti partitocratrici
della legge Calderoli? Avrebbero ugualmente riempito le liste di candidati
“paracadutati” dalle segreterie in regioni dove erano sconosciuti
o malvisti? Avrebbero ugualmente lasciato fuori o in posizioni “impossibili”
candidati di valore, noti e apprezzati per la loro competenza e le
loro battaglie? Avrebbero ugualmente rifiutato il contributo delle
liste civiche? Avrebbero ugualmente puntato su un programma scritto
in partitese, pletorico e allo stesso tempo lacunoso?
Ma i sondaggi li davano in vantaggio, e sicuramente non pochi di loro
hanno accarezzato il sogno di vincere con un 5% di voti in più,
e con il beneficio aggiunto di lasciar fuori dal Parlamento (o comunque
dalla politica) tanti rompiscatole.
Adesso quegli stessi parlano di “paese spaccato” e tendono
la mano al cane che affoga, che dovrebbe essere invece bastonato. Ma
quale “paese spaccato”! Sì, in alcune regioni del
Nord ci sono molti leghisti, fascisti e berlusconiani convinti. Ma quanti
hanno votato per la CdL perché non era stato fatto il minimo
sforzo per interessarli, con candidati credibili, con pratiche meno
partitocratiche, con un programma meno burocratico e fumoso? Eh sì,
“si vince comunque”. Complimenti!
27 marzo 2006 - La dichiarazione IVA di Prodi
Riporto un breve stralcio della notizia che l’edizione on-line
di Repubblica dedicava il 26 marzo sera all’intervento di Romano
Prodi alla manifestazione “L’Unione fa la Musica”.
Prodi ha individuato anche alcuni punti che questa legge dovrebbe
toccare, e ha anche sottolineato che occorre che vi sia un coordinamento
tra i ministeri competenti: “Per quanto riguarda l'Iva –
ha detto Prodi – penso a una diminuzione dal 20 al 15 cento ma,
non illudiamoci che questo cambia il mercato. Ridurre l'Iva è
un atto, certo, di giustizia”.
Ho l’impressione che il cronista non abbia capito bene (non solo
la consecutio e la punteggiatura): del resto l’articolo pubblicato
sull’edizione cartacea del quotidiano, il 27 marzo, non porta
tracce della presunta dichiarazione di Prodi sull’IVA.
L’argomento, ovviamente, è l’IVA sui prodotti fonografici,
che è attualmente del 20%. Spiego qui di seguito perché
– secondo me – è impossibile che Romano Prodi abbia
veramente detto quello che la notizia gli attribuiva.
Nei paesi dell’Unione Europea esiste un’aliquota IVA ordinaria,
che i paesi sono liberi di variare entro un minimo e un massimo.
Per esempio (la lista completa si trova qui: http://www.e-services.agenziaentrate.it/aliquote_iva/aliquote_iva-01.htm),
l’aliquota ordinaria a Cipro è del 15% (valore minimo),
in Gran Bretagna è del 17,5%, in Svezia del 25% (valore massimo).
In Italia è del 20%.
Esistono poi aliquote ridotte (al massimo due), che le singole legislazioni
nazionali applicano a prodotti e servizi particolari. Per esempio,
la Danimarca non ha aliquote ridotte, la Gran Bretagna ne ha una (il
5%), l’Italia ne ha due (quella ridotta del 10% e quella superridotta
del 4%). Le direttive comunitarie stabiliscono rigorosamente l’applicabilità
delle aliquote ridotte a questo o a quel bene o servizio (l’elenco
si trova nell’allegato H della Sesta Direttiva del Consiglio del
17 maggio 1977, successivamente modificata, che si può vedere
qui: http://europa.eu.int/eur-lex/it/consleg/pdf/1977/it_1977L0388_do_001.pdf).
La ragione è semplice: il trasferimento di una certa categoria
di beni a una aliquota ridotta non deve rientrare nell’autonomia
decisionale dei singoli stati, dato che provvedimenti unilaterali sarebbero
turbativi della concorrenza.
Questo è il quadro normativo che ha finora impedito la riduzione
dell’IVA sui fonogrammi. I fonogrammi non sono compresi nella
lista dei beni ammessi alle aliquote ridotte; le uniche possibilità
per ridurre l’IVA “sui dischi” sono le seguenti: 1)
ridurre l’aliquota ordinaria, cioè su tutti i beni e servizi;
2) rinegoziare la direttiva europea sulle aliquote ridotte.
La prima ipotesi è inapplicabile, per gli effetti devastanti
che avrebbe sul gettito, e in ogni caso non avrebbe il carattere selettivo,
rivolto ad aiutare l’industria discografica in crisi, che viene
invocato dagli operatori del settore. La seconda ipotesi trova un’opposizione
determinatissima da parte di alcuni stati membri, in particolare la
Gran Bretagna: quindi, occorrerebbe un’azione concertata di molti
paesi dell’Unione, col rischio comunque di trovarsi di fronte
a un veto (le modifiche all’elenco dell’allegato H devono
essere approvate all’unanimità).
Se ne era accorta a suo tempo la titolare del ministero della cultura
del governo Zapatero appena insediato, che aveva prima annunciato in
pompa magna la riduzione dell’IVA sui dischi in Spagna, per fare
una precipitosa marcia indietro (del tutto ignorata dai media) pochi
giorni dopo.
Quindi, ridurre l’IVA sui fonogrammi dal 20% al 15% sarà
senz’altro un atto di giustizia, ma è quasi impossibile
da realizzare: Prodi, con la sua esperienza europea, non può
non saperlo.
26 marzo 2006 - Concertare,
tutti insieme
Quello che segue è il testo dell’intervento che ho spedito
– su invito degli organizzatori – perché fosse letto
durante la manifestazione “L'Unione fa la Musica”, tenutasi
a Milano, alla quale ha partecipato Romano Prodi.
L’Italia è il paese della grande musica, dei teatri d’opera, delle sale
da concerto, di cantanti, solisti, direttori che il mondo ci invidia.
È il paese di Rossini, Verdi, Puccini, Nono, Berio, della Scala, della
Fenice e di Santa Cecilia, di Pavarotti, Pollini, Accardo, Abbado,
Muti.
Ma è anche il paese di alcuni tra i più importanti festival del jazz
del mondo e di alcuni tra i jazzisti più noti, è il paese della musica
da film, è il paese di una delle più ricche tradizioni di musica popolare,
è il paese della canzone napoletana, della canzone d’autore, di una
produzione pop, rock e dance da tempo riconosciuta sul piano internazionale,
di gruppi e di etichette indipendenti seguiti con attenzione e passione,
almeno da trent’anni, nei luoghi più impensati del pianeta. L’Italia,
quindi, è anche il paese di Umbria Jazz, di Enrico Rava e Paolo Fresu,
di Rota, Morricone, Piovani, Bacalov, di Leydi, Carpitella e Bosio,
di Giovanna Marini e del Nuovo Canzoniere Italiano, di Salvatore Di
Giacomo e Roberto Murolo, di Modugno, Tenco, De André, Battisti, di
Conte e Ramazzotti, di Mina e della Pausini, di Arezzo Wave, del MEI,
degli Area e dei Subsonica.
L’Italia è anche un paese afflitto da una crisi cronica del mercato
discografico, da problemi e difficoltà nel settore radiofonico, da una
legislazione in materia di previdenza dello spettacolo, diritto d’autore,
informazione, farraginosa e piegata all’interesse di pochi. In Italia
l’Enpals tartassa i musicisti che suonano per pochi euro nei bar per
pagare le future pensioni di Totti e di Del Piero. L’Italia è uno dei
pochi paesi del mondo dove l’educazione musicale non sia obbligatoria
nelle scuole di ogni ordine e grado.
Questa banalissima constatazione rende piuttosto deludente la lettura
delle pochissime pagine che il pur ricco programma dell’Unione dedica
alla musica, limitandosi ad occuparsi dei tagli al FUS operati dal governo
di centrodestra e di qualche altro aspetto dello “spettacolo dal vivo”
(strana definizione, visto che sembra riguardare solo le attività lirico-concertistiche
e il balletto). Qualcosa non ha funzionato nella stesura di questa parte
del programma: convocare per delle audizioni alcuni dirigenti di istituzioni
e associazioni legati al mondo delle fondazioni liriche e degli ambienti
della musica colta evidentemente non era sufficiente. Bisognava e bisogna
fare molto di più, aprire gli orizzonti, sentire più voci.
Eppure, chi è stato finora escluso dovrebbe rifuggire dalla tentazione
di costituire una lobby alternativa, con l’intenzione pur comprensibile
di risolvere i problemi dei settori dei quali la politica non si è occupata,
o si è occupata male. L’esperienza della cosiddetta “Legge Veltroni”,
due legislature fa, dovrebbe essere tenuta presente. Allora, nonostante
il testo cercasse di risistemare l’intervento dello Stato nelle attività
musicali con una prospettiva più ampia, sia pure con molti limiti e
alcune strane esclusioni (non si nominava mai il jazz, per esempio),
non si arrivò mai a un vero confronto delle parti interessate. Il mondo
della musica colta insorse, temendo (anche se la legge in discussione
non ne dava il minimo appiglio) che si sarebbero tolti soldi alla Scala
o alla musica contemporanea per darli “a Venditti” (fa ridere, ma allora
si diceva così). E il mondo di quella che la legge chiamava impropriamente
“musica popolare contemporanea” si comportò come se difendere le condizioni
di sussistenza di uno dei patrimoni culturali dell’umanità (la grande
tradizione operistica e strumentale italiana) non riguardasse tutti,
ma solo dei privilegiati.
Ci sono, è chiaro, delle incomprensioni storiche. Ma vanno superate.
Una delle frasi più ricorrenti, in tutto il programma dell’Unione (anche
col rischio dell’indigestione), è quella che richiama la necessità di
operare in una logica di sistema. Va fatto anche per la musica. Uno
dei primi impegni del nuovo ministro dei beni e delle attività culturali,
se come ovviamente speriamo sarà scelto da Romano Prodi, deve essere
quello di convocare un tavolo di discussione aperto a tutte le componenti
della vita musicale italiana, trasversale rispetto ai generi, che coinvolga
tutte le attività: dalla creazione (autori, interpreti, editori
e loro rappresentanti) alla critica e alla ricerca, dall’organizzazione
di opere, festival e concerti all’industria discografica, alla
radio, alla televisione, ai servizi on-line, e non dimenticando l’educazione
e la formazione (scuola, conservatori, università) e le organizzazioni
del pubblico. Abbiamo tutti bisogno di conoscerci, e di imparare. “Concertazione”,
una parola che sta al centro del programma dell’Unione, è
un termine musicale, non dimentichiamolo.
13 marzo 2006 - Se ne vado
«Che lei si alzi e se ne vada è una cosa che lei non può
dire», ha detto Lucia Annunziata all’inizio del battibecco
finale con Silvio Berlusconi, nella ben nota intervista del 12 marzo.
E cosa ha risposto il Presidente del Consiglio? «Allora, mi alzo
e se ne vado.» Un piccolo lapsus. Può essere
interpretato in due modi:
1. Berlusconi ha una scarsa padronanza della lingua italiana;
2. quando è alterato, Berlusconi dice quello che pensa veramente:
e cioè che lui si alza, ma in realtà è Lucia Annunziata
che se ne va.
Teniamone conto, perché anche quando gli elettori gli avranno
detto che se ne deve andare, farà di tutto perché siano
loro ad andarsene. Non è un errore, e non è uno scherzo.
8 marzo 2006 - L'appello di
Umberto Eco
L’Unità dell’8 marzo pubblica un appello di Umberto
Eco ai “delusi della sinistra” (si trova sul sito www.libertaegiustizia.it).
Ecco il passaggio essenziale: “… è a costoro che
occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento,
collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta
alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile,
che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della
nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero
democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi,
della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. È questo
che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. È
proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia
eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina
da parte di difensori dei loro privati interessi.
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità
(perché è segno di senso critico ed equanimità
– direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria
parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto
a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro
sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.”
È molto importante che Eco, uno degli intellettuali (dei pochi)
che trovano ascolto fra i dirigenti del centrosinistra, osservi in modo
così accorato che il pericolo maggiore per l’Unione non
venga dall’indecisione permanente dei mitici “indecisi di
centro” o dalla scomparsa dei molto ipotetici “delusi dal
centrodestra”, ma dalla rabbia di chi ha sempre votato a sinistra
e nei cinque anni del governo Berlusconi ha dato l’anima per opporsi.
Eco teme, e forse con lui anche qualcuno dei dirigenti del centrosinistra,
che questi “delusi della sinistra” non vadano a votare.
Ahimé, posso rispondere solo per me stesso. Ho già preso
l’impegno di votare. Ma, mi spiace per Eco (anche se so che il
suo invito non va preso alla lettera), non sacrificherò i miei
sentimenti. Sono e resterò furibondo per la leggerezza, l’incompetenza,
l’ipocrisia, l’arroganza con cui tutti i partiti del centrosinistra
hanno affrontato la redazione del programma, la battaglia parlamentare
sulla legge elettorale, la compilazione delle liste, la campagna. Certo
(certissimo!) Eco non ne ha responsabilità, ma – per citare
solo alcuni casi – dopo aver eliminato dal programma i pacs, escluso
dalle liste o collocato in posizioni “impossibili” candidati
combattivi e competenti (il caso Giulietti, il caso Cortiana…)
per fare posto a candidature di apparato e/o imbarazzanti, dopo aver
rifiutato gli apparentamenti per evitare che nemmeno un singolo voto
andasse a candidati diversi da quelli decisi dalle segreterie, ci vuole
una bella faccia tosta a chiedere di “sacrificare i sentimenti”.
L’appello di Eco, forse, avrebbe più efficacia se fosse
fatto proprio almeno da uno dei partiti dell’Unione, accompagnandolo
non dico da un’autocritica (per carità!), ma da due o
tre promesse. Faccio la mia lista:
1. Dopo le elezioni, il programma sarà sottoposto a una verifica
seria e ampia, con tutti gli strumenti possibili.
Se posso fare un esempio specialistico (si veda quello che scrivevo
il 18 febbraio), la parte sullo “spettacolo dal vivo” –
curiosissima denominazione, visto che si parla solo di musica colta
e balletto – verrà rielaborata in riunioni che non prevedano
solo la partecipazione dei funzionari dei partiti e di cinque presidenti
di associazioni di categoria, tutti provenienti dal mondo delle attività
lirico-concertistiche: si terrà conto del fatto che in Italia
si fa anche jazz, musica tradizionale, popular music, che esiste una
crisi gravissima del settore discografico, che esistono seri problemi
di concentrazione monopolistica nella radiofonia oltre che nella televisione,
che la trasmissione radiotelevisiva di musica non riguarda solo lo “spettacolo
dal vivo”, che l’uso disinvolto o truffaldino delle norme
fiscali sui prodotti destinati alle edicole sta distruggendo la distribuzione
discografica, e contemporaneamente fa sì che i giornali abbiano
quasi del tutto abbandonato il genere della recensione, sostituendolo
con la pubblicità redazionale dei cd e dvd allegati; amerei che
dal programma di una coalizione di centrosinistra scomparissero foglie
di fico come: “Dedicare maggiore attenzione alle espressioni artistiche
giovanili, compresa la musica italiana contemporanea…” Espressioni
artistiche giovanili?
2. Dopo le elezioni, sarà immediatamente rivista la legge elettorale.
Qualunque sia il meccanismo scelto (maggioritario o proporzionale o
misto, con l’indicazione di preferenze o no) i partiti del centrosinistra
si impegneranno a una riforma radicale degli strumenti e delle modalità
della loro democrazia interna, facendo in modo – anche attraverso
elezioni primarie, se necessario – che TUTTI i futuri candidati
(non solo i leader) siano scelti dall’elettorato attivo, e non
dalle segreterie.
3. Dopo le elezioni (se vinte), le ingiustizie sfacciate perpetrate
ai danni di parlamentari del centrosinistra non ricandidati nonostante
le loro competenze, l’esperienza, la stima degli elettori (che
nulla avranno potuto fare per rieleggerli), saranno ricompensate con
incarichi di governo adeguati.
Temo che non avrò risposta. Eco si tranquillizzi: voterò,
voterò. Da ateo, in forte dubbio tra tutti i neoconvertiti (cantava
Svampa, traducendo Brassens: “Disen che al dì d’incoeu
sia un fatto scunvulgent de minga ave’ la fed’ de prufessàa
un bel nient”) e gli unici “laici”, metà dei
quali fino all’altroieri stavano con Berlusconi. Avevo pensato
ai Comunisti Italiani, il cui responsabile culturale, però, ho
sentito giorni fa affermare che “La musica è un linguaggio
universale.” Perbacco!
20 febbraio
2006 - Una lettera all'Unità
Forse ha ragione Nando Dalla Chiesa a rimproverare di ingenuità politica
e di narcisismo i portatori degli innumerevoli e disordinati reclami,
rivendicazioni, puntualizzazioni che si affastellano ogni giorno sulla
scena politica del centrosinistra ("Chi si fa del male", l'Unità
del 20 febbraio 2006). Ma perché queste voci si uniscano, si diano una
disciplina, ci vorrebbe la fiducia in una guida che abbia fatto davvero
proprie quelle rivendicazioni, che abbia anche fatto una scelta fra
di loro, dopo averle ampiamente discusse. Non è così: da una parte ci
sono i gruppi dirigenti dei partiti che approfittano (senza remore,
senza scuse, spesso senza vergogna) del potere di nomina e autoconservazione
che la legge elettorale di Berlusconi ha loro regalato, dall'altra ci
sono le voci di coloro che i partiti relegano al ruolo di inascoltati
di professione, visto che i ruoli di politici di professione sono tutti
occupati e bloccati, da anni. E visto che parliamo dei tranelli e dei
trucchi della nuova legge elettorale e di come il vociare narcisista
e disordinato ci caschi in pieno, perché non ricordare che il meccanismo
rende indispensabile raccogliere ogni singolo voto, attraverso liste
apparentate? Dalla Chiesa è d'accordo, oppure ritiene - con il capo
del suo partito - che servano solo "a far diventare senatore qualcuno"?
L'unità la si decide tutti insieme, o è soggetta al potere discrezionale
delle segreterie?
18 febbraio 2006 - Il programma
dell'Unione
L’Italia ha una priorità assoluta: liberarsi del governo
di centro-destra, impedire a ogni costo che Silvio Berlusconi continui
a essere Presidente del Consiglio e che diventi Capo dello Stato. Dato
che questo è l’obiettivo, come molti (spero la maggioranza
degli elettori) il 9 aprile andrò a votare, e voterò per
una delle liste che sostengono Prodi.
Non posso fare a meno di notare, però, che questa priorità
implica il forte rischio di un ricatto: che dovendo per forza votare
per il centro-sinistra si sia costretti a sostenere qualsiasi candidato
e qualsiasi programma.
Già molti (ad esempio Mario Portanova, Gianni Barbacetto, Alberto
Fiorillo su Diario del 17 febbraio 2006) hanno osservato che
la legge elettorale, combinata con le attitudini dei partiti, fa sì
che a noi elettori tocchi ratificare le scelte delle segreterie per
candidati che – di fatto – risulteranno non eletti ma semplicemente
nominati, cooptati dai vertici.
Ma cosa dire del programma? La parte relativa a informazione e cultura
(parlo solo di quella, per ovvie ragioni di competenza e di interessi)
occupa 22 delle 281 pagine del programma, il 7,8%. Non è molto,
se si pensa che l’avversario ha conquistato il potere attraverso
il controllo dell’informazione (della televisione, della radio,
dei quotidiani e dei periodici), possiede alcune delle principali case
editrici e società di distribuzione cinematografica, e si è
vantato (a suo tempo, con il presidente degli Stati Uniti) di aver diffuso
in Italia i valori della cultura americana attraverso serial televisivi
come Dallas e Dinasty.
In realtà, tre delle 22 pagine sono dedicate a “Una cultura
dell’attività fisica” e quattro sono copertine e
pagine bianche, quindi le cifre che ho indicato sopra si riducono a
15 su 232 pagine di testo (escludendo copertine e indici), pari al 6,5%.
Per attenermi ai miei argomenti di interesse più prossimi, il
sostantivo “musica” si trova nell’intero testo solo
due volte: non è citato, per esempio, nella parte relativa alla
scuola, nonostante uno dei primi atti del governo di centro-destra sia
stato la cancellazione della riforma dei cicli scolastici che introduceva
l’insegnamento della musica nelle scuole di ogni ordine e grado.
Del resto, riguardo alla musica il programma si limita a invocare il
ripristino del FUS al livello precedente ai più recenti tagli:
nessun accenno all’informazione musicale, alla crisi della discografia,
e più in generale al valore delle musiche nella cultura contemporanea.
Se queste mie osservazioni paiono troppo specifiche, si legga con quale
estremo dettaglio invece il programma esamina argomenti (come i beni
culturali e architettonici, o la stessa cinematografia), dove evidentemente
i collaboratori alla redazione erano più ferrati o fortemente
interessati.
La parola “radio” ricorre otto volte. Una volta (come sostantivo)
là dove si parla dell’interconnessione fra i corpi di polizia.
Le altre sette nell’aggettivo “radiotelevisivo”, usato
come passepartout in contesti dove comunque (invariabilmente) ci si
occupa soltanto di televisione. Il programma non ritiene di doversi
occupare del medium più diffuso, né del crollo degli ascolti
delle reti radiofoniche Rai, né delle arretratezze tecnologiche
(l’abbandono del digitale terrestre radiofonico, a favore di quello
televisivo e degli interessi conflittuali del capo del governo) legate
alla legge Gasparri.
Ma d’altra parte, cosa ci si può aspettare da un programma
incapace di definire la cultura come un valore in sé, ma solamente
come fattore subordinato ad altri? Proprio così: “La cultura
è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale.
Le attività culturali stimolano l’economia e le attività
produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione.
Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile
con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile
di sviluppo economico.”
Ignoro nella maniera più assoluta chi siano gli “esperti”
che hanno collaborato alla redazione di questo programma. Il livello
di approfondimento sui vari argomenti è singolarmente diseguale:
qua e là si intuisce la mano del funzionario ministeriale, del
lobbista (in senso buono, per carità), del funzionario culturale
di questo o quel partito. Alcune parti (quella sulla musica, ad esempio)
sono patetiche. Non presumo di essere più competente di alcun
altro nei campi di cui mi occupo, ma credo di essere noto per le mie
posizioni politiche, e più di una volta mi sono offerto di dedicare
il mio tempo al lavoro di elaborazione del programma, con il mio modestissimo
contributo. Come per molti altri (tutte le persone che conosco), silenzio
totale, vuoto pneumatico. Credo che questo sia perfettamente in linea
con le decisioni (che spero non irreversibili) di non ricandidare persone
capaci e competenti come Giuseppe Giulietti o Fiorello Cortiana.
Sui temi di carattere politico e sociale più generale (i Pacs,
il Corridoio 5, ecc.) non ho nulla di diverso da dire da quello che
migliaia di cittadini di sinistra traditi stanno gridando in questi
giorni.
Se il programma doveva essere una foglia di fico, potevano dircelo.
Il guazzabuglio che è venuto fuori dalla “fabbrica”
non è buono nemmeno ad essere usato come argomento propagandistico,
dal gruppo dirigente più incapace (salvo rarissime eccezioni),
tecnicamente sprovveduto e arrogante che la sinistra italiana (il centro-sinistra…)
abbia mai avuto.
Ripeto, li voterò lo stesso. Poi (che si vinca, o che si perda)
faremo i conti.
2 novembre 2005 - Rock e lento
Chissà se avevamo davvero bisogno del giochino “rock/lento”. Nuovo,
comunque, non è: si rigenera a qualche anno di distanza dall’edizione
precedente, cambiando titolo per le due categorie. Negli anni d’oro
del rock si chiamava “in/out”. Però Adriano Celentano e i suoi autori
potevano trovare un nome diverso per la categoria “out”: “lento” funziona
malissimo. Prima di tutto, per ragioni logiche: Celentano, o chi per
lui, contrappone due categorie, una delle quali però implica l’altra.
Mi spiego. Fin dall’epoca del rock ‘n’ roll originale, quello al quale
Celentano si è sempre ispirato, il genere era definito dalla compresenza
nel repertorio di brani veloci, agitati (Blue Suede Shoes,
All Shook Up) e di brani lenti (Love Me Tender, Crying
In The Chapel). Il personaggio di Elvis Presley, e con lui il rock
‘n’ roll “classico”, sostanzialmente si regge grazie all’identificazione
fra la sovreccitazione del bulletto di provincia con la tenerezza romantica
del bravo studente, e sulla difficoltà di decidere quale dei due sia
più pericoloso. Dunque, fin dagli anni cinquanta “rock” e “lento” non
sono contrapposti, ma due anime (Jekyll e Hyde?) della stessa musica.
Quando poi, nella seconda metà degli anni sessanta, la musica diretta
al consumo simultaneo di un largo pubblico giovanile di massa (la definizione
è di Simon Frith) comincia a chiamarsi “rock” e basta, la “slow rock
ballad”, cioè il “lento” del “rock”, diventa una componente ancora più
significativa del genere. È mai possibile immaginarsi il rock senza
Yesterday, Lady Jane, Michelle, Since
I’ve Been Loving You, Wish You Were Here? Quindi il rock
è anche lento. Se posso aggiungere una considerazione personale, il
fatto che Celentano, per accontentare la parrocchietta, abbia qualificato
Zapatero come “lento” mi è parso squallido, ai confini del miserabile.
Ma se Zapatero è “lento” come It’s All Over Now, Baby Blue,
come For No One, come God Only Knows, come A Salty
Dog, come Bridge Over Troubled Water, come Imagine,
come Purple Rain, e Celentano è “rock” come Prisencolinensinainciusol
e come Tre passi avanti, non ho dubbi su chi e che cosa scegliere.
1 ottobre 2005 - Requiem per Radio
Tre
Sul numero di “Diario” in edicola dal 30 settembre è
pubblicata una lettera di Giovanna Marini che recita (il titolo penso
che sia redazionale) un “Requiem per Radio Tre”. Chi volesse
leggerla la può trovare sul sito degli Amici di Radio Tre (http://www.amicidiradio3.com).
Sono naturalmente d’accordo con Giovanna, sia per il contenuto,
sia per il tono, sia per la necessità di tornare a sollevare
oggi una questione che è attuale ormai da tre anni (il “nuovo
corso” di Sergio Valzania iniziò col palinsesto autunnale
del settembre 2002). Giovanna Marini, però, parla da una prospettiva
quasi privilegiata, quella di un’ascoltatrice effettivamente in
grado di ricevere le trasmissioni di Radio Tre.
Da un po’ di tempo, e con accentuazione progressiva, ascoltare
Radio Tre è diventato sempre più difficile. Non solo in
seguito alla decisione della Rai di togliere Radio Due e Radio Tre dalle
Onde Medie, ma anche per la politica aggressiva dei network privati,
che aumentano continuamente la potenza dei loro trasmettitori in Modulazione
di Frequenza, invadendo le frequenze adiacenti a quelle a loro assegnate.
Se mi è permesso un esempio personale, da quest’estate
non mi è più possibile ascoltare Radio Tre a casa mia,
se non con un sintonizzatore hi-fi fornito di antenna: le piccole radio
portatili (grazie alle quali la mia radio preferita mi seguiva in tutte
le stanze della casa) ora non ricevono nemmeno l’ombra di un segnale.
Abito a Milano, non in una zona sperduta e deserta.
Le difficoltà di ricezione sono certamente una delle ragioni
del fortissimo calo di ascolti di Radio Tre. Si sa che i metodi di rilevazione
di Audiradio sono molto poco affidabili, criticati dallo stesso direttore
di Radio Tre (il quale peraltro siede nel Consiglio di Amministrazione
di Audiradio, senza che questo sembri causargli il minimo imbarazzo),
ma il calo ormai è ben superiore al margine statistico di un
metodo obsoleto. Si potrebbe dire, quindi, che la causa principale del
calo di ascolti sia indipendente dalla programmazione, e quindi dalla
responsabilità di Valzania: il che potrebbe spiegare per quale
motivo un direttore delle trasmissioni radiofoniche che – dalla
data del suo insediamento – ha visto precipitare tutti i dati
di ascolto non sia stato ancora sostituito. È un caso unico nell’editoria,
anche nella stessa Rai. A meno che la sua mission non fosse
precisamente quella di far calare gli ascolti…
Ma no, a rileggere le dichiarazioni di Valzania all’inizio del
suo incarico a Radio Tre (di Radio Due era già direttore) si
coglie chiaramente l’intenzione di riposizionare la rete, riducendo
l’età media degli ascoltatori, anche col rischio di vederli
temporaneamente diminuire, e puntando a un target pubblicitario più
appetibile per gli investitori. Per ottenere questo risultato, occorreva
rivoluzionare il palinsesto, caratterizzare la radio con un sound riconoscibile,
eliminare redazioni e collaboratori troppo legati a un altro modello
di radiofonia (vecchio, a giudizio di Valzania). È rispetto a
questi obiettivi che – in un’azienda seria – si misurerebbe
la riuscita del progetto del direttore.
Niente di tutto questo. Al prezzo dell’eliminazione di alcune
delle trasmissioni più amate (anche e soprattutto da un pubblico
tutt’altro che decrepito), come Mattino Tre, Le oche
di Lorenz, Buddha Bar, al prezzo dello snaturamento di
altre trasmissioni sopravvissute (come Radio Tre Suite, che
ha perso tutte le sue rubriche basate sull’uso intelligente della
musica registrata), la Radio Tre di Valzania non solo ha perso ascoltatori,
ma è diventata una radio vecchia, meccanica, per di più
con scarsissimo appeal pubblicitario. La zavorra che rende Radio Tre
indigesta si concentra in particolare nella fascia quotidiana che doveva
costituire il gioiello della gestione di Valzania, Il Terzo Anello.
La parte musicale, basata su una schedatura massiccia e pedante di brani
messi in onda senza una logica e presentati goffamente e con miriadi
di errori, è diventata proverbiale per noia e superficialità;
la parte culturale e di attualità, in larghissima parte, è
stata sottomessa alle clientele politiche e confessionali del direttore,
quando non utilizzata per ingraziarsi potenziali voci critiche.
Che si possa ringiovanire l’ascolto di una radio mandando in onda
nel tardo pomeriggio del sabato una serie di puntate mortalmente noiose
sulla figura di Giorgio La Pira, o sottoponendo gli ascoltatori ad ammorbanti
reportage dalla Via Francigena (privi di qualunque documentazione sonora
del pellegrinaggio), appare veramente un progetto temerario. Ma tutte
le volte che Valzania è stato posto di fronte al fallimento dei
suoi proclami di rinnovamento, puntualissima, nel giro di un paio di
settimane, è arrivata un’intervista su una testata di larga
diffusione, di volta in volta a cura di questo (o questa) o quello (o
quella) fra i più affezionati visitatori dell’Ufficio Scritture
di Via Asiago, per serie più o meno lunghe di programmi per Radio
Due o Radio Tre. Non dubito, avverrà anche stavolta, e Valzania
avrà modo di contrattaccare, presentandosi come una vittima,
rispondendo alle confortevoli domande del cicisbeo di turno.
Del resto, il metodo con cui reagisce alle critiche è invariabile:
quando può, coopta e azzittisce, contando sull’opportunismo
e la viltà; quando sa di non potere, entra nel ruolo del satrapo.
Chi critica viene bandito, allontanato dal microfono e dalla memoria,
escluso dall’informazione.
Conosco bene il meccanismo, essendone stato l’oggetto in tutti
i modi possibili: a Radio Tre non si può parlare dei miei libri,
della mia musica, dei miei studi; perfino della Conferenza della Iaspm
a Roma (con oltre trecento studiosi di tutto il mondo lì a portata
di mano) non si è parlato perché era noto che io ero fra
i promotori. Al Festival delle Letterature di Mantova ho presentato
un autore statunitense, Ashley Kahn, in un pomeriggio affollatissimo.
Per qualche ragione, l’autore è stato intervistato da Fahrenheit
(ah, Fahrenheit, la resistente!) il giorno dopo, senza di me.
Certo, non arrivo a pensare che Valzania si occupi di queste minuzie.
Basta l’ignavia, la timidezza, la paura di chi non vuole fare
la mia stessa “fine”, o anche solo dispiacere un pochino
al feudatario.
Si dice che Sergio Valzania sia particolarmente vicino (politicamente
e spiritualmente) al Presidente della Camera. Certamente condivide con
lui l’implacabile efficienza nel perseguire gli obiettivi del
governo di Berlusconi e l’ineffabile sfacciataggine di farsi credere
indipendente da quegli obiettivi, misurato, perfino cordiale. Si dice
che Sergio Valzania punti ancora più in alto, in Rai, quali che
siano i risultati delle prossime elezioni. A giudicare dalla bestiale
indifferenza della politica (anche e soprattutto di centro-sinistra)
verso ciò che avviene nel mondo della radio, ci riuscirà.
Dopo aver distrutto Radio Tre, cara Giovanna: hai ragione.
1 luglio 2005 - Dove sono i nostri Billy Bragg?
Ho un’opinione (modesta e poco originale, lo so): che la fame
dell’Africa sia il risultato di secoli di rapina delle risorse
naturali e umane di quel continente da parte della “civiltà
occidentale”. Capisco che risvegliare centinaia di milioni di
coscienze addormentate, anche solo sulle conseguenze tragiche di quella
rapina, possa essere utile. Ma se non si fa niente per accennare (almeno!)
alla causa principale della rovina dell’Africa, si rischia di
ingigantire quel circolo vizioso di aiuti, corruzione, debiti che alimenta
i conti in banca di qualche dittatore e il giro di affari delle imprese
occidentali coinvolte nelle opere finanziate dagli aiuti.
Non discuto la buona fede di Bob Geldof, né di alcuno dei musicisti
coinvolti nel Live Eight. Ma mi fa specie la presenza del tutto minoritaria
– soprattutto nel programma di Roma – di cantanti e gruppi
che abbiano fatto della lotta contro quella rapina una ragione profonda
della loro attività artistica. Non importano le etichette politiche;
chiamiamola lotta antimperialista, anticapitalista, chiamiamola pure
indipendenza artistica, dignità personale: credo che chiunque
legga queste righe abbia idea del profilo dei musicisti che potrebbero
salire sul palco del Circo Massimo dando il senso di una radicata e
radicale solidarietà con la tragedia africana e con tutti gli
oppressi del mondo, e di quelli che invece sarebbero comunque bene accolti
per una testimonianza, ma la cui traiettoria artistica e professionale
si è sempre mossa lontanissimo da quella solidarietà.
Ora, è evidente che questi ultimi siano in larghissima maggioranza.
Intendiamoci bene, non invoco una selezione di “duri e puri”.
Ma, vivaiddio, questa è una manifestazione politica, secondo
le chiarissime indicazioni dei promotori. E allora assume un segno politico
illuminante (e poco gradevole) non la presenza di Biagio Antonacci,
Laura Pausini, Cesare Cremonini e di tutte le altre benemerite star
del pop che hanno voluto partecipare, ma l’assenza (che non si
può non pensare sia deliberata, programmata) di tanti altri nomi
che certamente rappresentano meglio presso i giovani italiani le istanze
di lotta contro lo sfruttamento e la povertà. L’elenco
sarebbe lunghissimo, ma basterebbe voler dare un’occhiata alla
programmazione dei centri sociali, delle feste politiche, e perfino
alle classifiche di vendita dei dischi per rendersene conto. C’è
una lunga storia, che va dai Cantacronache alle posse, che è
stata messa alla porta. Come al solito, bisogna dire.
Insomma, a Edinburgo ci sarà Billy Bragg. Dove sono i nostri
Billy Bragg, il 2 luglio? Forse la direzione artistica del concerto
romano (toh! Un discografico!) ha valutato che ci avrebbero fatto fare
brutta figura?
27 giugno 2005 - Grazie ai pesci in barile
Dopo l’ultima pagina di questo diario e la lunga pausa che l’ha
seguita, chi legge è autorizzato a pensare che l’autore
sia rimasto senza parole. Forse. Di fatto, l’11 giugno 2005 il
computer grazie al quale tengo aggiornato il sito ha chiesto e ottenuto
tre settimane di ferie. Ora è troppo tardi per dire se il risultato
dei referendum mi abbia sorpreso, o se lo prevedessi. Ma posso dire
che la mia fiducia che i destinatari abituali delle mie circolari andassero
certamente a votare era mal riposta, e già nella settimana precedente
all’apertura dei seggi avevo avuto modo di accorgermene.
Ci sono numerose persone “di sinistra” (alcune mi hanno
scritto) che non sono andate a votare: se invece di giocare sulle percentuali
(che nessuno sa maneggiare, tranne i venditori e gli studenti di stechiometria)
e pontificare sulla “quota fisiologica di astensioni”, ci
si basa più semplicemente sul numero di voti espressi, si vede
che all’appello dei votanti che si sono presentati ai seggi manca
circa un quarto di coloro che nel 2001 (nelle elezioni perse…)
avevano votato per i partiti di centro sinistra. E questo non tiene
conto di coloro (un milione abbondante di elettori) che hanno votato
NO, rispondendo all’appello di Fini e di altri antiastensionisti.
Se si include – con tutte le cautele possibili – quest’ultimo
dato, si vede che circa un terzo dell’elettorato di centro sinistra
si è ben guardato dal presentarsi ai seggi. Seguendo le indicazioni
di chi, secondo voi?
Il raggiungimento del quorum era difficilissimo, o impossibile: ammesso
che tutti gli elettori di centro sinistra fossero andati a votare, a
loro si sarebbe dovuta aggiungere circa la metà degli elettori
di centro destra, sfidando la campagna astensionista dei rispettivi
partiti. Magari si poteva contare su un piccolo recupero di elettori
che si erano astenuti alle politiche del 2001, delusi dal centro sinistra
e però sensibili ai temi referendari. Ma per il misero risultato
raggiunto non servono molte spiegazioni: i referendum sono stati boicottati
da una parte del centro sinistra. Dai pesci in barile, appunto: più
chiaro di così!
6 giugno 2005 - Pesci in barile (lettera agli amici
e alle amiche)
Carissime e carissimi,
spero di non darvi troppo disturbo.
Immagino che sia superfluo ricordarvi di andare a votare il 12 giugno:
molti degli appelli che ho ricevuto mi hanno fatto un effetto strano
“come può pensare che io sia uno che non vota?”), e non
vorrei che questo messaggio vi infastidisse allo stesso modo.
Come forse molte e molti di voi, in questi giorni ritorno spesso con
la memoria alla frase pronunciata da Nanni Moretti in Piazza Navona.
La mia ammirazione per Moretti non mi spinge a pensare che sia (o fosse
allora) un veggente, ma non ho dubbi che quando disse che con questi
leader non avremmo mai vinto avesse in mente – fra le varie, infinite
possibilità – una situazione come quella alla quale stiamo assistendo.
Ho anche pochi dubbi, e molti me li sono tolti in questi giorni, che
tra “questi leader” qualcuno meritasse il commento di Moretti
più di ogni altro (l'innominabile marito della Palombelli, per esempio).
Ma, se Nanni permette, la questione non riguarda tanto o solo le possibilità
di vittoria, quanto il significato stesso della parola.
Chi è che vince, e che cosa vince? Può benissimo essere che questi nostri
navigatissimi leader diano per scontato il mancato raggiungimento del
quorum, e preparino le condizioni per negoziare in tempo utile un accordo
unitario di qualche tipo (chi si ricorderà dei referendum, quando ci
cascherà in testa una finanziaria tragica?), che permetta al centro-sinistra
di ottenere la maggioranza alle politiche del 2006.
Ma per che cosa? Per quale politica? Per ottenere che i soliti noti
di centro-sinistra ritrovino i loro posticini di potere ora occupati
dai soliti noti di centro-destra, come mostra in modo esemplare l'elezione
del nuovo CdA della Rai? Per andare via dall'Iraq e dall'Afghanistan
“con i tempi richiesti dalla comunità internazionale” (e
preparare altre “missioni di pace”)? Per mettere mano alla
riforma delle pensioni? Per quale altra sostanziale dimostrazione di
continuità rispetto ai governi della Casa delle Libertà?
Ma soprattutto (dato che questo interesse, credo, ci accomuna), per
quale politica culturale? Voi che siete abili utenti di programmi di
scrittura, avete provato a contare quante volte ricorre la parola “cultura”
nei programmi o nelle dichiarazioni di intenti dell'Ulivo/dell'Unione?
O gli esoterici sostantivi “musica”, “arte”,
“letteratura”, “cinema”, “teatro”,
o addirittura “filosofia”, “scienza”? Per quale
strana (ma non misteriosa) ragione in questi documenti si usa sempre
e solo il sostantivo “saperi” (così, al plurale) e non si
chiamano le cose col loro nome? E qualcuno di voi ha mai chiesto di
farsi ascoltare, di collaborare alla formulazione di una politica culturale
del centro-sinistra, o della sinistra? Magari la famosa Fabbrica del
Programma? Cosa vi è stato risposto? Avete mai avuto risposta?
Cosa ne pensano i nostri famosi leader a proposito delle manovre in
corso, da parte di funzionari mediocri e fino a ieri sera fedeli ed
efficacissimi attuatori delle politiche della Casa delle Libertà, per
accreditarsi come moderati degni di continuità e promozione in un futuro
quadro politico di altro segno?
Non pensano, i famosi leader. Sono impegnatissimi a fare i pesci in
barile. Alcuni, in vista dei referendum e della caccia all'elettorato
moderato, ne fanno una professione (oh, quanti sono spariti dal dibattito
o parlano rigorosamente d'altro, adesso che bisognerebbe dire se si
va a votare o no).
Il barile è sigillato bene, questo sì, ma il pesce dentro puzza. O,
come diceva una bella canzone degli Art Bears (Rats & Monkeys),
“le mura si sgretolano / è vero, ma le porte / sono bloccate”.
Ci vorrebbe una bella scossa. Che so, un 55% di votanti ai referendum.
O anche sette voti più dello stretto necessario, alla bolzanina.
Per questo vi ho scritto.
26 maggio 2005
You’ll Never Walk Alone è stata scritta da Richard
Rodgers (musica) e Oscar Hammerstein II (parole), per il musical Carousel,
che debuttò a Broadway il 19 aprile 1945. Il clima della Seconda
Guerra Mondiale, che stava per finire, non è certamente estraneo
al carattere sia della melodia che del testo. La canzone ha avuto molti
interpreti, tra i quali Judy Garland, Frank Sinatra, Perry Como, Conway
Twitty, Nina Simone.
Nell’ottobre del 1963 uscì una versione su 45 giri di Gerry
and The Pacemakers, un gruppo di Liverpool che dal giugno del 1962 aveva
firmato un contratto con Brian Epstein e incideva per la Columbia sotto
la direzione artistica di George Martin. Il singolo salì al secondo
posto delle classifiche inglesi nella settimana del 26 ottobre, dopo
Do You Love Me? di Brian Poole and The Tremeloes e davanti
a She Loves You dei Beatles, e fu al primo posto per tutto
novembre, prima di cedere proprio ai Beatles.
Oltre che dai tifosi del Liverpool, che l’hanno adottata come
inno ufficiale, la canzone è stata a lungo cantata durante le
marce per la pace negli anni sessanta.
Il testo dice così: «Quando cammini in una tempesta / tieni
alta la testa / e non aver paura dell’oscurità. / Alla
fine della tempesta / c’è un cielo dorato / e il canto
dolce e argentino dell’allodola. / Continua a camminare nel vento
/ continua a camminare nella pioggia / nonostante i tuoi sogni siano
scossi e agitati… / Cammina, cammina, con la speranza nel cuore
/ e non camminerai mai da solo / non camminerai mai da solo.»
Ferale per il Presidente del Consiglio, l’ascolto della canzone
potrebbe essere suggerito (e magari imposto) ai politici dell’opposizione,
sostituendo il futuro degli ultimi due versi con un imperativo.
25 maggio 2005
A un mese di distanza, riparo a una mancanza di informazione. Durante
lo spettacolo di Appunti partigiani del 25 aprile scorso gli
Stormy Six hanno eseguito per la prima volta una nuova orchestrazione
di Stalingrado e La fabbrica. Al gruppo (erano presenti
Carlo de Martini, Tommaso Leddi, Umberto Fiori, Franco Fabbri, Pino
Martini) si sono aggiunti gli archi di una formazione proveniente da
varie orchestre, compresa quella del Teatro alla Scala: Daniele Parziani
e Alessandro Vavassori (violini), Francesco Lattuada e Danilo Rossi
(viole), Luca Franzetti e Mario Brunello (violoncelli), Omar Lonati
(contrabbasso). L’orchestrazione era a cura di Tommaso Leddi e
Carlo De Martini.
A giudicare dalle reazioni del numerosissimo pubblico presente e dai
messaggi che sono arrivati nei giorni successivi, è stata una
bella cosa. Naturalmente nessun giornale ne ha dato notizia, ma questo
è del tutto normale. Purtroppo senza gli archi aggiunti, le due
pericolossime canzoni (da evitare accuratamente in festival, spettacoli
e dischi “di sinistra”, come il Primo Maggio, il Mantova
Musica Festival, le antologie discografiche dedicate alla Resistenza)
saranno eseguite nuovamente nella serata inaugurale del Mittelfest,
a Cividale del Friuli, il 16 luglio 2005. È un luogo periferico,
i moderati possono stare tranquilli.
18 maggio 2005
Due piccole osservazioni sulla laurea in Scienze della Comunicazione
conferita a Vasco Rossi:
1) Chissà se i colleghi giornalisti impareranno mai che la laurea
ad honorem la si dà ai morti (quella che si dà ai vivi
si chiama laurea honoris causa). Pare che la toga indossata da Vasco
Rossi allo Iulm costasse 700 euro. Si spera che fosse abbastanza ampia
per permettergli di fare discretamente i debiti scongiuri.
2) Vasco Rossi è un bravo autore di canzoni, un ottimo cantante
rock, un grande comunicatore, non si discute. Ed è anche una
persona cordiale e rispettabilissima. Non c’è nulla di
male se lo Iulm (oltre che farsi un po’ di pubblicità)
ha ritenuto di premiarlo. Però, non molto tempo fa, alla stessa
università è stato proposto di ospitare la conferenza
internazionale della più grande associazione di studi sulla popular
music, dove sarebbero intervenuti più di trecento studiosi di
oltre trenta paesi, a portare i risultati delle loro ricerche, coltivate
nelle numerosissime università di tutto il mondo (Italia compresa)
dove si studia seriamente la popular music. I responsabili dello Iulm
hanno detto che non erano interessati. La conferenza si farà
lo stesso, alla Sapienza di Roma, dal 25 al 30 luglio 2005. I colleghi
giornalisti e capiservizio che hanno dedicato alla laurea di Vasco Rossi
colonne e colonne, sono gentilmente invitati ad assistere. Come uno
degli organizzatori mi aspetto – prima o poi – una laurea
honoris causa (ma anche ad honorem andrebbe bene lo stesso).
9 maggio 2005
Quando canto “… gli alpini che muoiono, traditi lungo il
Don”, in una canzone che ho scritto qualche anno fa (giù
la maschera: nel 1973), ho in mente alcune cose precise. Il fratello
di mio padre, mio zio, il tenente Guido Fabbri, è morto in Russia.
Era nella divisione Julia, battaglione Cervino. A quanto pare fu visto
l’ultima volta avanzare a mani nude contro un carro armato sovietico.
Gli hanno dato la medaglia d’argento al valor militare alla memoria,
che fu appuntata in una cerimonia commovente sul petto del futuro autore
de La fabbrica e coautore di Stalingrado. Il mio.
Oggi festeggio (non celebro: festeggio) insieme a voi la vittoria dell’Unione
Sovietica e degli altri Alleati contro il nazifascismo, convinto che
quella vittoria abbia liberato non solo gli antifascisti, non solo quelli
come mio zio che andarono al fronte per senso del dovere e patriottismo,
ma anche gli stessi fascisti, molti dei quali – se avessero vinto
– se ne sarebbero pentiti amaramente.
Certo, ci sono molte ragioni per cui questa festa non può essere
gioiosa come altre: non ultime che il nazismo e il fascismo esistono
ancora, che ancora c’è la guerra, e che molti delitti compiuti
da fascisti in questi ultimi sessant’anni sono rimasti impuniti.
E, naturalmente, che quella vittoria è stata per molti europei
l’inizio di un periodo oscuro, come insistono quotidianamente
gli opinionisti.
Nonostante il titolo della canzone che ho cantato mille volte –
che ripete il nome della città la cui resistenza ha cambiato
il corso della guerra, come concordano gli storici di ogni tendenza
– non sono né stalinista, né esperto di Stalin.
Mi ricordo solo (cosa di cui quegli opinionisti sembrano dimenticarsi)
che Stalin morì nel 1953, che i suoi crimini vennero denunciati
da Chruscev nel ventesimo congresso del Pcus, nel 1956, e che se la
revisione della storia può spingersi a trovare un nesso fra l’affermazione
del nazismo e la minaccia del bolscevismo, allora si potrebbe anche
pensare che per l’isolamento dell’Urss e per le restrizioni
della libertà che colpirono i cittadini di quel paese e dei suoi
satelliti, un ruolo, chissà quanto piccolo, devono pur averlo
giocato le politiche delle potenze occidentali. Ma temo che ci si perderebbe
in una discussione infinita.
Vorrei, invece, festeggiare quella vittoria – se mi è permesso
– con lo stesso spirito con cui ancora oggi i francesi (e con
loro gli uomini liberi del mondo) festeggiano la Presa della Bastiglia.
Nessuno si nasconde che il periodo culminante della Rivoluzione Francese
abbia preso il nome di Terrore, che siano state tagliate molte teste
di innocenti, che gli ideali di libertà, uguaglianza, fratellanza,
siano stati portati in giro per l’Europa dalle armate di un imperatore.
Il 14 luglio, ugualmente, si scende per le strade e si balla. Così
dovremmo fare il 9 maggio.
Un’ultima annotazione. Qualche anno fa, alla radio, ho sentito
gli argomenti di un giovane economista rampante. Diceva che da quando
non c’è più l’Unione Sovietica, e dunque la
minaccia che forti proteste popolari siano anche solo moralmente appoggiate
da una grande potenza mondiale, non aveva più senso che le nazioni
capitaliste si sforzassero di mantenere lo stato sociale. In sostanza,
quell’economista ci spiegava che se fino a ora avevamo avuto l’assistenza
sanitaria, le pensioni, la scuola pubblica, dovevamo ringraziare l’Armata
Rossa. Be’, per questo io la ringrazio ancora adesso.
3 maggio 2005
Sono passate alcune settimane dalle mie dimissioni dalla direzione artistica
del Mantova Musica Festival, e ancora il MMF non le ha annunciate. D’altra
parte, nessun altro annuncio è stato fatto, a parte una lettera di invito
spedita a organizzatori musicali di tutta Europa (scritta a suo tempo
da me, ma inviata sicuramente dopo le mie dimissioni) che riporta ancora
il mio nome fra i direttori artistici. Poco male. So che questa trascuratezza
non è dovuta a malizia. Però, da qualche parte si deve poter leggere
perché mi sono dimesso. Questa è l’occasione.
Dai primi di novembre del 2004 esiste un testo, redatto da me, che indica
le linee programmatiche del Mantova Musica Festival 2005. Questo testo,
approvato dai promotori del MMF, è stato utilizzato in varie occasioni
anche per presentare a enti pubblici, in atti ufficiali, il progetto
del Festival, con l’indicazione della mia responsabilità artistica (primus
inter pares, insieme a Titti Santini e Vittorio Cosma).
Arrivati a metà aprile 2005, cioè a un mese e mezzo dalla data dell’inizio,
ragioni di budget (largamente prevedibili mesi e mesi prima) hanno suggerito
tagli al programma, ma con una distribuzione secondo me iniqua, affliggendo
in modo particolare gli aspetti innovativi, e con il forte suggerimento
di mantenere un occhio particolarmente attento ai nomi di richiamo.
Ho dedicato più di un articolo alla debolezza del concetto di “nome
di richiamo” e all’odiosità della distinzione fra “big” ed “esordienti”
in un contesto come quello di Mantova, e in presenza di una situazione
nella quale il mercato tradizionale è asfittico, mentre decine o centinaia
di musicisti e gruppi emarginati dai media riescono tuttavia ad avere
un seguito locale molto significativo.
Pensavo che il successo della prima edizione del MMF fosse sufficiente
a far capire che le cose stanno cambiando, e velocemente. Invece, quando
si è trattato di tagliare qualcosa, gli “eventi” (che drenano la grande
maggioranza delle risorse del MMF) sono stati lasciati intatti, mentre
si è proposto di ridurre altri spazi, per di più con il famoso “occhio”
ai nomi.
Consideravo che il mio mandato nella direzione artistica fosse di:
1. Coordinare le scelte della direzione con quelle della commissione
selezionatrice, quindi (semmai) di assicurare un occhio di riguardo
proprio ai non-nomi.
2. Contribuire a rinnovare la struttura del Festival, tenendo conto
della stagione diversa e della diversa collocazione rispetto alla prima
edizione (quindi non “contro Sanremo”).
3. Rimediare all’attenzione scarsa che la prima edizione aveva riservato
a istituzioni storiche e recenti dell’opposizione musicale in Italia,
dal Nuovo Canzoniere Italiano alle etichette indipendenti più significative
(Materiali Sonori e molte altre), ai musicisti organizzati nel Forum
Sociale della Musica, alla musica colta: una disattenzione che nel 2004
poteva essere attribuita alla fretta, ma che nel 2005 si rivelerebbe
un vero e proprio accanimento contro i musicisti d’opposizione, del
tutto inspiegabile alla luce delle premesse che hanno portato alla fondazione
del MMF.
Non essendo in grado di realizzare nessuno degli aspetti rilevanti del
mio mandato, ritrovandomi costantemente in minoranza in una direzione
artistica a tre, e per di più nell’indifferenza dei promotori rispetto
ai temi per me più importanti, mi sono dimesso. Spero che il
MMF abbia comunque successo, e sono sicuro che porterà qualche traccia
del mio lavoro. Ma la somiglianza con i documenti con i quali a suo
tempo mi sono impegnato sarà troppo vaga e incerta perché abbia un senso
che rimanga la mia firma.
Un abbraccio a tutte le persone di valore che stanno ancora lavorando
al MMF.